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Optimus Primavera Sound 2012

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Quelli al “Parque da Cidade” e alla “Casa da Musica” di Oporto sono stati quattro giorni all’insegna della musica indie. Un “festival” che dal 7 al 10 giugno ha chiamato a raccolta un numero considerevole (oltre 60) di musicisti e gruppi internazionali della scena musicale alternativa e indipendente. Un mega raduno di appassionati, giovani e meno giovani, provenienti da tutto il mondo che hanno popolato con entusiasmo Oporto, città europea ben organizzata e non eccessivamente costosa fatta di gente accogliente e ben disponibile; almeno così ci è parsa in occasione dell’Optimus Primavera Sound 2012. Quattro giorni caratterizzati da una variabilità meteorologica (poco nuvoloso, sole, pioggia e vento) che tuttavia non hanno scalfito l’entusiasmo e la partecipazione del pubblico che, dal pomeriggio fino a notte inoltrata, ha affollato i 4 palchi messi a disposizione dall’organizzazione (Primavera, Optimus, ATP e Club) su cui si sono esibiti artisti di gran livello e dai generi più disparati: pop, folk, rock, post-rock, elettronica… E visto che abbiamo avuto il piacere di essere lì, non possiamo che segnalare quelle esibizioni dove senza dubbio abbiamo lasciato un “pezzo di cuore”. Come nel caso dei Wilco, degli Yo La Tengo, degli Afghan Whigs, dei Flaming Lips, dei War On Drugs, dei Beach House, degli Atlas Sound, degli Spiritualized, di Jeff Mangum, di Yann Tiersen e di Rufus Wainwright. Insomma: obrigado, Porto. (L.D.) (Read more - Leggi di più)

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Live review: Bruce Springsteen a Firenze

