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La recensione del concerto dei Godspeed You! Black Emperor a Padova | 19 novembre 2019

La recensione del concerto dei Godspeed You! Black Emperor a Padova
I Godspeed You! Black Emperor si sono esibiti lo scorso martedì 19 novembre all’Hall, un nuovo locale alle porte di Padova di Est (ed è il terzo, nel raggio di pochi km). (Read more - Leggi di più)

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Il concerto di Nick Cave a Roma visto da Carlo Massarini | Recensione

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Roma, 8 novembre 2017 – Guardo Nick Cave da pochi metri (quasi centimetri), niente Canon oggi (purtroppo), solo un iPhone e neanche tanto nuovo. E, mentre gli tengo prima con una, poi con due mani un ginocchio evitando che, proteso in avanti com’è, si schianti sul pavimento a pelle d’orso, penso. In nessun concerto che abbia mai visto, l’artista celebra un rito di comunione come questo. Non condivisione, non coinvolgimento, proprio comunione. Nel senso biblico del termine. Carne e sangue. (Read more - Leggi di più)

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Todays Festival 2017: nella seconda giornata svettano Perfume Genius e Richard Ashcroft | News

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Dopo il forfait di Wrongonyou per problemi di salute e la buona esibizione di Giorgio Poi, svettano nella seconda giornata del Todays Festival le performance di Perfume Genius e Richard Ashcroft. (Read more - Leggi di più)

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Prima giornata del TOdays Festival 2017 con una emozionante PJ Harvey | News

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Prima giornata del TOdays Festival 2017 con l’esibizione di una PJ Harvey (foto in alto) ispirata e in gran forma davanti a un pubblico nutrito e partecipe che, prima dell’artista britannica, ha assistito ai concerti della giovane Alice Bisi, aka Birthh, e del sarcastico Giovanni Truppi. (Read more - Leggi di più)

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La magia degli AIR al Teatro Romano di Ostia Antica | Recensione

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È stato un concerto ipnotico quello degli AIR al Teatro Romano di Ostia Antica lo scorso 24 luglio. Un’ora e mezza circa di elettronica pop emozionale suggellata da uno scenario altrettanto suggestivo e da una platea attenta che ha riempito le antiche gradinate in ogni ordine di posto. (Read more - Leggi di più)

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Live review: Eugenio in via di gioia, Festambiente, Vicenza.

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Chi legge Musicletter.it conoscerà gli Eugenio in via di gioia, giovane gruppo torinese il cui nome si ispira ai nomi e ai cognomi degli stessi componenti: Eugenio Cesaro (voce, chitarra e testi), Emanuele Via (pianoforte, fisarmonica e cori) e Paolo di Gioia (percussioni, batterie, cori, cane e varie ed eventuali com’è indicato nel poster/libretto del loro CD) mentre Lorenzo Federici (basso e cori) non contribuendo al nome della band intitola il loro primo album, uscito circa sei mesi fa, proprio con il suo nome e cognome. Lo scorso 24 giugno si sono esibiti a Vicenza nell’ambito di Festambiente dando un’ottima risposta a tutte le buone aspettative nate ascoltando Urrà (il loro EP) e l’album di debutto. Cresciuti musicalmente per le strade di Torino divertendosi a sorprendere gli ingenui passanti, questi giovani musicisti scanzonati scrivono canzoni dal carattere popolare (o folk, se preferite) per affrontare la vita in tono ironico e a volte canzonatorio. Nonostante la presenza di un gran palco con la dotazione completa che si rispetti, Eugenio, Emanuele, Paolo e Lorenzo si sono presentati su un piccolo palco per un concerto acustico degno della loro origine busker. La capacità di coinvolgere il pubblico è stata al di sopra di ogni aspettativa, i quattro ragazzi hanno via via infatti scaldato gli ascoltatori infreddoliti, sia dalla serata che dalla scarsa confidenza con le loro canzoni, riducendo così quasi a zero la distanza degli spettatori con il palchetto. Perché gli Eugenio in via di gioia riescono a divertirsi e a divertire con musiche dal ritmo trascinante, con attacchi traditori e stacchi improvvisi alternati da assoli vocali o strumentali. O forse perché loro canzoni riescono a descrivere in maniera divertente quanto stia succedendo in questo Paese sgangherato e che trovano il miglior esempio in Perfetto uniformato. Per questo motivo, per chi scrive, gli Eugenio in via di gioia sono una delle più belle sorprese della musica italiana. (Alessandro da Rin Betta) (Read more - Leggi di più)

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Live review: Edda al CSC di San Vito di Leguzzano (Vicenza)

