Sabato, 10 Settembre 2016

Recensione: Nick Cave and the Bad Seeds - Skeleton Tree (2016)

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Bisogna arare il campo. Prepararlo per la fede. Dio è qualcosa che pretende spazio. E così, col passare degli anni, Nick Cave ha fatto sempre più spazio nella sua musica. Man mano che la presenza di Dio si è fatta sempre più ingombrante, le maglie della musica dei Bad Seeds si sono distese, cercando di accoglierne quanto più possibile. Man mano che Dio ha conquistato il suo posto, le chitarre si sono diradate sempre più, fino a scomparire.

Skeleton Tree, il primo album pubblicato dopo la morte dell’amato figlio Arthur, è glabro di chitarre. Ne risuona un piccolissimo alito. Che è qualcosa di spirituale anzi che fisico. Cosicchè non le avvertirete, percependone non più che un’ombra. Tutto Skeleton Tree abita in questo mondo di ombre, in questo etereo cuscino che dovrebbe attutire l’impatto con le acque dell’inferno, permettendo di galleggiarci dentro una volta inghiottiti. Nero sin dalla copertina, privato di qualsiasi lussuria, sgombro di pensieri lieti. Un Mary Had a Little Lamb inciso 140 anni dopo e lanciato oltre le stelle, sperando di raggiungere il bersaglio desiderato, partito così precipitevolmente da non averlo potuto abbracciare un’ultima volta, con una stretta più forte delle altre, con un abbraccio più lungo.

La tragedia di Arthur permea come era prevedibile l’intero lavoro. Sembra ancora di sentire il suo pianto varcati i cinque minuti del lungo requiem di Jesus Alone. Tutto sembra piegato dal peso di quel dolore come il Blackstar di Bowie ne appariva deformato da uno analogo. L’impotenza davanti alle macchinazioni del destino o al cospetto del tristo domino di Dio costringe nuovamente l’uomo Nick Cave a setacciare il proprio animo, a esorcizzare, scontandola, la sua pena, ad affondare, scavando, nel suo dolore. L’artista Nick Cave a cantarne. Noi, in qualche modo, a prenderne parte. E a stare dalla sua parte. Che stavolta vorremo condividerne con lui ogni piaga e ne parleremo come di un capolavoro, perché ne avremo compreso lo struggimento che ne ha gravato la gestazione o, anche quando non ne avessimo compreso la profondità, saremmo comunque intimoriti dalle sue dimensioni, rispettosi della sua ferocia e del grumo viscerale che ha partorito. Chi volesse prescinderne sappia che Skeleton Tree è un disco esigente. Un disco dove ogni parola, ogni consonante, ogni vocale, ogni sospiro, ogni controcanto (bellissimi quelli di Rings of Saturn e di I Need You) ha un suo peso necessario. Un disco che chiede un analogo spazio di dolore e un adeguato, plumbeo luogo metafisico di nuvole e piogge per poter essere recepito nella sua giusta dimensione. Tutti ne hanno uno. Nick Cave ne ha uno infinito. (Franco Dimauro)



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