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Uscio e bottega di Diletta Parlangeli (ascolta la puntata #15)

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È finito il Festival di Sanremo anche se rimane una domanda da fare a Curreri. Un anno fa un comune abruzzese ha venduto le case a un euro: qualcuno le ha comprate? Anche Obama ha problemi col Wi-Fi, alla Casa Bianca. A Firenze invece si parla di detriti nelle tubazioni (causa revisioni caldaie). Di tutto questo e altro ancora si parla nella quindicesima puntata di Uscio e bottega. Come sempre a farvi compagnia ci sarà Diletta Parlangeli con la sua inseparabile sedia “scrocchiarella”. Buon ascolto! (La redazione) (Read more - Leggi di più)

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Uscio e bottega di Diletta Parlangeli (ascolta la puntata #14)

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Nella quattordicesima puntata di Uscio e bottega si parla del mistero della pianta finta che perde foglie, del Seeyousound 2016 a Torino, il gioco degli scacchi su Facebook in poche semplici mosse, l’app Festival2016 per commentare Sanremo e il primo imperdibile tutorial per l’uso creativo della lavatrice e il riciclo panni. Come sempre a farvi compagnia ci sarà Diletta Parlangeli in compagnia della sua inseparabile sedia “scrocchiarella”. Buon ascolto! (La redazione) (Read more - Leggi di più)

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Uscio e bottega di Diletta Parlangeli (ascolta la puntata #12)

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Nella dodicesima puntata di Uscio e bottega si parla del misterioso caso di Coachella: il festival che risponde al grande evento californiano, si farà? E Boachella a Bologna? E ancora Telegram, l’anti WhastApp, regala gli adesivi di Gianni Morandi. Mentre a Roma crollano interi piani di un palazzo, Google Street View regala viste su Palermo con motorino contromano. Consigli: attenzione a vedere porno con Chrome. E poi la scrittura sui social, con i preziosi contributi degli ascoltatori Come sempre a farvi compagnia ci sarà Diletta Parlangeli in compagnia della sua inseparabile sedia “scrocchiarella”. Buon ascolto! (La redazione) (Read more - Leggi di più)

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Podcast Radio Uscio e bottega

Uscio e bottega di Diletta Parlangeli (ascolta la puntata #10)

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Decima puntata di Uscio e bottega, podcast di notizie dal mondo ma soprattutto dai vostri pianerottoli. Oggi si parla di case cantoniere, dei vostri film di Natale e di usci da Roma, Modena e Pistoia. E ancora: Gnut, Facebook e la questione netiquette delle richieste d’amicizia. Come sempre a farvi compagnia ci sarà Diletta Parlangeli in compagnia della sua inseparabile sedia “scrocchiarella”. Buon ascolto e, naturalmente, buone feste. (La redazione) (Read more - Leggi di più)

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Europa Podcast Radio Rubrica

Un disco per l’Europa: Il giorno delle altalene degli Sdang!

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Sono gli Sdang! con l’album Il giorno delle altalene i protagonisti del nuovo appuntamento di Un disco per l’Europa (rubrica musicale realizzata presso lo Studio Europa da Thierry Vissol della Rappresentanza in Italia della Commissione Europea in collaborazione con Luca D’Ambrosio di Musicletter.it, con la conduzione in studio di Luca Singer e l’assistenza in regia di Tomasz Koguc). La formazione di Brescia è stata scelta e segnalata con il brano che dà il titolo al disco, Il giorno delle altalene, mandato in onda nel corso della trasmissione “22 minuti, una settimana d’Europa in Italia” di venerdì 6 novembre 2015 in podcasting su una rete di emittenti radiofoniche che puoi consultare attraverso questo link. Per partecipare a Un disco per l’Europa invece basta scrivere a musicletter@gmail.com. (La redazione) (Read more - Leggi di più)

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Podcast Radio Rubrica Uscio e bottega

Uscio e bottega di Diletta Parlangeli (ascolta la puntata #2)

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Nella seconda puntata di Uscio e bottega: Kanye West, Biennale, Twitter, Expo. I vostri usci da Napoli (con Gnut), Milano, Roma, Viareggio, e #vitavissuta con il seguito della storia di Ponte a Ema (Firenze). Buon ascolto! (La redazione) (Read more - Leggi di più)

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Musica Podcast Radio Rubrica Uscio e bottega

Uscio e bottega di Diletta Parlangeli (ascolta la puntata #1)

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Uscio e bottega è un contenitore dalle ignote caratteristiche, che ha però una missione: mescolare le notizie globali (con particolare attenzione a musica e tecnologia) con quelle estremamente locali. Le informazioni provenienti dai pianerottoli di casa. Lavori in corso, il pizzicagnolo che cambia prodotti, frasi dalla strada del più piccolo quartiere. Diletta Parlangeli, in compagnia della sua sedia “scrocchiarella”, vi ruba il tempo di un caffè e cornetto (se preferite, uno spritz). Si comincia, quindi. Nella prima puntata di Uscio e bottega ci sono le news dal mondo (Facebook, Dropbox, Radiohead) e quelle dai vostri pianerottoli di Firenze, Napoli e Palermo. (La redazione) (Read more - Leggi di più)

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Radio Spot

(Spot) – Con CEWE il più bel ricordo non si scorda mai

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Tutti gli amanti della musica hanno vissuto un momento indimenticabile, il cui ricordo suscita ancora molta gioia e felicità. Questo frammento di vita può essere rappresentato da un concerto memorabile, dall’incontro con un musicista di cui si è fan da sempre o dall’ultima performance dell’artista che più ci piace. (Read more - Leggi di più)

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Cultura Eventi Notizie & Comunicati Radio