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Mi ci è voluto qualche giorno per metabolizzare al meglio l’esibizione di Bruce Springsteen del 10 giugno scorso allo stadio Artemio Franchi di Firenze. Confesso d’essere stato uno di quelli che l’avevano dato per ‘bollito’; vuoi per l’inesorabile avanzare degli anni, vuoi perché una palpabile sensazione di ‘giurassico’ accompagna da tempo i tentativi di fermare il tempo di tanti antichi eroi del rock che proditoriamente, fors’anche ‘pretestuosamente’, si accalcano sul palco per provare a riaccendere la fiammella di una gloria ormai bella che andata. Quella delle ‘reunion’ delle band dei Settanta e Ottanta sembra essere da tempo una pratica assai affermata, ma guardiamoci negli occhi: lo spirito, il vigore, le ragioni socio-politiche, il coinvolgimento d’un tempo non sono più ripetibili, sono oggi paradossali. I Rolling Stones, che non si sono mai sciolti, più che il rock portano in giro per il mondo il loro ‘brand’ multimilionario, lo stesso fanno ancora (con tristi risultati) i Jethro Tull, da qualche parte (anche in Italia quest’estate) si aggira il fantasma dei Doors e gli Who, quando hanno provato a rimettersi in pista, sono sembrati la pallida parodia dello splendore d’un tempo. Senza andare oltre nell’elencazione, che ci condurrebbe troppo fuori dall’argomento, eccomi allora ritornare al Boss e a quel certo scetticismo che m’accompagnava; vuoi – forse – perché ad invecchiare invece sono proprio io. Sono stato un buon fan di Springsteen negli anni Ottanta, trascinato dalla sua straordinaria energia ‘Live’, convinto della indiscussa bontà del suo verbo, ma senza indossare i paraocchi della fede ‘tout-court’, e pur critico – mi piace pensare che i miei giudizi siano il frutto di una disamina sapiente e non ‘devota’ – quando, in qualche frangente, ha smarrito quella purezza che l’ha sempre contraddistinto (vedi ad esempio: un ‘prima’, con una produzione discografica assai parca fino all’85, e poi d’improvviso rigogliosa e per molti versi esagerata nei decenni successivi). L’amico Ermanno Labianca – uno dei massimi conoscitori dell’arte del Boss – è il capofila di una schiera di strenui ed appassionati ‘springsteeniani’ che da anni lo seguono spesso e dovunque. Al confronto dei quali i (miei) quindici concerti di Bruce cui ho assistito a partire dall’81, Zurigo, e passando per Dublino nell’85, un paio di volte a Newcastle lo stesso anno, l’esordio italiano a Milano, un paio a Londra e numerose altre volte tra Roma e il resto della penisola (l’ultima volta è stata più di dieci anni fa nei pressi di Como, al chiuso di un Palasport, e non fu un granché perché il Boss ha bisogno dello spazio aperto di uno stadio per esprimere il meglio di sè) -, sono ben poca cosa. Ho pensato che con l’avanzare degli anni, e in una età in cui molti vanno in pensione, la dimensione che poteva permettere a Bruce di continuare a fare musica fino a 90 anni fosse quella più intimista da storyteller acustico e che invece rimettere ancora in piedi la E-Street Band fosse un azzardo anacronistico, alla luce anche dei pezzi che sono andati persi (Danny Federici nel 2008, Clarence Clemons lo scorso anno) strada facendo. Sono felice, davvero felice, d’essermi sbagliato. Bruce non ha nulla di giurassico, ha ancora intatta – come trent’anni fa – la capacità di coinvolgere il suo pubblico e di entrare in un simbiotico rapporto ‘do-ut-des’ con esso. A quasi 63 anni (li compirà il prossimo settembre) è ancora in forma strepitosa, capace di tenere il palco come nessuno è in grado di fare tra i suoi coetanei e pure tra i tanti che sono assai più giovani di lui; per intensità, durata dell’impegno (3 ore e mezzo senza interruzioni), comunicativa, credibilità umana. Sono andato a Firenze perché ci tenevo che i miei figli (Francesca 16 anni, e Valerio, 13) avessero l’opportunità d’essere presenti ad una performance del Boss; scherzando dicevo loro da qualche tempo che, dopo aver assistito ad un suo concerto – e fatta la tara delle mie perplessità -, “la-loro-vita-sarebbe-cambiata-da-così-a-così”, accompagnando le parole con il gesto della mano con il palmo prima rivolto in basso e subito dopo in alto. Quello che colpisce nell’attesa del concerto è vedere un pubblico eterogeneo dai 18 ai 70 anni messo d’accordo dal sound inesauribile di Springsteen. Un cartello apparso tra la platea di San Siro recitava “Last week arrived the Pope, next week will come Madonna, but God is here… Now!”: bellissimo! 