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20 anni. L’ultima volta che vedemmo fu a fine agosto 1994. C’era un festival, in provincia di Vicenza, dove collaboravo all’organizzazione assieme a un affiatato gruppo di fratelli. Suonarono i Ritmo Tribale, davanti almeno a 5.000 persone. Fu una serata indimenticabile. Poi il nulla. Edda sparisce, i Ritmo anche. Tutto fino al 2009. Esce in quell’anno, infatti, Semper Biot. Disco bellissimo, inaspettato e proprio per questo ancora più bello. Talmente bello da non trovare parole adatte per descrivere le sensazioni che si provano ad ascoltarlo, senza cadere nella banalità, nella mediocrità, nella descrizione di una vita difficile e turbolenta, come origine di testi intimi e disperati. Quando il disco esce, ancor prima di ascoltarlo, senza bene sapere perché (io e Edda non siamo amici, non ci siamo mai più rivisti dopo quella sera), la sensazione è quella che provi quando un tuo caro amico torna dopo anni che non lo vedevi, senti caldo. Hai voglia di sapere come se la passa. Allora prendi il disco, lo ascolti e godi. Così è stato anche per Odio i Vivi e così è ora anche per Stavolta Come mi Ammazzerai?, ultima fatica del Nostro, disco italiano dell’anno non solo per noi di ML ma per quasi tutti quelli che in Italia si occupano di Musica Indipendente (e indipendentemente). Ti puoi immaginare, quindi, con che stato d’animo mi metto in viaggio per sentire il concerto che si è svolto al Centro Stabile di Cultura a S. Vito di Leguzzano, in provincia di Vicenza. Il CSC è un mito: da 25 anni questi “ragazzi”, riuniti in un’associazione, organizzano musica live, senza nessun aiuto esterno (sponsor, amministrazioni varie, di vari colori), auto alimentandosi con tesseramenti e ingressi ai concerti. Questo è un gran vantaggio. Praticamente fanno suonare chi vogliono, ma ciò che è ancora più bello è che non fanno suonare chi non vogliono. Inutile dire che il risultato è egregiamente superlativo. Entriamo e poco dopo riesco a fermare Edda, che si aggira sorridente per il locale. Gli mostro la foto scattata 20 anni prima allo “Sgnarock” (così si chiamava il festival). Si illumina, anche se non si ricorda molto bene (è “Edda lo smemorato…”). Gli chiedo la replica. Accetta. La facciamo, ma dopo averla vista non ci va bene. La rifacciamo e ci piace. “Siamo belli” dice a mia moglie che si è offerta di scattare le foto, “siamo sempre belli”. Facciamo due chiacchiere e poi è ora del live. Gente ce n’è. Ed è anche bella motivata. Segno questo che il concerto andrà alla grande. Salgono sul palco Luca Bossi, prima, per accordare il basso e poi Fabio Capalbo. Il loro contributo alla riuscita del set è fondamentale. Fabio alla batteria mena come un fabbro, ma un fabbro gentile, che conosce bene il suo lavoro e quando deve accarezzare lo strumento lo fa con maestria e dolcezza. Luca è una sorpresa continua: non sbaglia una nota, suonando il basso con il plettro ma riuscendo comunque a farne uscire un suono caldo e deciso, cosa non semplice e poi, alle tastiere, tenendo la cassa con un suono di basso con la mano sinistra e producendo gli accordi suonando il pianoforte con la destra, usando con sagacia lo strumento “Ableton”. Edda sale sul palco per ultimo. Dopo la presentazione della Band, che dice di non fare mai, attacca “Pater” e poi non si ferma più. Introduce ogni pezzo con l’atteggiamento di chi è distaccato, di chi è consapevole che quello che sta facendo non è la cosa più importante del mondo, che nel mondo c’è anche altro, ma poi, mentre canta, con una voce davvero notevole, dolce e piena di cattiveria allo stesso tempo, ruvida, ma piena di bellezza, urlata ma sussurrata, si capisce che tutto arriva dall’anima, che niente è lì per caso e che quello che abbiamo la fortuna di ascoltare è vero. Per questo non ti prenderanno a Sanremo, Edda, rassegnati! Così scorrono “Mademoiselle”, “Puttana da un Euro”, strepitosa, “Milano”, “Odio i Vivi” e le altre fino al finale a sorpresa, con “Uomini” dei Ritmo. Concerto bellissimo, che oltre al piacere di rivedere un grande artista alla ribalta, ha aggiunto la conferma di due musicisti che, uniti al Nostro, formano una banda rock con luminosa energia, sapiente inventiva e religiosa dannazione. Vorrei dar loro un consiglio, però: non fatelo il concorso per il chitarrista. Se la chitarra Edda la suona così, va benissimo. Aspettiamo vostre notizie, ragazzi. (Alessandro Grainer – 9 gennaio 2015) (Read more - Leggi di più)

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Anna Calvi all’Auditorium Parco della Musica di Roma (live review)