Gli U2 in mostra ad Asti

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U2 from 1978 to 1981 è una mostra composta da alcune decine di scatti scelti tra le centinaia di fotografie inedite del pluripremiato fotografo Patrick Brocklebank. Le immagini documentano i primi anni degli U2, dalla loro nascita all’inizio della loro ascesa. Le fotografie ritraggono momenti iconici nella vita degli U2, immagini accompagnate da numerosi aneddoti su Bono, The Edge, Adam Clayton, Larry Mullen Jr. e i tanti personaggi che li hanno accompagnati per tutta la loro storia , oltre ai locali e ai luoghi che hanno fatto parte di quel periodo ma che ancora oggi restano fondamentali per quella che è diventata una delle band più importanti di sempre. Gli scatti catturano l’atmosfera del tempo – una Dublino caratterizzata dall’individualità giovanile, da un talento spontaneo e incontrollato e da un senso di ribellione – e offrono un affascinante spaccato della cultura e dei personaggi della scena musicale di Dublino tra la fine degli anni ‘70 e l’inizio degli ‘80, fino al biennio seguente che ha segnato la strada fino a Sunday Bloody Sunday. A ideale completamento della mostra fotografica, che racconta i primi anni della carriera della band di Dublino, sarà presente uno spazio allestito in collaborazione con u2place.com, che racconterà attraverso video e memorabilia il percorso compiuto dagli U2 dalla fine degli anni ‘70 fino ai giorni nostri. L’inaugurazione della mostra si terrà il 22 marzo alle ore 18 presso il Diavolo Rosso di Asti, storico club astigiano adiacente allo spazio espositivo, e sarà caratterizzata da un incontro che si preannuncia quanto mai interessante e che vedrà la partecipazione dello stesso Patrick Brocklebank e di Andrea Morandi, giornalista e critico musicale autore di U2 – The Name of Love. (Fonte: Libellula Press) (Read more - Leggi di più)

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Arte Concorso Contest Cultura Musica Notizie & Comunicati Pittura Radio

I vincitori del Best Art Vinyl Italia 2013

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I vincitori del Best Art Vinyl Italia 2013, tornato anche quest’anno con la partnership del Mei, sono stati annunciati. Il pubblico ha votato al primo posto l’opera di Pasquale De Sensi, per Ashram Equinox dei Julie’s Haircut, realizzata con la tecnica del collage e senza interventi digitali, al secondo posto il dipinto di Ryan Mendoza per l’album dei Massimo Volume Aspettando i Barbari, a seguire, le preferenze sono andate a Fantasma di Baustelle, artwork realizzato dal fotografo Gianluca Moro e da Opificio Ciclope. (Fonte: Audiocoop) (Read more - Leggi di più)

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Arte Cultura Musica Radio Rubrica Speciali