30 canzoni per complessive 3 ore e mezza di concerto per questa tappa fiorentina del ‘Wrecking Ball Tour’. Il nuovo disco è un album che canta la nuova depressione americana ed è una delle cose migliori incise da Bruce da molti anni a questa parte. ‘One-two-three-four’ ed ogni brano è una nuova debordante ‘experience’ che miscela gioia, passione, rabbia e impegno. Un monito per chi leggerà queste note e non ha mai visto Bruce dal vivo, ascoltandolo solamente su disco: assistere ad un suo concerto può davvero rappresentare un momento che non scorderete mai. La pioggia non lo ha spaventato, è sceso innumerevoli volta in mezzo alla sua gente – il ‘suo’ popolo del rock fradicio d’acqua ma convinto che il rito di comunione con Bruce andasse a maggior ragione consumato in quel modo – volgendo lo sguardo verso l’alto ed urlando “Come on!” in segno di sfida. Pioggia che si è rovesciata sul pubblico – prima leggera, poi via via più intensa – dall’inizio alla fine del concerto, ed oltre. E più pioveva, più Bruce sentiva l’esigenza di scendere tra i fan a condividere il disagio meteorologico ma anche a stringere con questi un simbolico ‘patto di sangue’, e lui non si risparmia, mai! Perché c’era consapevolezza e felicità da parte dei 45mila spettatori di presiedere ad un altro evento rituale, ma irripetibile e memorabile nella sua singolarità. È stato proprio questo aspetto a dare al concerto un significante che va anche oltre i contenuti musicali ed artistici. In avvio “Badlands” e “No Surrender”, un’accoppiata di grande efficacia in un ‘uno-due’ che lascia subito senza respiro; successivamente viene dato ampio spazio al nuovo album, “Wrecking Ball”, che è il suo migliore da molti anni a questa parte, e dal vivo fanno bella figura pezzi come “We Take Care Of Our Own”, “Jack of All Trades” e “Land of Hope and Dreams” che Bruce e la sua band rendono nel migliore e più coinvolgenti dei modi. Chi è più lontano dal palco trova conforto nei due maxi-schermi, posti ai lati del gigantesco palco, che permettono di cogliere tutte le sfumature della performance del Boss, perfino le sue smorfie, il suo palpabile e contagioso entusiasmo. Bruce, il cantore degli ‘umili’, ha parole (dette in italiano leggendole da fogli distesi ai suoi piedi) di conforto per chi (la ‘working class’) in questi tempi grami patisce più d’altri la crisi economica e per chi invece a questa aggiunge anche gli stenti del dopo-terremoto. «I tempi sono stati molto duri – dice -, la gente ha perso il lavoro e la casa. So che anche qui è stato durissimo e i recenti terremoti hanno contribuito alla tragedia. Questa è una canzone per tutti quelli che stanno lottando», ed attacca “Jack Of All Trades”. Diverse le chicche proposte perché – come sanno anche i sassi – Springsteen non è uso ripetere sempre la stessa scaletta nel corso di un tour. “Be True” risale ai tempi di “Darkness On the Edge Of Town” pur non comparendo in quell’album e viene recuperato pure uno dei brani storici più rari, “Backstreets”, c’è un ‘Medley’ di canzoni soul con la sezione fiati e i coristi che donano una virata decisa verso atmosfere black & gospel, poi diverse cover quali “Trapped” di Jimmy Cliff, omaggi ai Rolling Stones, Elvis Presley, Beatles e Creedence Clearwater Revival con “Honky Tonk Women” (che emerge sull’introduzione di “Darlington County”), “Burning Love” che Bruce concede su richiesta del pubblico (strappa dalle mani dei fan tra le prime file un grosso cartello che indica il pezzo e lo pone sul palco ben visibile per i suoi musicisti), “Twist And Shout” entusiasmante come tutte le volte che Bruce ha voluto eseguirla in chiusura dei suoi show, “Who’ll Stop The Rain?”, mai così significativa in questa occasione. Ed ovviamente i magnifici standard del suo repertorio (da “The River” a “Working On the Highway”, da “Born In the U.S.A.” a “Born to Run” a “Hungry Heart”, da “Prove It All Night“ a “Dancing in the Dark”), alle non meno pregnanti “Seven Nights to Rock”, “My City of Ruins”, “The Rising” e “Waitin’ On A Sunny Day”, durante la quale Bruce cede il microfono ad un bambino fatto salire sul palco che canta le parole del ritornello e poi dà spazio alla E-Street Band. A Jake Clemons, nipote di Clarence, spettano i contributi di sax che un tempo erano patrimonio di Big Man, ed il giovane sa farsi valere – un buon investimento per il futuro -, perché riesce a dare continuità al lavoro dello zio, pur senza averne lo stesso carisma perché Clarence, con la sua mole, ha sempre costituito pure una figura protettiva nei confronti di Bruce. Ad uno ad uno vengono presentati i componenti della E-Street Band, Roy Bittan (piano), Nils Lofgren (chitarra), Garry Tallent (basso), Steven Van Zandt (chitarra), Max Weinberg (battiera), Jake Clemons, erede di Big Man, assieme ai musicisti aggiunti (Soozie Tyrell, violino e chitarre, Charles Giordano, tastiere, Clark Gayton, fiati, Eddie Manion, sassofono, Curt Ramm, tromba, Barry Danielian, tromba e Everett Bradley, percussioni), all’E-Street Choir (Curtis King, Cindy Mizelle e Michelle Moore). Durante l’esecuzione di “Tenth Avenue Freeze Out” si celebra il tributo all’amico Clarence Clemons accompagnato – nel momento in cui il gruppo interrompe la musica e sullo schermo scorrono le immagini del compianto Big Man – da un lungo, affettuoso e caloroso applauso da parte di tutti i presenti. Felice di essermi ricreduto: Bruce Springsteen continua a rappresentare l’essenza più pura e genuina del Rock ed il suo ‘fuoco sacro’ continua ad alimentarsi; è lui l’indiscusso re del rock’n’roll, ha stessa carica e la stessa energia che profondeva trent’anni fa. God Save the Boss! (Luigi Lozzi) (Read more - Leggi di più)