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Ad accogliere Anna Calvi a Roma questa volta ci sono l’Auditorium Parco della Musica e un pubblico numeroso e attento che restituiscono alla cantautrice inglese una dimensione decisamente più idonea alle nostre, e forse anche sue, aspettative. Previsioni che non vengono affatto disattese dalla musicista di origini italiane che si presenta sul palco della Sala Sinopoli vestita completamente di nero, con i tacchi a spillo e imbracciando una delle sue chitarre elettriche. Una vera donna rock, per dirla tutta, non solo nell’immagine ma anche nella sostanza, che non perde tempo in convenevoli e dà subito inizio allo show con Suzanne and I, squarciando, tra un click e l’altro di un fotografo, il silenzio immobile dell’auditorium. L’aria si riscalda lentamente, prima con Eliza e poi con la catartica e commovente Sing To Me fino ad arrivare alle successive Suddenly e Cry che ci fanno esplodere il cuore e il cervello con un mix di energia e romanticismo. L’atmosfera è quella giusta e lei sembra intuirlo fin dalle prime battute, concedendoci qualche sorriso e sussurrando qualche timida parola al microfono. È felice, lo intuiamo, e noi più di lei, soprattutto quando esegue tre splendide cover come Surrender (Elvis Presley), Fire (Bruce Springsteeen) e Foxy Lady (Jimi Hendrix), dimostrando tutto il suo background musicale. E così, applauso dopo applauso, si va avanti con una canzone più devastante dell’altra: da Rider to the Sea a Love Won’t Be Leaving, passando per Love of My Life, Carry me Over e Desire che ci lasciano sospesi tra la quiete e la tempesta. È un orgasmo sonoro dove tutto è studiato nel minimo dettaglio, merito non solo della cantante londinese che suona e canta come una dea, ma grazie anche a una band che non perde un solo colpo, dal primo all’ultimo secondo. C’è tutto questa sera: Maria Callas, Ennio Morricone, Pj Harvey, Siouxsie and the Banshees, Nina Simone, Nick Cave, Jimi Hendrix, David Bowie… Insomma, c’è tutta la musica che amiamo. Oscura, romantica, corrosiva e fatta di grandi contrasti. E al di là dei paragoni che la vogliono epigona di questa o quell’altra artista, anche stavolta Anna Calvi ha dimostrato di essere “semplicemente” Anna Calvi. Una volta per sempre. (L.D. / Redazione Musicletter.it / Roma, 24 febbraio 2014) (Read more - Leggi di più)

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Live review: a Bologna il rock and roll deflagrante dei Buckcherry

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Trinitrotoluene! Se non avete voglia di continuare a leggere, vi basti pensare al composto più noto con l’acronimo TNT come verosimile perifrasi di una performance strepitosa. Ce n’è voluto di tempo affinché anche al pubblico italiano venisse offerta la possibilità di godere dell’onda d’urto della band di Josh Todd e Keith Nelson, suona perciò rinfrancante che, a conti fatti, i californiani Buckcherry abbiano ripagato in soldoni pesanti il tempo perduto. Aprire le danze con una clamorosa Lit up può voler dire due cose: non avere il minimo barlume di pietà per il discutibile opening act (Venrez) e sibilare agli headliner Hardcore Superstar che la palma di migliori della serata non la vinceranno certamente a tavolino. Se Rescue me e un pezzo “live” fino alle viscere come All night long versano ancora ettolitri di benzina sul fuoco, una mazzata come Fall ratifica con fiamme roventi il clima incendiario. Everything giunge quasi come la necessaria risalita dall’apnea rock, un break che sfocia poi nell’ampio respiro della ballata Sorry a cui la band deve parte della sua notorietà e più di qualche spicciolo in banca. Josh Todd è un dannato pervertito, un impasto micidiale di tempra, sesso, gestualità e non ultima la voce al vetriolo, manifesto e caratteristica peculiare dei Buckcherry che ha decantato in crescendo storie torbide, accattivanti e decadenti, senza perdere colpi… Il gruppo al suo fianco è una sgargiante macchina da rock’n’roll e la resa sonora soddisfacente dell’Estragon non fa che evidenziarne le frecce acuminate; fronzoli, manierismo e orpelli non sono di casa, qui si bada alla sostanza e le pillole in omaggio agli eroi mai rinnegati AC/DC (Big balls) e Rolling Stones (Miss you) suonano come vere professioni di fede piuttosto che furbi espedienti, il tutto sotto la simbolica egida del nume tutelare di una “certa” band di Boston che con i suddetti mostri sacri va a sublimare il dna dei Buckcherry stessi. Attorno al midollo solido ed essenziale della sezione ritmica si annodano nervi e muscoli nei riff e nelle svisate di Stevie “The Philippine Nightmare” D. e del co-fondatore Nelson; le loro improvvisazioni lasciano presagire sempre colpi gobbi, come quando ad esempio esplodono in una devastante Crazy Bitch che mette in allarme un servizio d’ordine già pronto a raccogliere i bulloni della struttura. Fatevi un favore, prendete la vostra copia di Live & Loud del 2009, con i suoi filtri e angoli smussati e scaraventatelo serenamente nel cesso senza timore di pentimento; i Buckcherry dal vivo vanno vissuti così, sudici, sporchi e selvaggi. Il rock’n’roll non è mai stata roba per fighetti, non lo sarà mai! (Manuel Fiorelli / 16.11.2013) (Read more - Leggi di più)

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Rock in Roma 2013: Dio salvi i Blur!