L’arte perduta delle copertine dei dischi

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Vi è mai capitato di acquistare un disco senza conoscerne minimamente il contenuto musicale, incantati da una copertina particolarmente bella, o da un packaging originale? Da vinili colorati, picture disc, copertine pop-up o illustrate da celebri artisti, così favolose da meritare di essere esposte come opere d’arte (in apposite cornici per LP, in vendita anche all’Ikea)? Il disco (soprattutto il vinile e non il CD, per una questione di dimensioni), è stato infatti spesso non solo un supporto musicale, ma anche un oggetto di “pop art”. Ma cosa riserva il futuro alle nostre tanto amate cover? Ci sarà ancora bisogno di loro una volta che la musica sarà pubblicata esclusivamente in formato digitale? Spariranno o si trasformeranno in qualcosa di diverso? Considerato il profondo legame tra la musica pop e il mondo dell’immagine, probabilmente ci sarà sempre qualcosa di visivo che accompagnerà i file musicali: magari delle gif animate, o dei video interattivi, chi lo sa. Per il momento le copertine dei dischi hanno ancora un ruolo importante, grazie anche alla continua ascesa del mercato del vinile. Inizialmente, le copertine non avevano immagini. Erano, nella maggioranza dei casi, semplici buste di carta a protezione del disco. A partire dagli anni ‘50 le case discografiche le trasformano in strumenti di marketing, ma rimangono per lo più “generiche” fino alla fine degli anni ‘60. Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band dei Beatles (1967) inaugura l’era delle copertine artistiche. È anche grazie alla sua acclamata ed imitata copertina, progettata dagli artisti pop inglesi Peter Blake e Jann Haworth, che è diventato uno degli album più significativi dell’epoca. Nel 1967 i Velvet Underground pubblicano il loro album di debutto The Velvet Underground & Nico, con la celebre copertina disegnata da Andy Warhol: su uno sfondo bianco, un adesivo raffigurante una banana gialla, e la scritta “Peel slowly and see”. Chi rimuoveva l’adesivo trovava sotto il disegno di una banana rosa. Tra le copertine più note realizzate in collaborazione con celebri artisti visivi ricordiamo poi Cheap Thrills dei Big Brother & The Holding Company (1968, artwork del fumettista Robert Crumb), Patti Smith (Horses, 1975, foto di Robert Mapplethorpe), Never Mind the Bollocks, Here’s the Sex Pistols (1977, copertina realizzata dall’artista inglese Jamie Reid), la controversa copertina di Appetite for Destruction dei Guns N’ Roses (1987, un dipinto di Robert William), Goo dei Sonic Youth (1990, copertina di Raymond Pettibone), Dangerous di Michael Jackson (1991, copertina dell’artista pop-surrealista Mark Ryden) e più recentemente (dal 1998) i lavori di Jamie Hewlett per i Gorillaz. In Italia, Andrea Pazienza ha disegnato, tra l’altro, copertine per Roberto Vecchioni (Robinson, 1979; Montecristo, 1980; Hollywood Hollywood, 1982; Il grande sogno, 1984), PFM (Passpartù, 1978), Enzo Avitabile (S.O.S. Brothers, 1986). Hugo Pratt ha illustrato Mari del Sud di Sergio Endrigo (1982), Milo Manara Tango dei Miracoli di David Riondino (1987) e La Grande Avventura di Riccardo Cocciante (1988), Guido Crepax Come sei bella de I camaleonti (1973) e Per una donna di Massimo Ranieri (1975), Altan Noir di Enrico Rava (1996), Tanino Liberatore The Man from Utopia di Frank Zappa (1983). Per quanto riguarda l’ultimo decennio, meritano una citazione le numerose copertine disegnate da Alessandro Baronciani, che hanno forgiato una certa estetica indie italiana (Altro, Bugo, Tre Allegri Ragazzi Morti, Baustelle). Significativa è anche la produzione di Davide Toffolo, fumettista, illustratore ma anche musicista (Tre Allegri Ragazzi Morti). Ricordiamo inoltre le copertine di Igort per i Rio Mezzanino (Economy With Upgrade, 2008), Gipi per Le Luci della Centrale Elettrica (Canzoni da spiaggia deturpata, 2008), David Diavù Vecchiato per Luca Sapio (Who Knows, 2012), Otto Gabos per Marco Rovelli (LibertAria, 2009), Ericailcane per Comaneci (You a lie, 2009). Di musica ed illustrazione abbiamo parlato con Tanino Liberatore, Alessandro Baronciani, Davide Toffolo ed Erica Calardo. Tanino Liberatore (vero nome Gaetano Liberatore, nato a Quadri, CH, nel 1953), è fumettista, illustratore e pittore. È celebre soprattutto per il personaggio Rank Xerox (poi Ranxerox), ideato dall’amico Stefano Tamburini e disegnato inizialmente da Tamburini con la collaborazione di Andrea Pazienza e Liberatore. Dal 1980 Liberatore ne diventa il disegnatore ufficiale. Nel 1980 esce il primo numero di Frigidaire, rivista di fumetti, musica, inchieste giornalistiche ed altro fondata da Liberatore insieme a Vincenzo Sparagna, Tamburini, Filippo Scòzzari, Pazienza e Massimo Mattioli. Dal 1982 vive e lavora in Francia. Fanatico di musica, soprattutto americana e inglese, dal 1974 al 1978 disegna copertine di dischi per la RCA italiana. “Le copertine che ho realizzato per la RCA non erano copertine con un concept, come quella che ho creato in seguito per Frank Zappa”, afferma, “A volte me le chiedevano la mattina e dovevo consegnarle il pomeriggio, per cui non erano molto studiate. Le copertine più elaborate tra quelle che ho creato per l’RCA furono quelle realizzate per I Lupi e Agnese dolce Agnese di Ivan Graziani”. Nel 1983 realizza la copertina dell’album The Man from Utopia di Frank Zappa. Una ragazza si presenta da Zappa come giornalista, con in mano una copia di Ranxerox. Al musicista piace il fumetto e fa contattare Liberatore e Tamburini. “All’inizio voleva fare addirittura una storia a fumetti su tutto il suo tour italiano, che è stato una tragedia per lui”, ricorda divertito Liberatore, “ma poi si è fatta solo la copertina. Zappa voleva metterci dentro tutto quello che gli era successo: le zanzare, gli organizzatori che pensavano più a sniffare coca che a organizzare… Siccome non amo le copertine in cui ci sono troppi elementi, gli ho proposto di occuparmi io del davanti, e nel retro avrei messo tutto quello che