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Roma: il live review degli Spain

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Roma, 21.05.2012 – Il passaggio nella capitale degli Spain di Josh Haden si è consumato quasi del tutto ignorato in una serata di pioggia battente, e al cospetto di uno sparuto nugolo (appena una cinquantina) di spettatori, in uno dei locali – l’Init Club – più accreditati nell’alimentare la movida romana notturna nella zona del Pigneto. Eppure la formazione di stanza a Los Angeles, fondata da Josh Haden (figlio del jazzista Charlie), ha dalla sua un seguito da cult-band, fin da quando nel 1995 aveva esordito con “The Blue Moods Of Spain” (su etichetta Restless), un gioiellino accolto come una delle più belle novità dell’anno, imponendosi immediatamente all’attenzione generale. Inoltre, dopo un’interruzione di una decina d’anni (e soli tre album all’attivo) per riordinare le idee (in realtà per non essere riusciti a sfondare come credevano d’essere in grado), proprio di recente sono tornati ad incidere un disco, e lo hanno fatto per una delle etichette alternative più attente e sollecite nel dare spazio a proposte innovative di qualità, la tedesca Glitterhouse. Il concerto (per pochi intimi) tenuto ha Roma (inizio puntuale alle 22:30) è stato suddiviso in due set; nel primo è stato proposto in sequenza integrale “The Blue Moods Of Spain” mentre nel secondo, dopo un’interruzione di una ventina di minuti, ha trovato spazio il nuovissimo disco “The Soul Of Spain”. In effetti la prima parte, pur delineando le caratteristiche riconoscibili della band che ne hanno fatto la paladina dello slowcore movement – lo stile ipnotico e il vocalismo onirico -, è risultata piuttosto monocorde se si eccettua la performance di un hit come il gospel “Spiritual“; un brano dal crescendo musicale (certamente imparentata con la “Hallelujah” di Leonard Cohen e/o Jeff Buckley) che Johnny Cash ha fatto suo (per “Unchained” del ’96) ed è stato pure preso in prestito dai Soulsavers, dai Red Hot Chili Peppers in concerto, e perfino da papà Charlie e Pat Metheny in “Beyond The Missouri Sky”. Molto meglio – direi – la seconda parte nella quale gli Spain hanno sprigionato maggiore energia e una più corposa varietà armonica e padronanza dei mezzi espressivi: cartina tornasole della indubbia bontà della nuova strada intrapresa e del rinnovato vigore dispensato. Trovano posto anche brevi ricognizioni del secondo e terzo album, “She Haunts My Dreams” del ‘99 e “I Believe” del 2001. Haden, ostinatamente, dopo lo scioglimento del 2001 ha rimesso in piedi la band nel 2007 con nuovi membri (Randy Kirk, tastiere e chitarra, Matt Mayhall, batteria, Tom Gladders, chitarra, successivamente sostituito nel 2009 alla chitarra da Daniel Brummel) ma prima di approdare all’incisione di un nuovo album ha deciso di concedersi un lungo periodo di acclimatamento in tour in giro per gli States e l’Europa. Ed è proprio il secondo set proposto nella piovosa serata romana a confermare la lungimiranza di una simile scelta. Josh suona il basso come il padre, e canta, pur tuttavia la sua musica non ha nulla in comune con quella del padre: è suggestiva, malinconica. La forma è elegante, le canzoni up-tempo, dal morbido mood elettrico e folk rock, evocano scenari desolati tipici delle atmosfere riflessive e intime di certo rock alternativo; si coglie pure qualche vaga contaminazione jazz e qualche più evidente venatura psichedelica. Peccato per coloro che non c’erano; si son persi qualcosa di importante. (Luigi Lozzi) (Read more - Leggi di più)

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Brevevita: una giornata indimenticabile con gli Spain