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Damon Albarn, Graham Coxon, Alex James e Dave Rowntree si presentano sul palco di Rock in Roma con evidente ritardo: sono infatti passate da poco le dieci e ancora nessuna traccia dei magnifici quattro. Il pubblico dell’Ippodromo delle Capannelle – affollato come non si era mai visto in questi giorni di festival – è visibilmente impaziente, complice anche un’afa davvero insopportabile. E proprio quando l’agitazione sembra che stia travalicando il limite, ecco che i Blur fanno il loro ingresso con Girl & Boys che fa esplodere in un boato assordante spalti e platee, e tutti, improvvisamente, si scrollano di dosso il peso della calura e delle lunghe ore di attesa. Albarn è in uno stato di forma eccellente: canta, saltella e rinfresca le prime file gettando loro l’acqua contenuta nelle bottigliette messe a disposizione del gruppo inglese. Di lì a poco è l’inizio dell’estasi: una vera bolgia di piacere fatta di cori e suoni al fulmicotone che, subito dopo, prosegue con Popscene fino a raggiungere l’apice con Parklife. C’è feeling. C’è follia. C’è voglia di divertimento. C’è un grande pubblico composto da giovani e meno giovani, ma soprattutto c’è una grande band questa sera a Roma. Senz’ombra di dubbio una delle migliori formazioni della storia del pop inglese. Quattro personaggi che dal vivo hanno saputo mettere in evidenza un’attitudine punk figlia di quell’Inghilterra audace, ribelle, stravagante e trasgressiva che ben conosciamo. Ecco perché sono i Blur i migliori eredi della scena pop rock britannica di questi ultimi vent’anni. Lo hanno dimostrato con un’ora e mezza abbondante di concerto in cui non hanno mai abbassato la tensione. Lo hanno fatto divertendosi e facendoci divertire, fino a far deflagrare l’Ippodromo delle Capannelle con Song 2, canzone nota anche ai profani che chiude meravigliosamente e in maniera pirotecnica, almeno per chi scrive, questa edizione di Rock in Roma 2013. God save the Blur. (Luca D’Ambrosio) (Read more - Leggi di più)

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I Sigur Rós incantano Roma

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Nonostante certuni continuino a considerare i Sigur Rós come un gruppo “noioso”, “soporifero” o “lagnoso” (spesso sulla base soltanto di qualche ascolto random), ogni live della formazione islandese si rivela sempre uno spettacolo coinvolgente ed emozionante, come pochi se ne vedono in giro. Ne è l’ennesima conferma l’esibizione tenutasi ieri a Rock in Roma 2013. Circa due ore di show che hanno ipnotizzato il pubblico dell’Ippodromo delle Capannelle gremito al di sopra di ogni (nostra) aspettativa. Un concerto catartico e dall’impatto sonoro “devastante” dove Jónsi & soci (oramai senza neanche Kjartan Sveinsson) hanno eseguito parte dei brani dell’ultimo lavoro in studio (Kveikur) ma anche alcune delle loro canzoni memorabili come Olsen Olsen e Hoppípolla. Al resto, invece, ci hanno pensato le suggestive proiezioni video e una splendida quanto semplice scenografia fatta di lampadine, accese, messe sull’estremità di un’asta e sistemate qua e là sul palco. Insomma, anche questa volta, con la complicità di fiati e archi, i Sigur Rós hanno dimostrato di essere una vera e propria band da palco capace di dar vita a un concerto incantevole e allo tempo stesso dilaniante. (Luca D’Ambrosio) (Read more - Leggi di più)

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ML – Indie News 2: scarica e leggi il nuovo PDF

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Pronto per essere scaricato e letto il numero 2 di ML – Indie News: il nuovo bollettino indipendente d’informazione musicale e culturale che racchiude le ultime notizie e recensioni pubblicate dal nostro blog. Il notiziario ha cadenza più o meno settimanale ed è scaricabile gratuitamente (in formato PDF) attraverso questo link. Buona lettura. (Fonte: ML) (Read more - Leggi di più)

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Live review: Roy Paci all’Auditorium Parco della Musica di Roma

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Il più recente progetto musicale di Roy Paci, realizzato con il sostegno del gruppo dei CorLeone, è stato presentato all’Auditorium Parco della Musica di Roma il 13 aprile scorso nell’ambito di un tour che il musicista siciliano sta conducendo in giro per l’Italia. Non si tratta di una novità assoluta visto che nel 2005 Roy aveva inciso (e si era esibito con la stessa formazione) l’album “Wei Wu Wei”, passato però quasi inosservato. Ma l’intento primario di Paci è stato quello di realizzare un progetto poco o nulla etichettabile, servendosi di musicisti dall’impronta e dal taglio per nulla convenzionali. Il poliedrico trombettista di Augusta (Siracusa), sempre intrigato dalle mille sfaccettature del jazz meno accademico, questa volta mette in campo l’aspetto più sperimentale del genere, quello che flirta decisamente con le correnti più avanguardistiche provenienti d’oltreoceano (la no-wave newyorkese o le asperità ardite alla Miles Davis e alla Lester Bowie), contaminandosi di electro e talvolta addirittura sfiorando (con il suo ensemble) le dissonanze spiazzanti e deviate dei King Crimson della metà dei Settanta. In fondo Rosario (detto Roy), classe 1969, ha iniziato a fare jazz fin da giovanissimo quando nel 1986 ha cominciato a far parte del gruppo del sassofonista Stefano Maltese, As Sikilli, proseguendo poi la sua avventura all’interno di altri gruppi sperimentali (Zu, Trionacria, Ex & Brass Unbound e Mondo Cane) tra il 1997 e il 2001. E da quel tempo Paci non si è mai seduto sugli allori aggiungendo sempre nuovi tasselli alla propria formazione musicale e al proprio bagaglio di conoscenze. “Blaccahénze” (un’espressione dialettale abruzzese che significa casino, bordello) è il titolo del nuovo album presentato per l’occasione a rispecchiare una delle anime più sperimentali dell’artista siciliano. Sia lui che i musicisti che l’accompagnano costituiscono un collettivo muscolare che ha messo in essere una sorta di laboratorio di idee, mostrando grande affiatamento nell’adottare tecniche d’improvvisazione non obbligatoriamente jazzistiche; il tutto arricchito da una venatura di contaminazione di sonorità provenienti dalla terra d’origine di Roy, la Sicilia. La formazione dei CorLeone, priva di basso, oltre al leader Paci (che suona tromba e flicorno), consta di Marco Motta (sax baritono), Guglielmo Pagnozzi (sax alto), John Lui (chitarra e synth), Alberto Capelli (chitarra) e Andrea ‘Vadrum’ Vadrucci (batteria); tutti musicisti proveniente da ambienti musicali diversi. “Ho voluto fortemente registrare un secondo album dopo il primo nel 2005 – Wei Wu Wei N.d.R. -, perché avevo l’esigenza di esprimere i miei nuovi orizzonti musicali, le composizioni scritte in tutti questi anni frutto delle mie esperienze con tanti musicisti eccezionali e di un lavoro specifico sulle mie ricerche clivotonali con l’accostamento di strumenti musicali all’elettronica”. I 75 minuti del concerto nella Sala Petrassi, dinanzi ad un pubblico di circa trecento persone, scorrono taglienti, offrendo un’impeccabile sintesi delle potenzialità ancora non del tutto espresse da una formazione che ha sicuramente larghi margini di miglioramento. Sono stati eseguiti dal vivo i brani inclusi nel disco “Blaccahénze”. La tromba ed i sassofoni si intrecciano e si rincorrono di frequente, lasciando ampio spazio all’improvvisazione; calda ed ipnotica risulta “Budstep Infected”, mentre “Oeil Reloaded” fa leva su un lungo assolo di tromba. (Luigi Lozzi) (Read more - Leggi di più)