voleva lui. Quindi ho fatto lo schizzo della copertina e ci ho messo questo cazzo di ammazza mosche. Mi sembrava troppo, così l’ho sgommato. Ma sai, con la gomma non va mai via tutto… Lui l’ha visto e ha detto: perché l’hai tolto? Con Zappa è stato fantastico, si è instaurato veramente un buon rapporto, penalizzato purtroppo dal fatto che non parlo inglese”. Tanino riesce ad incontrare un altro dei suoi idoli musicali, Miles Davis, ma sfortunatamente la collaborazione non si concretizza, per colpa di “intermediari poco simpatici”. “Miles Davis andò al Nancy Jazz Festival qui in Francia”, racconta l’artista, “e quell’anno avevo disegnato io il manifesto. C’era una nera un po’ strana con uno strumento inventato, una specie di sassofono. Davis vide questo disegno e si fece procurare gli altri miei lavori. Poi ha voluto incontrarmi e mi ha detto: ‘guarda che cosa ho disegnato da quando ho visto i tuoi lavori’. Aveva iniziato a disegnare solo fiche e cazzi (ride – NdA). Il fatto è che nel mio lavoro, soprattutto Ranxerox, di fiche e cazzi ce ne sono pochissimi. Evidentemente è il modo in cui disegno che fa venire a galla… l’allupato sessuale che sono…”. Non è invece mai riuscito ad incontrare il suo terzo mito musicale, Robert Wyatt, né a collaborare con lui. Anche se, alla fine degli anni ‘70, realizza un manifesto ispirato alla sua musica: “Era un ritratto di Wyatt, e sopra ci stavano degli insetti iperrealisti che si muovevano. Tutto questo muovere di insetti era ciò che mi evocava la musica di Robert Wyatt all’epoca. Ho regalato questo manifesto a Tamburini, che poi aveva bisogno di qualcuno di quegli insetti e l’ha fatto a pezzi. Mi sono incazzato forte!”. Più recentemente, Tanino realizza copertine per i dischi di Pacifico (Dolci Frutti Tropicali, del 2006) e The Bloody Beetroots (Romborama, 2009). Di quest’ultimo racconta: “Bob (Sir Bob Cornelius Rifo, alias The Bloody Beetroots – nda) era un ragazzino dalle idee molto chiare quando abbiamo fatto il primo disco. Da allora è diventato una star. Ho finito proprio ora di disegnare la seconda copertina per lui. Davanti c’è lui, con una mezza Lubna (personaggio di Ranxerox – NdA), si basa su una copertina di Ranxerox ma modificata, invece dietro ci sono tutti i personaggi che hanno partecipato al disco, tra cui Paul Mccartney, Tommy Lee, Peter Frampton. L’uscita del disco è prevista per settembre”. Chiedo a Tanino che senso ha oggi, per lui, l’artwork dei dischi. “Non lo so. Bisogna dire che c’è questo mercato parallelo del vinile che si è riaperto, ma comunque è sempre una nicchia. Diciamo che i presupposti e le necessità sono diverse. Mentre il 33 giri era abbastanza grande e potevi sviluppare un certo tipo di discorso, di disegno, adesso bisogna trovare quel… quid… tipo un logo, un’immagine che salti all’occhio in mezzo a questa marea di immagini e informazioni che abbiamo sullo schermo del computer”. Dopo aver lavorato per un lungo periodo “con il computer”, da qualche anno Liberatore è “tornato all’analogico”. “Sto lavorando su grandi dimensioni (esattamente il contrario di quanto facessi prima)”, racconta, “olio e carboncino sono i medium che utilizzo di più in questo momento. Sto cercando di passare dall’illustrazione alla pittura e non è una cosa così scontata”. Nato a Pordenone nel 1965, Davide Toffolo è fumettista, cantante-chitarrista dei Tre Allegri Ragazzi Morti e titolare dell’etichetta indie La Tempesta. Tra gli artisti che l’hanno inspirato nel corso della sua vita cita “Stan Lee, Magnus, Moebius, Paz (Andrea Pazienza – NdA), Scòzzari, Liberatore, Crumb, Burns, i fratelli Hernandez, Tezuka” e tanti altri. Afferma di aver sempre amato “i disegnatori di fumetti, o meglio i loro segni nelle copertine dei dischi. Crumb, Charles Burns per Iggy Pop (Brick by Brick – nda), Paz, Liberatore. Perché, come la musica, anche i segni hanno dentro un mondo intero. Io ho disegnato poche copertine per altri, ma ho elaborato un immaginario complesso per i TARM: cinquecento pagine di fumetti, il ‘romanzo di fondazione’ Cinque allegri ragazzi morti, tanti video in animazione, una decina di dischi, magliette e merce varia. E poi una maschera, che è la cosa più importante. Mi piacerebbe disegnare le copertine dei dischi di Giorgio Canali. Tutte. Magari lo farò quando ripubblicheremo tutta la discografia antologica. Le copertine sono una cosa delicata. Io non sono un grafico, per questo motivo molte intuizioni o disegni miei vengono poi sviluppati da grafici. Negli ultimi dischi questa collaborazione è stata con Alessandro Baronciani”. Da pochi mesi è uscito il settimo album dei TARM, Nel Giardino dei Fantasmi, come sempre con una copertina incantevole ed originale. “La copertina concettualmente è stata immaginata da Enrico Molteni (il bassista dei TARM – NdA)”, racconta Toffolo, “Aveva in mente uno scorrimento in orizzontale per la versione da youtube, e da quello sono partito. Prima ho fatto un disegno lungo dove c’erano dentro fantasmi vari del nostro immaginario: dal Señor Tonto a Marcella, al Gorilla Bianco, fino a noi nella versione stilizzata di quest’anno. Il concept ormai era stabilito. Abbiamo deciso di assegnare un fantasma ad ogni canzone, e di farle immaginare a Canedicoda, che in collaborazione con me ha realizzato i costumi dei fantasmi. A quel punto io li ho disegnati. Ma la copertina ha davvero preso la sua forma con l’arrivo di Alessandro (Baronciani – NdA), che con uno dei suoi colpi di genio ha ribaltato il lato di apertura dell’oggetto CD, così a quel punto la copertina è diventata proprio uno dei fantasmi, il disegno di noi tre. Ricapitolando: i disegni li ho fatti io, lo styling dei personaggi Canedicoda, la grafica e i colori Baronciani”. Progetti futuri? “Il prossimo progetto è una specie di salto mortale carpiato. Una mia autobiografia dove definitivamente divento un personaggio dei fumetti. La storia mia e del mio uccello. Un buon argomento di vendita. E poi sto lavorando alla raccolta di tutto il materiale grafico dei Ragazzi Morti, vent’anni nei quali tanti