Sabato, 21 Novembre 2015

Come funziona la musica? La risposta di Amerigo Verardi

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Per questo terzo appuntamento con “Come funziona la musica?” abbiamo interpellato Amerigo Verardi, cantautore e produttore discografico di Brindisi conosciuto soprattutto per i suoi lavori con Allison Run, Lula, Lotus ma anche per le collaborazioni con Afterhours, Carmen Consoli, Baustelle, Virginiana Miller, Federico Fiumani e molti altri ancora. La lunga risposta che segue è la prova evidente di un personaggio che non si è mai risparmiato per la buona musica della scena indipendente italiana. Buona lettura.

Come funziona la musica? La risposta di Amerigo Verardi
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Parafrasando il titolo del libro di David Byrne e tenendo conto della tua personale esperienza, come funziona la musica oggi e quali sono le prospettive, soprattutto in Italia, per chi come te ha intrapreso questo mestiere da molti anni e per chi si appresta a farlo?

Per molti versi, la musica funziona oggi esattamente come ha sempre funzionato. La musica è e sarà sempre viva perché è un’esigenza umana, ed è un’esigenza perché noi e l’universo tutto siamo costituiti da agglomerati di particelle che vibrano e producono frequenze, cioè suono. Detto questo, per ognuno la musica funziona in modo differente, e ciò non dipende solo dal fatto che siamo tutti diversi l’uno dall’altro. Sono tali e tante le variabili e le casualità che interagiscono con il talento e la passione per la musica e le attività a essa connesse, che solo in presenza di un particolarissimo mix di accadimenti, di incontri, di tempi e di fortuna, si può verificare l’evento speciale di un musicista di talento, un compositore, un autore di canzoni, che riesce a far diventare la sua principale passione un vero e proprio lavoro, a volte anche senza particolarmente volerlo. E far diventare la musica un lavoro non vuol dire necessariamente raggiungere un certo successo di pubblico. A volte si può avere successo per una o due stagioni, ma nell’arco di pochi anni si può anche essere dimenticati e non avere più nemmeno i soldi per sopravvivere.

Bisogna quindi cercarsi un altro lavoro, o ritentare la fortuna con la musica, dopo che probabilmente si è lentamente riemersi da un esaurimento nervoso. Far diventare la musica un lavoro duraturo è un altro discorso, e credo che, circostanze fortunate a parte, abbia a che fare con la continuità di un impegno e con la costanza nel miglioramento della propria proposta artistica sia nelle registrazioni che dal vivo. “Migliorare la proposta artistica” è un paradosso interno, me ne rendo conto, non essendo la musica una gara sportiva di velocità in cui è facile capire se uno migliora: in questo caso, è indicativo battere il proprio record personale oppure vincere una medaglia alle olimpiadi, che è tutt’altra cosa che vincere un aleatorio Grammy come miglior canzone dell’anno, perché quando vinci una gara alle Olimpiadi hai veramente la certezza di essere il più forte di tutti, almeno in quel momento. L’eventuale miglioramento di un autore/compositore credo sia invece una valutazione del tutto personale, sia da parte del musicista stesso che da parte di chi lo segue.

La musica funziona quando dietro non c’è solo un talento e del genuino divertimento, ma anche tanto lavoro e dedizione. E più si lavora sul proprio talento (piccolo, medio o grande che sia), più si levigano le ingenuità. E più si lavora su ciò che siamo, più si levigano superficialità e isterismi. La musica funziona quando certe sovrastrutture personali (voglia di esibirsi piuttosto che di suonare, costante bisogno di dimostrare qualcosa a qualcuno, paure del giudizio altrui, eccessive insicurezze, eccessiva presunzione, eccessivo egocentrismo, smania nell’arrivare a tutti costi, etc.) si fanno pian piano da parte, lasciando spazio a elementi di espressione più puri ed essenziali. La musica funziona davvero quando capisci che non hai bisogno di sovrastrutture per godere nel crearla, ascoltarla, condividerla. La cosa più difficoltosa è fare della musica la propria professione e contemporaneamente viverla con un sentimento vergine. Quindi non dico che si possa raggiungere facilmente la perfezione, in questo senso, ma certamente si può lavorare per migliorarsi e fortificare il senso di ciò che si fa.