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Il tour di reunion dei Neutral Milk Hotel

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A distanza di 15 anni da In the Aeroplane Over the Sea, secondo album che seguiva l’esordio del 1996 intitolato On Avery Island, i Neutral Milk Hotel di Jeff Mangum, Jeremy Barnes, Scott Spillane e Julian Koster hanno annunciato un tour di reunion previsto per il prossimo autunno; tour che per ora, stando a quanto dichiarato sul sito della band originaria di Ruston, Louisiana, toccherà le città americane di Athens e Asheville, ma anche Taipei (Taiwan) e Tokyo (Giappone). Una parte del ricavato dalla vendita dei biglietti andrà in beneficenza all’organizzazione Children of the Blue Sky. (Fonte: walkingwallofwords.com) (Read more - Leggi di più)

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All’Orion di Ciampino, Roma, Mark Lanegan il visionario

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Quella di ieri sera all’Orion di Ciampino (Roma) è stata la serata ideale per andare a vedere e, naturalmente, ad ascoltare dal vivo Mark Lanegan. Pioggia a dirotto, buio pesto e sentimenti che si agitano tra la quiete e la tempesta. Un po’ come le canzoni dell’ex Screaming Trees che passano al setaccio blues, rock e psichedelia nel modo in cui soltanto lui, il nostro visionario, riesce a fare. Lo fa cantando in maniera impassibile e senza concedere una smorfia, quasi statuario, dritto davanti all’asta del microfono, vestito di nero e con la sua folta chioma che gli scende sul viso. Lo fa, però, con una voce profonda e cavernicola, ma soprattutto con la complicità di una formazione che, a dispetto del suo immobilismo, suona e si dimena come una vera e propria rock’n’roll band. E l’effetto è devastante con un Lanegan che incanta e allo stesso tempo scuote le anime dei presenti con brani estratti sia dal suo vecchio repertorio (quali, per esempio, Resurrection Song e One Way Street del meraviglioso Field Songs del 2001 e Wedding Dress e One Hundred Days di Bubblegum del 2004) che dalla sua ultima fatica in studio, sto parlando di Blues Funeral, sicuramente una delle uscite discografiche più belle del 2012, da cui esegue pezzi inconfondibili come The Gravedigger’s Song e Tiny Grain of Truth. Il risultato finale è un’ora e un quarto di concerto che seduce e ipnotizza il pubblico composto tanto da giovani indie quanto da vecchi rocker. Un locale gremito, accogliente e con un’acustica spettacolare. Nulla da eccepire, insomma. E alla fine si torna a casa, di notte e sotto un cielo carico di pioggia. Eh sì, è stata davvero la serata ideale… (Luca D’Ambrosio) (Read more - Leggi di più)

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Suzanne Vega al Crossroads Live Club