artisti hanno partecipato alla realizzazione di un immaginario unico”. Nato a Pesaro nel 1975, Alessandro Baronciani lavora come grafico per Universal, Mescal e La Tempesta. Ha illustrato tutte le copertine degli Altro, il gruppo punk in cui suona la chitarra e canta, “e poi, partendo dalla provincia: Sprinzi, Camillas, Afraid!, Ronin, Ovo, Tre Allegri Ragazzi Morti, Baustelle, Bugo, Sick Tamburo, Disco Drive, Perturbazione, Raein, e altre”. Quella di cui è più orgoglioso è quella per i Baustelle (Cofanetto illustrato della giovinezza, 2010). “Mi è piaciuto come siamo arrivati alla copertina”, racconta, “È stato il lavoro del grafico come me lo sono sempre immaginato, cioè tirare fuori, sistemare e fissare sulla carta le idee della band. La maieutica del grafico. Alle volte basta pochissimo. Ad esempio l’idea della copertina degli Afraid! è nata dalla email che mi ha mandato Andrea, il chitarrista. C’era scritto: ‘fai quello che ti pare. Cigno’. E quindi ho realizzato la copertina che si apriva a forma di cigno. Poi ho scoperto che ‘cigno’ era il soprannome di Andrea”. Per Alessandro, le più belle copertine illustrate da artisti italiani sono state “quelle degli anni ‘80 di Pazienza e Liberatore. Fantastica quella realizzata per Zappa: ha disegnato un intero stadio pieno di gente, e li ha disegnati uno per uno, senza il computer! Se parliamo di scena punk-underground mi vengono in mente le copertine di Stiv Valli della T.V.O.R. Tra gli studi più interessanti oggi penso a Legno, che si occupa di grafica, di serigrafia, ma anche della tiratura di dischi in vinile. Quello che manca forse è un’etichetta discografica con un’idea di grafica coraggiosa, come lo furono la 4AD o la Dischord, di cui compravo i dischi anche e soltanto per la copertina”. Qual è per Alessandro il futuro che spetta a queste piccole opere d’arte? “Chi lo sa? La copertina è stato un meraviglioso superfluo dell’età dei supporti. Certo l’iPod senza copertina del disco è triste”. Il 15 aprile è uscito Raccolta, il suo nuovo volume a fumetti: “In questi anni avevo collezionato tantissime storie brevi che volevo chiudere in un libro. Sono racconti a fumetti molto diversi da quelli dei miei libri. Ma non trovavo un formato adatto. È stata la casa editrice, la Bao Publishing, a farmi venire in mente l’idea ultra pocket, quando mi hanno detto che avrebbero fatto uscire contemporaneamente la versione digitale. Sia su carta sia sull’iPhone, te lo puoi sfogliare con un dito e nello stesso formato”. Piccola curiosità: il brano di Colapesce Quando tutto diventò blu (dall’album Un Meraviglioso Declino, 2012) è ispirato all’omonima graphic novel di Baronciani: “Forse nascerà una collaborazione”, ci confida l’artista pesarese, “ma solo se mi fa passare le vacanze nella sua Sicilia”. Pittrice e illustratrice, Erica Calardo (nata a Genova nel 1980) attualmente vive e lavora a Bologna. È co-fondatrice (con il compagno Paolo Clericuzio e Andrea Zita) dell’etichetta discografica indipendente Soupy Records (che produce soltanto 45 giri in vinile), di cui cura la grafica. Nata a Campobasso nel 2009, Soupy è, spiega la Calardo, “la sintesi delle nostre passioni/ossessioni. Io ho sempre amato l’Arte, mentre Paolo e Andrea sono DJ e collezionisti di vinile. Io leggevo Juxtapoz e Hi-Fructose, innamorandomi dei dischi della Sympathy for the Records Industry (soprattutto) per le loro copertine. Paolo e Andrea sono cresciuti a suon di garage, soul e punk rock. Soupy è sintetizzata da nostro logo, una zuppa di ramen stilizzata, in cui galleggiano dischi neri con label ciano, magenta e giallo… è il simbolo della nostra idea di fusione fra arte e musica: un piatto con ingredienti ben distinti fra loro la cui giustapposizione crea un sapore completamente nuovo. Quella di stampare solo dischi in vinile non è stata una vera scelta, non avremmo potuto fare altrimenti. Paolo e Andrea non hanno mai comprato CD. Per noi il disco è in vinile. Punto”. Sul sito di Soupy Records si legge: “L’etichetta mira a fondere i contenuti musicali con le arti figurative. Ogni copertina è affidata, infatti, ad artisti emergenti o poco conosciuti nel campo delle arti visive, per cercare di rendere ogni disco un oggetto d’arte a 360 gradi”. Alla faccia degli anonimi e insipidi file audio! “Io e i miei soci siamo terribilmente all’antica”, confessa Erica, “Nel mio studio si usano solo tecniche tradizionali. Il digitale è relegato ad un ruolo di supporto. Le cose mi piace toccarle e annusarle, tenerle in mano, guardarle. Mi piace che un disco abbia una personalità individuale: non può e non deve trattarsi di una mera sequenza di 1 e 0 archiviata in un hard disk”. Una produzione Soupy illustrata (meravigliosamente) dalla stessa Erica è You Better Find Out dei The Pamela Tiffins. “You Better Find Out è punk rock puro (…) Ho ascoltato questo disco e ho pensato ad Hawah, la bimba con la mela, uno dei miei pezzi più ‘in stile’ con il Pop Surrealismo americano. Da Eva a Biancaneve c’è il filo rosso del principio femminile associato al male, al peccato e simbolizzato da una mela (in latino malum è male ed è mela), in questo caso candita: non sono così seria. Hawah è la mia riflessione sulla donna, sul femminile. Una riflessione un po’ polemica, e ho voluto associarla ad una band che adoro, in cui convivono e hanno lo stesso peso il principio maschile e quello femminile”. Ma Soupy non si limita alla produzione di deliziosi dischetti in vinile. “È un momento difficile per la piccola discografia indipendente”, racconta Erica, “Ci dedichiamo moltissimo alla produzione di merchandising, ramo sicuramente più remunerativo: t-shirt, spillette, shopper”. Molti di questi oggetti sono disegnati da Erica stessa, altri da artisti emergenti quali la pittrice Ania Tomicka, la fumettista Flavia Biondi, Alpe Tiffin e tanti altri. Per quanto riguarda il futuro prossimo di Erica, l’aspettano tante collettive e la sua “prima personale italiana: Festino Baroco (in autunno da Mondo Bizzarro Gallery, a Roma)”. (Jessica Dainese) (Read more - Leggi di più)