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Gli Spain a San Benedetto del Tronto (AP) il 22 maggio scorso, Spain, quelli veri, non Josh Haden che si autocelebra in un “chitarra & voce”, non un dj set di Daniel Brummel: sono venuti gli Spain da Los Angeles, e avevano fame. Due ore di concerto diviso in due parti: prima porgono al pubblico un dorato biglietto da visita di un’ora abbondante, riproducendo fedelmente la loro pietra miliare “The Blue Moods of Spain(1995), così, giusto per far vedere “chi siamo”; poi tornano sul palco dopo 10 minuti di pausa proponendo il set attuale, quello riguardante il nuovo bellissimo album “The Soul of Spain” (che tutto è tranne una rimpatriata, anzi, ha un suono e una freschezza talvolta anche superiori ai 3 album precedenti) con qualche incursione nel secondo album “She Haunts my Dreams(1998) e nel terzo “I Believe(2001). Il primo set è puro materiale sacro, inattaccabile, “definitivo”. Il secondo set si rivela leggermente più elettrico, perentorio, straordinariamente bilanciato nei suoni, tremendamente perfetto. Da legarli al palco e tenerli fermi là sopra per sempre. Pubblico in visibilio, fan e affezionati da tutto il centro italia, 10 minuti di applausi e doppio bis. Per me che ero lì, e che avevo sempre sognato di vederli dal vivo, un giorno, magari spostandomi appositamente di 4000 chilometri, ammirarli nella città in cui sono nato, è stato uno spettacolo irripetibile e commovente. A livello musicale sono impeccabili e questo lo si poteva immaginare. Ma noi del Brevevita – come anche Stefano, Tania e Luca del Geko – siamo rimasti folgorati anche dai loro modi estremamente gentili, dalla loro timidezza e soprattutto dalla merce più rara, la loro grande umiltà. Conoscere queste persone eleganti ci ha dato prova, una volta di più, che la prepotenza, l’arrivismo sfrenato e soprattutto la mancanza di rispetto sono armi che non riguardano le persone perbene. Per il resto le chiacchiere stanno a zero, vedere il padre di Stefano (74 anni) contento della serata e seduto in consolle a seguire tutto il concerto, mi ripaga di tanti sacrifici e amarezze. (Natalino Capriotti e Guido Spinozzi) (Read more - Leggi di più)

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Guardando Fuori, l’esordio di Rossella Scarano.

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C’è una nuova interprete nel panorama musicale femminile napoletano: Rossella Scarano, da chitarrista, si dedica nel suo disco d’esordio “Guardando fuori” (Fullheads, distribuzione Audioglobe) al cantautorato. Una voce melodicamente pulita quella di Rossella Scarano, capace di combinare inglese e italiano amalgamando l’immediatezza del primo con la cantabilità del secondo. Questo mese di febbraio vede la nascita di un disco che si rivolge ai sentimenti, sviscerandoli, analizzandoli, echeggiando le cantautrici d’oltreoceano come Ani DiFranco e Alanis Morissette, ma anche quelle nostrane come Cristina Donà. Dieci tracce più una cover track di “Glory box” dei Portishead formano un album attraversato da una musicalità folk rock dai ritmi asciutti, cadenzati dallo splendido timbro della Scarano che mette in risalto testi emotivamente pregni. Una giovane musicista dal respiro internazionale si affaccia nel panorama musicale napoletano, un canto che scava sulle insicurezze di ognuno di noi senza mai banalizzarle. (Fonte: InEvent) (Read more - Leggi di più)

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Quando è tempo di ricordare: Leonard Cohen a Varsavia (10.10.2010)

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Prepararsi per andare a vedere il concerto di Leonard Cohen fa uno strano effetto e, a voler esser sinceri, non saprei dirvi esattamente perché. Esco di casa verso le diciotto e mi appresto a percorrere a piedi soltanto qualche centinaio di metri perché la buona sorte ha voluto che lo spettacolo di questa sera si tenesse proprio a due passi da casa, esattamente a Torwar, il palazzetto dello sport vicino lo stadio del Legia Varsavia. Però, manco a dirlo, oggi è domenica e c’è la partita serale della squadra padrona di casa e vi lascio soltanto immaginare il caos di auto e cortei nel vicinato. Percorro, quindi, un pezzo di strada a piedi in compagnia di drappelli di tifosi chiassosi che, solerti, si dirigono verso il campo di gioco. Mi confondo tra di loro, almeno così credo, e con passo veloce seguo la lunga fila di sciarpette e bandiere, più o meno fino all’altezza dei cancelli d’ingresso dello stadio, per poi cambiare improvvisamente direzione. La temperatura oggi è calata notevolmente e il cielo è grigio, di quel grigio immobile che in un solo istante sembra chiamare a raccolta tutti i pensieri di una vita. Davvero una strana sensazione. (Read more - Leggi di più)

