Mercoledì, 25 Maggio 2016

Recensione: Marco Cantini - Siamo noi quelli che aspettavamo (2016)

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Musica d’autore italiana. Quella pregiata però… Marco Cantini, ancora troppo giovane perché il popolo gli accrediti il diritto di poter dare un peso al suo pensiero. Eppure questo lavoro di peso ne ha così tanto che sfido chiunque all’ascolto e alla sua effettiva comprensione. Si intitola Siamo noi quelli che aspettavamo pubblicato dalla Radici Music e prodotto da Gianfilippo Boni che lascia una firma estetica davvero importante. E durante la tracklist densa di quindici larghissime retrospettive, l’ascolto e la musica si riempie di nomi e di amici che di certo non fanno gridare al miracolo, non sono featuring di rilievo mediatico, ma questo significa solo che ancora una volta si sfida a singolar tenzone la cultura e la musica bella che ognuno di noi si porta dentro. Ci troviamo Enriquez della Bandabardò, ci troviamo Luca Lanzi della Casa del Vento e ancora (copiando dalle note di stampa per evitare di perdere qualcuno per strada) Massimiliano Larocca, Giorgia Del Mese, Silvia Conti, Tiziano Mazzoni, Letizia Fuochi, Marcello Parrilli e una lunga serie di importanti musicisti italiani come Riccardo Galardini, Lele Fontana, Fabrizio Morganti, Lorenzo Forti, Bernardo Baglioni, Maurizio Geri, Claudio Giovagnoli, Francesco Fry Moneti, Paolo Amulfi, Marco Spiccio, Gabriele Savarese, Giacomo Tosti e Alessandro Bruno.

Siamo noi quelli che aspettavamo suona davvero molto bene, morbidissimo nelle finiture di batteria e di chitarra, un disco per lo più acustico e di ballate dolcissime, ricche di testi davvero troppo importanti per regalarli al primo venuto con il rischio che se li perda nelle tasche dei pantaloni alla moda. Marco Cantini per una qualche ragione, forse di radici e di retaggi culturali, ci racconta una Bologna che forse non gli appartiene, ci racconta gli anni ’70, ci fa parla di Andrea Pazienza e Tanino Liberatore, dei cinque famosi disegnatori e della droga - che lui chiama “La bianca” - ci racconta della classe operaia, Fellini, Frida Kahlo e tantissimo altro. Scorre lento, scorre con attenzione… Marco Cantini sa mettere gli accenti giusti e mai si perde in ridondanze sceniche e compositive. Insomma non da colore e forza a nessun ritornello, non ne ha bisogno, non gioca d’astuzia con strutture radiofoniche e forse per questo può sembrare monotono e pesante a chi è abituato solo a vedere la tv e ad accendere le grandi radio universali. Di sicuro non è un disco che girerà molto per le radio né tantomeno vuole somigliare alle ormai inflazionate produzioni digitali con suoni futuristici e poca maestranza d’esecuzione. Marco Cantini è un purista del suono, dell’anima, delle parole e della canzone italiana. Questo è un disco fuori dal tempo che non doveva nascere oggi nella cultura edonista e nella finta saccenza del tutto e del subito. E leggendo alcune delle numerosissime pubblicazioni già avvenute, mi associo a quanto si dice da più angoli della critica: studiate prima e poi mettetevi all’ascolto. In rete il bellissimo video Pazienza che racconta dell’ultima parte di vita del disegnatore marchigiano morto per droga nel 1988. (Alessandro Riva)



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