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Una storia americana, fotografie di Gordon Parks

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Lo statunitense Gordon Parks (1912-2006) è stato un sacco di cose: regista, sceneggiatore, musicista, attore, scrittore, ma soprattutto è stato un grande fotografo in grado di immortalare, splendidamente, la vita quotidiana americana del dopoguerra. Un personaggio eclettico che, per via di questa sua versatilità artistica, venne definito dalla rivista LifeUomo del Rinascimento”. Un narratore unico e inconfondibile capace, con il suo apparecchio fotografico, di comprendere e scavare dentro le pieghe della società, rivelare le ingiustizie e i soprusi, portare alla luce la storia di chi non aveva voce per gridare le proprie necessità. (Read more - Leggi di più)

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La terza edizione del concorso fotografico Musica a Scatti

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La terza edizione del concorso fotografico Musica a Scatti è realizzata nell’ambito della XI edizione di DiscoDays – Fiera del Disco e della Musica – che si terrà a Napoli domenica 13 ottobre 2013. Scopo dell’iniziativa è quello di creare un nuovo e stimolante connubio tra la musica e la fotografia, affrontando il tema della musica attraverso le immagini. L’arte visiva è da sempre stata una componente fondamentale per la musica, in alcuni casi diventandone tutt’uno. Il vincitore avrà la possibilità di allestire una propria mostra fotografica che verrà allestita in aprile, nell’ambito della XII edizione di DiscoDays. Le spese per l’allestimento della mostra saranno a carico dell’organizzazione e le stampe fotografiche verranno rilasciate al vincitore a termine della manifestazione. Tutte le informazioni aggiornate sull’evento e il bando per la partecipazione al concorso sono disponibili qui. (Fonte: discodays.it) (Read more - Leggi di più)

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ML – Indie News 2: scarica e leggi il nuovo PDF

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Pronto per essere scaricato e letto il numero 2 di ML – Indie News: il nuovo bollettino indipendente d’informazione musicale e culturale che racchiude le ultime notizie e recensioni pubblicate dal nostro blog. Il notiziario ha cadenza più o meno settimanale ed è scaricabile gratuitamente (in formato PDF) attraverso questo link. Buona lettura. (Fonte: ML) (Read more - Leggi di più)

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LIFE: i grandi fotografi in mostra a Roma

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Nel nuovo spazio AuditoriumExpo dell’Auditorium Parco della Musica di Roma, si inaugura la mostra Life. I grandi Fotografi, una retrospettiva ragionata ed emozionante sugli autori e le immagini che hanno fatto di Life un mito e un riferimento della fotografia internazionale. La mostra è una produzione della Fondazione Musica per Roma e della Fondazione FORMA per la Fotografia, in collaborazione con Life e Contrasto. Per buona parte del XX secolo, i fotografi di Life hanno raccontato con le loro immagini ogni aspetto della vita umana. Uscito per la prima volta nel 1936 e poi con cadenza settimanale fino agli anni Settanta, la rivista fu creata da Henry Luce per cercare proprio nel fotogiornalismo, negli occhi privilegiati dei fotografi, le immagini del nuovo secolo da mostrare ai lettori. “Vedere la vita, vedere il mondo” era il motto sul primo numero di Life e veramente, con il loro stile inconfondibile, i fotografi di questa rivista hanno impresso una svolta nella maniera di comprendere l’attualità, di vederla e di raccontarla attraverso le immagini. Gli anni Trenta della Depressione, gli anni Quaranta, la Seconda guerra mondiale, il difficile dopoguerra, il Vietnam: Life ha raccontato il Novecento e ha imposto una linea, indicato una maniera particolare di guardare e quindi di pensare l’attualità. La mostra Life. I grandi Fotografi è una produzione inedita, messa a punto proprio per questa occasione: un insieme di circa 150 fotografie tra le più celebri racconteranno la nascita, l’evoluzione e lo stabilizzarsi di una visione che è diventata decisiva: il mondo alla maniera di Life. La testimonianza del talento, della creatività e del coraggio di questi autori è racchiusa in questa esposizione. La mostra, inaugurata lo scorso primo maggio, chiuderà il 4 agosto 2013. Per saperne di più clicca qui. (Fonte: Fondazione Musica per Roma) (Read more - Leggi di più)

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Family Life di Ken Loach (1971)