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(Crossroads Live Club – Roma, Braccianese – 2 novembre 2012) – Una delle migliori songwriter americane degli anni Ottanta e Novanta, quella che con le sue ballate intimiste ha aperto la strada a una nuova generazione di cantautrici e sulla quale la macchina mediatica ha steso il velo dell’oblio nell’ultimo decennio, ha tenuto un delizioso concerto nei pressi di Roma. Si trattava della tournée per celebrare il 25ennale dell’uscita del suo secondo album (”Solitude Standing“) che dopo le acclamate esibizioni dello scorso settembre a Boston, New York e Londra, è approdata in Europa. Non poteva mancare l’Italia tra le mete preferite di Suzanne Vega che ha tenuto quattro date sul suolo italiano tra il mese di ottobre e di novembre. E dalle nostre parti il luogo deputato all’evento è un locale in forte crescita, il Crossroads Live Club, dislocato in via Braccianese, a nord di Roma. Suzanne Nadine Vega nasce a Santa Monica, in California, l’11 luglio del 1959 ma New York l’adotta fin dall’età di due anni. Nella ‘Grande Mela’ cresce (nell’Upper West Side), studia (diplomandosi alla High School of Performing Arts poi laureandosi in inglese alla Columbia University e respirando l’atmosfera multiculturale della metropoli) e costruisce la propria credibilità artistica – nel circuito dei folk club del Greenwich Village – in un periodo di fervido sviluppo per il songwriting ‘a stelle e strisce’, durante il quale nuove figure si vanno imponendo, e si offrono al ricambio generazionale di quello zoccolo duro di cantautori emerso alla metà dei Sessanta sulla scia di Bob Dylan. Porta il cognome del padre adottivo, lo scrittore portoricano Ed Vega; del padre autentico non ha mai saputo nulla. Frequenta così anche la comunità ispanica, cosa che serve ad ampliare i suoi orizzonti artistici. Il suo modello di riferimento è da sempre Leonard Cohen ma a convincerla ad imboccare la strada del cantautorato è un concerto di Lou Reed del ’79 che lei racconta così: “Mi ha folgorato, è stata la prima volta che mi è capitato di vedere un artista affrontare temi come la violenza e la disperazione con grande coraggio. Ho capito là che avrei potuto dedicare la mia scrittura agli esclusi, alla gente della strada, che sarei potuta diventare una folksinger“. Il 1985 è l’anno dell’esordio discografico con l’album che reca semplicemente il suo nome e che le permette immediatamente di riscuotere i favori della critica. Nell’87 è la volta di “Solitude Standing”, disco che contiene il suo maggior successo, “Luka”, in virtù del quale la Vega arriva a conquistare un gran numero di estimatori nel segno di un folk-pop acustico di eleganza assoluta e grande sensibilità. Sono gli anni in cui una nuova generazione di cantautrici trova spazio nei gusti degli appassionati e certamente Suzanne, con il suo successo, apre le porte all’affermazione futura di colleghe quali Tori Amos, Sheryl Crow, Alanis Morissette, Fiona Apple, la canadese Sarah McLachlan. I suoi brani narrano di piccole malinconie quotidiane, mettono a fuoco le insidie dell’amore. Ma Suzanne non è mai stata artista troppo prolifica (anche a causa dei continui ripensamenti personali sulla propria arte), ha conservato sempre un profilo basso da anti-star del rock (”Se tieni un basso profilo puoi durare più a lungo, anche se magari non finisci sui giornali” dichiarava un tempo), e il successivo album arriva ben tre anni dopo, nel ’90, lo sperimentale “Days Of Open Hand”, risultando alla fine – seppur non brutto – piuttosto deludente, probabilmente perché appare chiaro come i tempi siano già rapidamente cambiati, e nuovi generi ed autori hanno preso il sopravvento. Suzanne Vega smarrisce il feeling instaurato con il grosso pubblico e le rimane unicamente l’affetto e l’attenzione degli appassionati della prim’ora che continuano a seguirla con devozione. Solo due gli album incisi nei Novanta: “99,9° F” (1992), che contiene la splendida “In Liverpool“, e “Nine Objects Of Desire” (1996). Nel nuovo millennio “Songs In Red And Grey” (2001) è seguito da un’antologia nel 2003 dal titolo “Retrospective – The Best Of Suzanne Vega” e nel 2009 da “Beauty & Crime” inciso per una nuova etichetta, la prestigiosa Blu Note. Le recenti raccolte “Close Up” includono le vecchie canzoni reinterpretate con toni ancor più intimisti: nuova veste e nuova vita a brani che hanno gli anni sulle spalle. Ora, se da una parte si riduce ulteriormente l’attività discografica dall’altra Suzanne continua a tenere concerti nei piccoli club e apre i propri interessi verso la scrittura. Riservata, garbata ed elegante come da sempre la conosciamo, antidiva per elezione, così Suzanne si è presentata al pubblico che l’ha accolta con calore nel club Crossroads alle porte di Roma, forte di una capacità di sedurre il ‘suo’ pubblico collaudata nella lunga sequela di concerti che in questi anni si è concessa. Uno stile molto personale, un minimalismo artistico impreziosito da trame sonore delicate, accompagnandosi alla chitarra acustica (e servendosi quale unico supporto del chitarrista Gerry Leonard) su cui si innesta un vocalismo spesso sussurrato, ma ben distintivo: non riesce a tenere le note lunghe per antichi problemi d’asma. Ma questo non inficia affatto il valore della sua esibizione. Le sue canzoni intimiste sono quasi delle poesie, pennellano gli struggimenti dell’animo, è un pop acustico (talvolta) tinteggiato di sfumature jazzy. “Oggi sono una piccola cosa triste” canta Suzanne in “A Small Blue Thing”, snocciola poi una dietro l’altra nei 90 minuti di concerto l’intensa ballata “Marlene On the Wall”, “Book Of Dreams”, “Caramel”, “Frank & Ava” dedicata a Sinatra e Ava Gardner, la bossanova di “Pornographer’s Dream“, “Tombstone” che introduce raccontando un curioso aneddoto sulla morte del gatto di casa, “The Queen and The Soldier”. Ad assisterla di tanto in tanto, per tradurre alcune cose che lei ci tiene siano per comprese dal pubblico, sale sul palco Valerio Piccolo, un cantautore di Caserta che vive tra Roma e New York e che da molti anni ha allacciato stretta amicizia e una collaborazione con la cantautrice. Non potevano mancare in chiusura di concerto, e prima dell’immancabile bis, le due perle più significative e conosciute della sua discografia, “Luka” e “Tom’s Diner”, entrambi dell’87 e presenti sull’album “Solitude Standing”. Il primo, lo ricordiamo, è un brano che tratta con molta delicatezza il tema incubo dell’abuso sui minori, una materia difficile da affrontare; Suzanne punta il dito contro l’indifferenza della gente e, come ha svelato solo più tardi, pur narrando in terza persona, ha portato in primo piano un episodio che da piccola ho vissuto sulla propria pelle. Il secondo reca il nome di un famoso ristorantino di Broadway ed è diventata assai popolare in tempi recenti per il remix in chiave rap operato dai due produttori di musica dance inglesi conosciuti come Dna. Tornando brevemente a Valerio Piccolo ricordiamo che dal 2000 è il traduttore ufficiale di Suzanne, ha curato per le edizioni Minimum Fax la traduzione per il nostro paese (con il titolo di “Solitude Standing“) di “The Passionate Eye“, un libro di racconti, poesie e canzoni inedite della cantautrice. A più riprese Piccolo è salito sul palco insieme a Suzanne e dal 2007 apre le date italiane dei suoi tour. Insieme, un paio d’anni fa, hanno dato un ‘sequel’ a “Freeze Tag”, pezzo su una storia d’amore che finiva, contenuto nel primo album omonimo di Suzanne, con “Suono Nell’Aria – Freeze Tag”, nel quale i due protagonisti di venticinque anni fa si incontrano nuovamente e provano a dialogare ancora. Brano che Piccolo ha interpretato in apertura di serata nello spazio a lui concesso prima della performance di Suzanne. (Luigi Lozzi) (Read more - Leggi di più)