Personalmente, negli ultimi anni mi sono convinto del fatto che in quest’epoca sia più conveniente e più sano guadagnarsi da vivere con un altro mestiere, e quindi occuparsi di musica nel tempo libero. In questo modo non hai bisogno di cedere a compromessi artistici, non ti senti troppo coinvolto dagli aspetti peggiori dell’ambiente musicale, puoi esprimerti in totale libertà. Poi però so anche che un compositore può crescere tanto solo dedicando gran parte del suo tempo a scrivere, o a vivere una vita per lui stimolante e che lo ispiri nel creare musica e parole. Auguro a tutti i musicisti una fase così, nella vita. È un’esperienza molto intensa e istruttiva, sia negli aspetti positivi che in quelli negativi. Poi però è giusto arrivare a guadagnarsi la consapevolezza di poter scegliere cosa volere e cosa no.

Oggi posso dire che per me la musica funziona quando, suonando o desiderando di farlo, non sento altro bisogno che quello di esprimermi mediante suoni, appunto. La musica funziona quando nel farla ci si sente smoderatamente, profondamente felici. Armandosi di grande pazienza, di chiarezza di intenti e un pizzico di umiltà, possiamo rendere la nostra musica inattaccabile da alcuni agenti esterni che rischiano di inquinare il nostro rapporto con essa. Innanzitutto bisognerebbe prendere le cose per quello che realmente sono. Le etichette discografiche, come i talent-show televisivi, non sono templi edificati in onore dell’artista e della sua opera, ma organizzazioni aziendali che hanno lo scopo di guadagnare tutto il guadagnabile sfruttando il vostro talento. Fin quando pensano di guadagnarci qualcosa, sono sempre gentili, pieni di complimenti e bei progetti per voi. Ma provatevi a rendere, non in termini artistici ma in termini economici, molto meno di quello che si aspettano. Non restateci troppo male se un bel giorno vi accorgerete di essere stati scaricati, abbandonati a voi stessi: è successo quasi a tutti quelli che sono passati dalle loro grinfie, dai loro bilanci aziendali, dai grafici dell’audience. In Italia le cose possono sembrare anche peggiori. Sono più di venti anni che da noi si studiano approfonditamente modalità sofisticatissime per fregare il prossimo, e l’ambiente discografico-musicale - peggio ancora se abbinato a quello televisivo - non fa eccezione a questo andazzo.

Ormai sembrano essere quasi tutti anestetizzati, assuefatti a questo cattivo odore di malaffare, di inganno, di truffa. Per non parlare del dilagare della pura apparenza, dell’ignoranza, dell’aggressività e della violenza. Adeguarsi a tutto questo è la cosa più pericolosa e negativa che possa succedere, e in parte sta succedendo. Potrò anche essere preso per un vecchio idiota, e davvero non me ne importa un fico secco, ma sono convinto che senza un’onestà di fondo, un’etica professionale e artistica, un rispetto per le persone e per quello che abbiamo intorno, anche la musica e i musicanti non rappresentino niente di più che un oggetto da vendere, un prodotto di mercato come lo sono certi animali imbottiti di farmaci, seviziati e poi trucidati per farne attraenti hamburger da classifica. La musica funziona quando ha la capacità di renderci più liberi, più consapevoli, più forti. Si, è complicato riuscire a far diventare l’espressione artistica il lavoro della vita, ma offrendo tutto il meglio che di noi stessi possiamo offrire, avremo comunque vinto. Perché, alla fine, chi se ne frega se la musica non ci dà da mangiare. L’importante è che ci dia la possibilità di fare esperienze profonde, vere, di metterci in comunicazione ed empatizzare con tutti e tutto, di darci gioia, di elevarci spiritualmente.

Una postilla: anche chi non suona, ma ascolta musica per passione e/o per professione, può cercare di lavorare su se stesso per aprire quanti più spazi possibili al proprio ascoltare e al proprio godere della musica. Cercando un’empatia con ciò che si ascolta, qualsiasi cosa si stia ascoltando, si migliora il proprio ascolto. Cercando anche di capire come e perché sia stato prodotto un album, creata una canzone, una frase di testo, un suono, sintonizzandosi quanto più possibile sul contesto storico, sociale e individuale che fanno da sfondo a un’opera musicale di qualsiasi genere. L’adolescenza richiede uno schierarsi, una scelta netta, un’identificazione con un suono e con un’ideologia. E sappiamo quanto questa fase sia fondamentale. Ma la maturità dovrebbe portare a una graduale apertura, se non comprensione, verso tutti e verso tutto. Altrimenti cosa significa crescere? Così facendo, si può senz’altro aiutare se stessi e la musica a funzionare meglio.

Amerigo Verardi

Leggi cosa hanno risposto gli altri musicisti

“Un’estate in clinica” di Lotus (brano estratto da “Nessuno è innocente”)