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Live Review: i Raven all’Exenzia Live Club di Prato (08.10.2011)

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Ognuno segue i fratelli Gallagher che preferisce, la libertà dei gusti personali sembra resistere, grazie agli dei. Archiviati rapidamente Noel e Liam che in questa faccenda sono totalmente estranei è il caso di citare i fratelli John e Mark che portano avanti già dalla metà degli anni settanta questa irriducibile leggenda chiamata Raven! Quando età, acciacchi, incidenti e sberleffi di un music business cieco, sordo e avido non ti mettono K.O vuol dire che, tanti o pochi che siano, ogni cuore conquistato è stato un sacrosanto successo! Basterebbero i primi tre clamorosi album prodotti a cavallo tra il 1981 e il 1983 a polverizzare ambizioni e speranze di innumerevoli altre band e quando i Raven estraggono numeri da quel prestigioso cilindro la reazione del pubblico è talmente intensa da ratificare di fatto questa mia affermazione. L’Exenzia di Prato è un club piccolo ma carico della ribollente passione di almeno tre generazioni di fans nei confronti dei pionieri heavy metal di Newcastle (a occhio e croce si può stimare l’audience in circa duecentocinquanta unità): pronti-via, “Take Control”, “Live at the Inferno” e “All for one”, dieci soli minuti in cui il trio mette in chiaro le bellicose intenzioni ricambiato da una gran cagnara sotto il palco, pogo e spallate neanche si stessero esibendo gli All Blacks. L’epoca del batterista Rob “Wacko” Hunter appartiene al trapassato remoto e sebbene inscindibile dalla storia dei Raven e dal cuore dei fans, quel matto da legare di Joe Hasselvander picchia duro, essenziale, potente e con un campionario di smorfie da actor studio senza farlo rimpiangere; la sua performance sorregge egregiamente follia e guizzi dei due Gallagher, tanto da non far sentire la mancanza del vecchio drummer con l’elmetto da football. Mark e John sono impressionanti per dedizione, entusiasmo, carica e potenza, alla loro età per me sarebbe già un successo non avere il fiatone dopo una rampa di scale mentre loro sudano a litri saltellano sul palco sorretti dal sacro verbo del rock. “Speed of the Reflex” rimanda ai tempi di riscossa dell’ep “Mad” mentre “Faster than the Speed of light” si conferma la scheggia rovente che è sempre stata ma c’è spazio anche per “On and On” unico vero tentativo di abbassare i toni e attecchire al mercato U.S.A. Un’ora e quaranta minuti selvaggi e fuori controllo, belli come e più di quanto fosse lecito sperare per uno dei concerti più esplosivi e coinvolgenti ai quali mi sia mai capitato di assistere; non è l’esagerazione di un vecchio fan o l’onda emotiva dell’evento a dettare queste parole, è semplicemente un dato di fatto, fidatevi! Chiamateli alfieri della New Wave of British Heavy Metal, chiamateli profeti dell’Athletic Rock, chiamateli un po’ come vi pare ma fin quando saranno in giro non perdete l’occasione di assistere a un loro incendiario show, sarà veramente “Live at the Inferno”. (Manuel Fiorelli) (Read more - Leggi di più)

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PJ Harvey, Ferrara Sotto Le Stelle (6 luglio 2011)