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Assai attivo come autore e regista per conto della BBC, Ken Loach utilizza per il suo ritorno sul grande schermo un soggetto originale – “In two minds” – dello scrittore inglese David Mercer (che viene accreditato alla sceneggiatura) pensato qualche anno prima per la televisione e incentrato prevalentemente sulle eleborazioni teorico-culturali e sull’esperienza clinica dell’antipschiatria di R.D. Laing e David Cooper (che in Italia ebbe come più illustre seguace Franco Basaglia). Loach anche stavolta segue una metodologia stilistica ispirata ai dettami del “cinema diretto”: essenzialità documentaristica delle riprese che riduca il più possibile in fase di post-produzione le tecniche di manipolazione in uno sforzo di semplificazione del linguaggio audiovisivo (assimilabile, dunque, alle opere televisive) che riproduca fedelmente la realtà evidenziandone le contraddizioni. La descrizione drammatica delle vicissitudini personali della diciannovenne Janice che soffre di disturbi psicologici in quanto vittima della famiglia e delle istituzioni (la repressione ospedaliera) è il robusto tessuto narrativo che consente all’autore inglese di estrarre, comunque, gli elementi di un’analisi profonda sulla decadenza della società britannica senza, però, rinunciare ad una lirica delicatezza nella trattazione del disagio mentale. Costretta dalla madre ad abortire e ricoverata in clinica dopo aver passato una notte nella casa del suo ragazzo ed essersi ribellata ai rimproveri dei genitori, Janice riceve le cure del dottor Donaldson che applica i principi dell’antipsichiatria (ascolto e dialogo) ma non riesce a completare un percorso di completa guarigione perchè l’ospedale torna ad adottare i metodi della psichiatria tradizionale (farmaci ed elettroshock) che restituiscono alla famiglia Baildon una ragazza completamente abulica e intontita. L’ulteriore tentativo di abbandonare la casa paterna determina un altro ricovero durante il quale le viene impedito di frequentare un ragazzo nelle sue stesse condizioni: la fuga dall’ospedale (con l’aiuto del ragazzo che l’aveva messa incinta) è vana e definitivamente controproducente perchè da quel momento in poi la sorveglianza e le cura psichiatriche saranno più dure fino a renderla un “esemplare” caso clinico di apatia esibito da illustri luminari nel corso di lezioni universitarie di medicina. Lo stupore amaro del regista davanti agli errori clamorosi commessi da chi dovrebbe somministrare terapie giuste e amorevoli si accompagna ad un’indignazione angosciata per la consapevolezza dell’impossibilità di giungere ad una soluzione favorevole per l’anello più debole di questa catena di sofferenza. Loach sostiene con evidente chiarezza che le origini della malattia di Janice (e più generalmente le cause del disagio umano) siano socio-familiari e non psicologiche né tantomeno organiche. Il principio di autorità, indispensabile al funzionamento di qualsiasi organizzazione complessa, è degenerato – sembrerebbe dirci il regista – in un autoritarismo feroce che non ammette in maniera alcuna la manifestazione del dissenso, dello spirito critico o dei desideri individuali che siano diversi da quelli già tracciati dal “pensiero unico” omologante che è connesso e necessario alle esigenze di espansione e rafforzamento del capitalismo avanzato nelle istituzioni economiche, statuali e (anche) familiari. Nella malinconica rappresentazione di una “old Britannia” prigioniera di un ormai lontano passato vittoriano, avviata, al contrario, ad un futuro di degrado e povertà foriero di profondi cambiamenti e turbolenze sociali che produrranno (come si vedrà più avanti negli anni) la contro-rivoluzione iper-liberista della Thatcher, Loach (pur convinto uomo ed artista di sinistra) comunica allo spettatore le proprie personali perplessità sulla costruzione di un mondo più giusto e democratico. Il ripristino dei tradizionali e invasivi metodi di cura, la sconfitta delle teorie dell’antipsichiatria, l’ospedalizzazione di una Janice catatonica equivalgono, infatti, alla resa simbolica degli esseri umani ad un processo inesorabile di mostruosa disumanizzazione, a quella oggettivazione dello spirito che nei rapporti capitalistici si chiama “alienazione”. Il sole dell’avvenire, dunque, è ben lungi dal sorgere e il socialista Ken Loach, purtroppo, lo sa benissimo. (Nicola Pice)
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Cultura Film al cinema e in TV Radio Recensioni

La Ballata di Cable Hogue di Sam Peckinpah (1970)

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Dopo la spietatezza e la brutalità de Il Mucchio Selvaggio (1969), pietra miliare della cinematografia western mondiale, David Samuel Peckinpah (meglio noto come Sam Peckinpah, 1925-1984) nel 1970 ci consegna un altro capolavoro, questa volta “cult” e insolito, della sua importante carriera di regista. Con La Ballata Di Cable Hogue, infatti, Peckinpah abbandona l’efferatezza del fuorilegge Pike Bishop e della sua banda per dare spazio, invece, alle visioni crepuscolari e non belligeranti di un cercatore d’oro abbandonato in pieno deserto da due disonesti compari. Un film in cui alla sofferenza e al tradimento della finta amicizia, quella fatta soltanto di interessi, fa seguito l’improvvisa rivincita della vita che mescola sapientemente e in salsa agrodolce il bisogno d’amore con la scialba ricchezza. Una pellicola grottesca e tragicomica che rivela, ahimè, tutti i vizi e gli egoismi della società moderna attraverso le splendide interpretazioni di un grandissimo loser, Jason Robards (Cable Hougue), di una meravigliosa meretrice, Stella Stevens (Hildy), e di un tipico predicatore dei nostri giorni, David Warner (Joshua). Peckinpah alla stregua del maestro Sergio Leone (1929-1989) riesce a scendere nella profondità della psiche di ciascun personaggio mettendo in risalto le debolezze dell’uomo e le disumanità del progresso. La Ballata di Cable Hogue, grazie a un finale decisamente rivelatore, segna la fine di un’epopea, quella del “Selvaggio West” e di quel caro romanticismo fatto di cowboy solitari e avventurieri in cerca di fortuna. Da vedere anche durante la notte di Natale, tra una fetta di panettone e un pezzo di mandorlato; un motivo in più per riflettere su quest’epoca di trasformazioni, di mancanza di valori e di sregolate evoluzioni tecnologiche. (Luca D’Ambrosio) (Read more - Leggi di più)

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PIVI 2011: PROROGATA LA SCADENZA PER ISCRIVERSI

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È stata prorogata al 15 ottobre 2011 la scadenza per iscriversi al PIVI (Premio Italiano Videoclip Indipendente). L’importante riconoscimento quest’anno sarà assegnato alla Fiera del Levante di Bari dove si svolgerà il Medimex Mei. La cerimonia di premiazione avrà inizio domenica 27 novembre 2011 alle ore 15:00 presso il Cineporto. Per partecipare è necessario seguire quanto prescritto sulla pagina www.meiweb.it/download (Fonte: ufficio stampa) (Read more - Leggi di più)

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Film al cinema e in TV Radio Recensioni

(Ri)visti in TV – The Hurt Locker di Kathryn Bigelow (2008)