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Roma e la neopsichedelia dei Moon Duo

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Un’ora abbondante di suoni psichedelici ed elettronici quelli messi in scena dai californiani Moon Duo nel piccolo e angusto Muzak di Roma, poco più di una cantina riempita all’inverosimile di bella gente e amplificatori. L’attesa è abbastanza lunga e per questo abbiamo il tempo di mandare giù qualche long drink disquisendo di neopsichedelia e krautrock, Suicide e Spacemen 3, My Bloody Valentine e Warlocks. Intanto, tra una chiacchiera e l’altra, ci accorgiamo che mancano pochi minuti alle 23 e 30. Alziamo lo sguardo e vediamo farsi spazio tra la folla, assiepata giusto a qualche centimetro dal palco e dalla strumentazione, Erik “Ripley” Johnson e Sanae Yamada. Una veloce regolazione alle apparecchiature e si parte subito con Sleepwalker, brano d’apertura del loro ultimo lavoro in studio che coinvolge immediatamente il pubblico in una sorta di danza ipnotica e allucinogena. Di lì a breve sarà un muro sonoro fatto di chitarre distorte, battiti elettronici e voci riverberate. Eseguono gran parte dei brani dell’ultimo disco, Circles, come è ovvio che sia, con la gente che non smette di agitarsi e che sembra essere caduta in una specie di trance. Si arriva a fine concerto con un senso di catarsi. Allora ci dirigiamo verso Ripley e Sanae e chiediamo loro se sono contenti della serata romana. Rispondono, quasi all’unisono e con i volti estasiati, “Yeah”. E così, il tempo di fare qualche foto e di acquistare un paio di vinili, ripartiamo in preda agli ultimi rantoli psichedelici. Questa sera Roma ci sembra San Francisco. (L.D.) (Read more - Leggi di più)