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Gli eschimesi utilizzano un considerevole numero di termini per esprimere le diverse gradazioni del bianco: l’abito, rigorosamente d’antan, indossato questa stasera da PJ, ordinato, affascinante, allacciatissimo, stretto alla vita, sarebbe senza dubbio il più luminoso di tutti: paradisiaco; per non parlare dell’ostentato piumaggio intrecciato ai capelli da fare invidia alle native d’America. Il pubblico di Piazza Castello, accorso in massa per l’unica data italiana della Cantantessa, è eterogeneo e palesemente pervaso di sentimento di vero amore. Il concentro è incentrato sullo stupefacente “Let England Shake“, ultima fatica di PJ Harvey, di cui ripropone quasi tutti i brani, raggiungendo l’apice d’intensità con All And Everyone, The Last Living Rose e il tambureggiante crescendo di The Words That Maketh Murder. Tra i gregari Mick Harvey rappresenta il “numero 10” del rock odierno, colui che tutte le band vorrebbero in formazione (cruciale la sua esperienza con i Bad Seeds di Nick Cave), mentre John Parish è il fantasista della squadra, l’altro polistrumentista tutto fare; due punte di diamante incastonate in un quadrato perfetto, con la direzione impeccabile di Polly Jane – che di par suo alterna il particolare ‘auto-harp’ a chitarre acustiche e elettriche – e la fondamentale complicità di Jean-Marc Butty a suonare pelli, piatti e tamburi. Tra i ripescaggi più toccanti ci sono The Piano e The Devil, entrambe derivanti dal penultimo lavoro in proprio: l’introspettivo, ammaliante e intenso “White Chalk”; poi C’mon Billy e Down by the water riprese da “To Bring You My Love” e Big Exit, brano di apertura del bellissimo “Stories From The City, Stories From The Sea”. La piazza si abbraccia intorno alla cantante inglese osservando l’intero spettacolo con energico trasporto (emozionale devozione) e occhi lucidi, scandendo tutti versi a memoria. A non convincerci pienamente è stata la durata relativamente breve del concerto, appena un’ora e mezza, e un approccio abbastanza distante con il pubblico: senza interazione se non un “grazie” e un sentito sorriso a fine concerto. Comune la convinzione di avere assistito a uno spettacolo memorabile. (Testo e foto di Jori Cherubini) (Read more - Leggi di più)

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Sigur Rós – Varsavia, Anfiteatro del Parco di Sowinskiego (20.08.2008)

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L’amore non si spiega”, così canta Sergio Cammariere in una delle sue ultime composizioni. Ed è per questo che molto probabilmente mi ritrovo qui, a Varsavia, in questa mite serata di agosto ad ascoltare in splendida compagnia quelle che Maurizio Marino nel suo libro dedicato ai Sigur Rós chiama “Sinfonie dai mari del nord”. Fanno da cornice quattro grandi palloni bianchi posti sullo sfondo del palcoscenico e un anfiteatro alquanto incantevole, immerso nel verde Parco di Sowińskiego non molto distante dal centro della città, gremito di un pubblico educato ma sorprendentemente caldo e partecipe che, dopo aver ascoltato e applaudito i passaggi strumentali di Ólafur Arnalds (altro giovane compositore figlio della fervida Repubblica d’Islanda), incita ripetutamente e a gran voce l’ingresso del quartetto islandese. Ancora qualche minuto, giusto il tempo di sistemare e accordare gli strumenti, ed ecco che improvvisamente le luci si spengono mentre le note di Svefn-g-englar seguite da una calorosa ovazione introducono Orri Páll Dýrason (batteria), Georg “Goggi” Hólm (basso), Kjartan “Kjarri” Sveinsson (tastierie) e il cantante-chitarrista Jón Þor “Jónsi” Birgisson che stringe nel pugno della mano destra il suo archetto per violoncello. Poi tutto tace, e a farla da padrone sono soltanto le melodie dei Sigur Rós con la voce lieve e tremolante di Birgisson che canta anche attraverso i pick-up della sua chitarra riuscendo a “turbare” finanche qualche sparuto spettatore accovacciato in religioso silenzio al di là della recinzione. Seguono Glósóli, Ný batterí, Fljótavík, Festival, Hoppípolla, Með blóðnasir, Inní mér syngur vitleysingur, Við spilum endalaust con accenni di danze e abbracci appassionanti, intervallati da applausi scroscianti che accompagneranno la band per tutta l’esibizione. Tra lanci di coriandoli, palloni che si illuminano e mani che si stringono forte si va avanti con Heysátan, Olsen Olsen, Sæglópur, Hafssól fino ad arrivare alla trepidante Gobbledigook che chiude un’ora e mezza di un concerto magico e davvero emozionante. Il pubblico però ha ancora l’entusiasmo alle stelle e non vuole saperne affatto di mandare a casa i suoi beniamini che, senza esitare, tornano a deliziare i presenti con ben due brani (Popplagið e Viðrar vel til loftárása) meritandosi una lunghissima e sentita standing ovation. Il cielo di Varsavia è stellato e tutto intorno sembra così meravigliosamente perfetto! Già, è proprio vero: “L’amore non si spiega”. (Luca D’Ambrosio) (Read more - Leggi di più)

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LIVE REVIEW: JOHN MAYALL A ROMA

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