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Il sergente maggiore William James, di stanza a Baghdad, Iraq, è chiamato a dirigere una unità speciale dell’esercito che ha il compito di neutralizzare gli ordigni esplosivi sparsi per la città mediorientale. Equipaggiati con una corazza-scafandro che conferisce a ciascun soldato l’aspetto grottesco d’un palombaro e muniti di un paio di pinze, i soladati sono investiti dell’onere gravoso di disinnescare bombe che possono avere un raggio di detonazione superiore “anche” ai trecento metri. James, però, svolge il suo ruolo di artificiere con un’atteggiamento di sfida incosciente che mette a rischio la vita dei suoi subalterni e che, pertanto, turba non poco i loro animi (in particolare quelli dei soldati Sanborn ed Eldridge). A nulla servirà, comunque, un breve periodo di riposo presso la sua famiglia negli Stati Uniti: il sergente rinnoverà la ferma irachena continuando la propria attività di “disarmatore” con la stessa cieca, ebbra attitudine. Trasmesso in prima serata da rai 3 il 10.09.2011 “The Hurt Locker” costituisce senza alcun dubbio uno dei migliori film della prima decade del XXI secolo sebbene – prima d’una frettolosa, quanto ipocrita, rivalutazione critica dovuta al trionfo (risarcitorio?) nella notte degli oscar 2010 – sia stato snobbato dalla gran parte della stampa specializzata (soprattutto statunitense) e dal pubblico nelle sale. Kathryn Bigelow dirige un’opera originalissima nel suo raggelante straniamento che, seppur esteticamente sovrapponibile al “war-movie”, stravolge in toto i codici del “genere” a cui sembrerebbe appartenere. Se, infatti, lo scenario in cui si svolgono gli (scarni) eventi narrati è in maniera inequivocabile un “teatro di guerra” in quanto riconducibile storicamente e geograficamente al conflitto iniziato nella terra d’Iraq nel 2003, lo sguardo “registico” della Bigelow espunge completamente dalla rappresentazione il topos fondante di ogni film bellico che si rispetti: l’indigesta retorica della solidarietà militare collettiva sintesi degli eroismi individuali cosicchè la Vittoria finale diventi la somma delle vittorie dei singoli componenti di un plotone, di un commando o di un equipaggio. La furia incosciente che emerge dagli atti compiuti da William James non è in alcun modo assimilabile al coraggio inteso come principio teoretico di “trionfo sulla paura” né, tantomeno, è il frutto di un superiore principio morale che determini la necessità di agire per combattere e vincere una guerra giusta. Al contrario, il sergente maggiore appare “danger-addicted”, vittima della dipendenza dal pericolo che discende direttamente dal processo di brutale spersonalizzazione che è connesso alla “cosa” bellica. E se la guerra è stravolgimento di ogni ordine propriamente intenso, ogni elemento dell’opera, dunque, non può che sembrarci “alterato” e “alieno”. La frenesia con cui l’autrice muove la MDP, infatti, è un formidabile marchingegno di costruzione d’angoscia, la spettralità post-atomica del paesaggio e degli elementi che lo “riempiono” (le case semi-disabitate, i cumuli di macerie, la fissità del deserto che tutto circonda e avvolge) sono accuratamente ripresi per evidenziare – in un livido contrappunto – l’ostilità ai soldati e, in definitiva, l’estraneità di questi ultimi ad un ambiente in cui annaspano senza più alcuno scopo che non sia quello per cui sono stati addestrati. Così ingombranti risultano, anzi, le componenti “belliche” della messa-in-scena che la sensazione di disfacimento con prepotenza si fa immanente e diventa parte intrinseca dei soldati fino a diventare essa stessa la padrona incontrastata dell’opera, la sua protagonista assoluta. Laddove ogni cosa è in rovina – per opera della guerra – anche i comuni codici comportamentali si sfaldano: i soldati, infatti, sembrano essere indifferentemente “invisibili” gli uni agli altri, comunicano in maniera scarna (il film utilizza pochissimi dialoghi) lasciando “parlare” al loro posto le raffiche delle armi da fuoco e il boato degli ordigni che esplodono, ognuno compenetrato più o meno parossisticamente (è il caso del sergente James) nel proprio compito da svolgere. Spietata metafora antropologica del manichesimo della società a stelle strisce che trasforma migliaia di soldati in implacabili “macchine da guerra” con la stessa logica binaria priva di dubbi (sparare-disinnescare=sopravvivere) con cui costruisce milioni di perfetti ingranaggi del sistema capitalistico (produrre=comprare-consumare), “The Hurt Locker” costituisce soprattutto la rappresentazione della “inumanità” prossima ventura in cui ciascuno (in un conflitto bellico così come nello svolgimento degli atti della quotidianità) sia ricondotto allo status meccanico di esecutore di un ruolo preordinatoriamente assegnatogli da qualcuno che ha deciso per conto suo. Una rappresentazione tanto più orrorifica agli occhi dello spettatore che guarda perchè priva di qualsiasi giudizio etico da parte della sua autrice. Esemplarmente atroce nel suo (iper)realismo perchè ineluttabile nel suo compimento. Sic et simpliciter. (Nicola Pice) (Read more - Leggi di più)

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BETTY POISON: INTERVISTA A LUCIA REHAB (2011)

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INTERVISTA AI BETTY POISON (2011) di Laura Carrozza
Il 7 ottobre a Roma, presso il music club Le Mura e sotto il segno di Annozero Live Events, i Betty Poison e i Luminal divideranno il palco in occasione del lancio di “Heroes”, prossimo appuntamento fisso della scena romana destinato ad aggregare gruppi accomunati dallo stesso spirito lungo un asse che da Roma arriva fino a New York. Abbiamo raggiunto Lucia, talentuosa front woman del gruppo romano Betty Poison: con lei la chiacchierata ha spaziato dalla musica, alla religione, dall’arte a pensieri visionari. Enjoy it. (Read more - Leggi di più)