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I Wilco conquistano Padova

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Esco dal lavoro e approfitto per prendere un bell’aperitivo con un’amica che non vedo molto spesso. Poi lei si offre di accompagnarmi visto che, non essendo padovano ma frequentando solo una strada e uno studio della città del Santo, rischierei di perdermi in tangenziale. I montanari a Padova si perdono sempre. Lei non verrà al concerto, però, tornerà nello stesso posto fra qualche giorno a sentire (sigh) Biagio Antonacci. Vabbè, arrivederci e grazie per l’aperitivo. Lei rimane comunque molto simpatica e in ogni caso le voglio bene. Basta che non si parli di musica, ok? Entro e prendo posto. Dopo poco inizia il concerto. Jeff Tweedy e gli atri cinque ragazzi di Chicago entrano e senza dire una parola attaccano “One Sunday Morning”, dedicata al boyfriend di Jane Smiley (sembra che il pezzo sia nato dopo un confronto fra i due in una chat intorno a questioni religiose), scrittrice che vinse il premio Pulitzer nel 1991 con una storia (a thousand acres) che si ispirava al Re Lear di Shakespeare. La ballata scorre lenta, ma non silenziosa (cit.) e intanto si crea quell’atmosfera di attenzione e attesa che sapientemente i nostri hanno progettato. Il fatto è che i Wilco non fanno mai quello che tu ti aspetti, ti prendono alla sprovvista, ti portano lontano, in alto, per poi farti precipitare con una violenza che non ti aspetti, ma poi, quando stai per stramazzare al suolo, ti riprendono e ti portano di nuovo su. Sembrano un cubo di Rubik la prima volta che te lo trovi fra le mani: quando pensi di essere riuscito a metterlo in ordine, ecco che devi ripartire daccapo. Le emozioni che si provano ascoltandoli ricordano vagamente quelle che provi da bambino quando entri nella giostra del castello incantato: sei lì tranquillo che cammini al buio e all’improvviso appare il mostro lì di fianco che ti fa fare un salto che nemmeno Michael Jordan. Bellissimo. È così che due ore piene zeppe di musica iper-contaminata, stacchi pazzeschi, scale a salire e a scendere, note singole tenute per un minuto mentre intorno si scatena l’inferno, assoli di chitarra e poi di chitarre, che intrecciano le note in armonie solo apparentemente semplici, passano in due minuti. A un certo punto qualcuno urla: “Non vogliamo andare a casa”. “No, non andate via” – dice Tweedy – “rimanete qui, abbiamo ancora un bel po’ di cose da farvi ascoltare”. Questa band compie quest’anno 18 anni, ma è nata già grande. E così passano “I might”, una bellissima “Art of Almost”, “Hummingbird”, “Whole Love” (che ogni volta che l’ascolto non posso fare a meno di pensare a “Feelin’ groovy” di Simon and Garfunkel) e via, fra cambi di chitarre fra la fine di una canzone e l’inizio di un’altra, in un vortice di adrenalina, fino ai doppi finti saluti. I Nostri infatti escono una prima volta, rientrano, risalutano e ri-escono ma poi (appena il tempo di uscire a prendere una bottiglia d’acqua), entrano ancora una volta e ricominciano, fino all’ultima, meravigliosa, “I’m a wheel”. Il concerto è finito, ma tutti vorrebbero che ricominciasse di nuovo. (Alessandro Grainer) (Read more - Leggi di più)

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A Castelbasso il Soundlabs Festival 2012

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Dal 26 al 28 luglio 2012 si terrà a Castelbasso, in provincia di Teramo, il Soundlabs Festival che vedrà protagonisti: Thurston Moore, Jens Lekman, Dimartino, Veronica Falls, A Classic Education, Amelie Tristesse, Delawater e altri ancora. Cliccando qui potrete leggere l’intero programma della manifestazione indie. (Fonte: Soundlabs.it) (Read more - Leggi di più)

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Live review: Mötley Crüe all’Arena Fiera di Rho (MI)

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Si può uscire dal palco a testa alta dopo un grande concerto (e i Crue ne hanno messo a segno tanti) oppure, da vecchi guasconi del mestiere, alla chetichella dopo uno show sottotono o deludente (ricordo quelli di Milano 2007 o Monza 2009). Grazie agli dei, stavolta, gli headliner del terzo giorno di Gods of Metal 2012 nonché uno dei gruppi per cui il mio cuore continua a battere malgrado le non poche marachelle, hanno scelto l’opzione che più si avvicina alla prima, lo si capisce già dal via, dallo spessore denso e potente di una Wild Sid’ che apre lo spettacolo e dalla risposta che questa ottiene. Certo, la scaletta è il solito greatest-hits a cui la band ci ha abituato (con rare eccezioni) almeno dal Maximum Rock Tour del 1999, ciò non toglie che se viene suonata come si deve, questa riesce ancora perfettamente nella viziosa arte di infuocare la platea; in tutto questo le “sorprese” Too fast for love o Piece of the action regalano una selva di pugni al cielo e cori come se piovesse. Vince Neil gigioneggia, la sua voce regge piuttosto bene, pur mostrando i ben noti limiti, al contrario, Tommy Lee sembra badare più al sodo che ai giochi di prestigio e la sostanza ne beneficia. Sixx c’è, magari con più panza e qualche ruga, ma resta sempre l’animale indisciplinato di cui la ciurma non può fare a meno. Non si esce vivi dall’anfetamina di Live wire e meno che mai da una Shout at the devil somministrata in versione Swine album, poi, attesissimo, parte l’otto volante di Tommy, con tanto di ospite italiano sul sedile passeggero: non una masturbazione auto compiaciuta ma un drumming tribale su una base hip hop accompagnata da proiezioni che riducono in poltiglia quelle dozzinali e amatoriali utilizzate 24 ore prima dai Guns N’Roses sullo stesso palco. Per molti dei presenti questo sipario è valso da solo metà del biglietto pagato, ma credete serenamente a chi è cresciuto a pane e Motley, anche senza certi artifici questa sarebbe stata comunque una ottima serata di r’n’r. Spenta la giostra, ricomincia il ruggito della chitarra di Mick Mars e si torna a fare sul serio: da Dr. Feelgood a Girls girls girls, presentata per la milionesima volta da Vince con il trucchetto dell’acceleratore, da una cantatissima Home Sweet Home fino al gran finale di Kickstart My Heart che chiude i giochi e un bilancio che a molti appare decisamente positivo. Tra luci e sculettamenti provocanti delle due ballerine, qualche eccesso e una sequela di classici senza tempo, lo sguardo però finisce per seguire quel signore sulla destra del palco, purtroppo malandato in salute, ma che malgrado ciò, come un filo tessuto con estrema arguzia, regge tutto: Mick Mars è il mio eroe. (Manuel Fiorelli) (Read more - Leggi di più)