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The Telescopes – Taste (1989)

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Assieme a Psychocandy e Sound of confusion, Taste servì a costituire la Sacra Trimurti del feedback pop inglese degli anni Ottanta. Un rumore da officina siderurgica che soffoca ogni cosa. Taste nasce sotto effetto delle droghe. Triptizol, per l’ esattezza. Un antidepressivo triciclico al cui abuso Stephen Lawrie sopravvive a stento, quando è appena diciottenne. La crisi di astinenza che ne segue mette in circolo tossine e scorie che Stephen cerca di eliminare in ogni modo. Vomita ed urina ad ogni ora del giorno e della notte. E scrive larve di canzoni spalmate su brandelli di rumore bianco. Come se non bastasse, il resto della scaletta di Taste viene composta nell’ appartamento che Dominic Dillon (diventato nel frattempo batterista “in pianta” stabile, NdLYS) condivide con una serie imprecisata di spettri. Che stavolta, a differenza di quelli di Stephen, non sono presunti. Ma i ragazzi sfruttano la cosa a loro vantaggio: nessuno frequenta il palazzo, a causa dei fantasmi che lo abitano, e così danno fondo alla loro risorsa di rumore. Sempre più forte, sempre più violento, tanto da atterrire pure i fantasmi. Quando alla fine portano i loro strumenti alla Track Station, Stephen non è ancora sazio. Vuole ancora più rumore, vuole che sia indomabile. Suggerisce a Ken MacPherson, uno dei due produttori del disco, di alterare i pedali fuzz fino a renderli ingovernabili. Sempre Stephen suggerisce a Ken e Chris Bell l’ idea di piazzare un ventilatore tra l’amplificatore del basso e il microfono per creare l’effetto oscillante dentro il caos di Suicide, il collasso conclusivo che chiude il disco. I fall, she screams, Violence, Threadbare, There is no floor, Suffercation, Silent Water lungo lo snodarsi del disco sono percorse dalla medesima follia feroce e perversa. Una torrida colata di rumore bianco e purpureo che ustiona la carne, un altoforno dove il pop anoressico della pallida Albione viene forgiato come una lamiera di ferro rovente. Una zecca abusiva dove viene coniata la nuova moneta del rock psichedelico dell’era post-atomica. Non chiedetevi che “sapore” abbia, chiedetevi piuttosto se riuscirete a sopportarlo. (Franco Dimauro) (Read more ★ Leggi di più)

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Sarah Schuster – Possibilities (2011)

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Quanto mi piacerebbe suonare il basso con le Schuster…. Purtoppo loro il bassista non ce l’hanno mai avuto e, a quanto mi pare di capire, non lo cercano. Forse, tra l’altro, un basso dentro lì rischierebbe di rovinare tutto. Tutto un lavoro fatto da anni, con convinzioni solide e idee valide alle quali inchinarsi, con il rispetto che merita chi le idee le ha e le porta avanti senza compromessi. Questo trio, che era un quartetto nel precedente e convincente “Rain from Mars”, spacca. Nove tracce, 29 minuti, senza il bisogno di compiacere o di cercare di affascinare a tutti i costi, dove i Nostri: Daniela ed Eleonora Dal Zotto (rispettivamente chitarra e voce e chitarra e armonica) e Matteo Mosele (batteria e cori) dimostrano capacità compositiva e originalità, non senza un minimo di spregiudicatezza. Si apre con “deep lakes”, un pezzo che ti fa entrare in atmosfere da grandi spazi, molto paritexas all’inizio, aprendosi poi verso l’evocazione della scena della strage in chiesa di killbill. Fantastico: il buongiorno si vede dal mattino. Se proprio vogliamo fare un appunto (e non me ne voglia Davide Ferrario che ha prodotto questo brano oltre a “the photographer”) ho trovato l’armonica a momenti un po’ troppo presente sopra la voce. Interessantissima la linea melodica di look in the mirror, che si erge sopra un semplice giro di chitarra; frenetica ed empatica “erasmus”, che mentre scrivi ti fa muovere il culo sulla sedia; ottimo pezzo Rock (con la R maiuscola) “delusional”, con ritornello efficacissimo. Bellissima “possibilities”, mai scontata, non facile, ma capace di arrivare all’anima di chi l’ascolta. Amo questa canzone. Un disco maturo, sorprendente, capace di portarti da Ry Cooder a PJ Harvey, passando per Joan as a Police Woman, dove non succede mai quello che ti aspetti. Ed è questo il bello. Complimenti davvero. (Alessandro Grainer) (Read more ★ Leggi di più)

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(Ri)visti in TV – The Hurt Locker di Kathryn Bigelow (2008)

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Il sergente maggiore William James, di stanza a Baghdad, Iraq, è chiamato a dirigere una unità speciale dell’esercito che ha il compito di neutralizzare gli ordigni esplosivi sparsi per la città mediorientale. Equipaggiati con una corazza-scafandro che conferisce a ciascun soldato l’aspetto grottesco d’un palombaro e muniti di un paio di pinze, i soladati sono investiti dell’onere gravoso di disinnescare bombe che possono avere un raggio di detonazione superiore “anche” ai trecento metri. James, però, svolge il suo ruolo di artificiere con un’atteggiamento di sfida incosciente che mette a rischio la vita dei suoi subalterni e che, pertanto, turba non poco i loro animi (in particolare quelli dei soldati Sanborn ed Eldridge). A nulla servirà, comunque, un breve periodo di riposo presso la sua famiglia negli Stati Uniti: il sergente rinnoverà la ferma irachena continuando la propria attività di “disarmatore” con la stessa cieca, ebbra attitudine. Trasmesso in prima serata da rai 3 il 10.09.2011 “The Hurt Locker” costituisce senza alcun dubbio uno dei migliori film della prima decade del XXI secolo sebbene – prima d’una frettolosa, quanto ipocrita, rivalutazione critica dovuta al trionfo (risarcitorio?) nella notte degli oscar 2010 – sia stato snobbato dalla gran parte della stampa specializzata (soprattutto statunitense) e dal pubblico nelle sale. Kathryn Bigelow dirige un’opera originalissima nel suo raggelante straniamento che, seppur esteticamente sovrapponibile al “war-movie”, stravolge in toto i codici del “genere” a cui sembrerebbe appartenere. Se, infatti, lo scenario in cui si svolgono gli (scarni) eventi narrati è in maniera inequivocabile un “teatro di guerra” in quanto riconducibile storicamente e geograficamente al conflitto iniziato nella terra d’Iraq nel 2003, lo sguardo “registico” della Bigelow espunge completamente dalla rappresentazione il topos fondante di ogni film bellico che si rispetti: l’indigesta retorica della solidarietà militare collettiva sintesi degli eroismi individuali cosicchè la Vittoria finale diventi la somma delle vittorie dei singoli componenti di un plotone, di un commando o di un equipaggio. La furia incosciente che emerge dagli atti compiuti da William James non è in alcun modo assimilabile al coraggio inteso come principio teoretico di “trionfo sulla paura” né, tantomeno, è il frutto di un superiore principio morale che determini la necessità di agire per combattere e vincere una guerra giusta. Al contrario, il sergente maggiore appare “danger-addicted”, vittima della dipendenza dal pericolo che discende direttamente dal processo di brutale spersonalizzazione che è connesso alla “cosa” bellica. E se la guerra è stravolgimento di ogni ordine propriamente intenso, ogni elemento dell’opera, dunque, non può che sembrarci “alterato” e “alieno”. La frenesia con cui l’autrice muove la MDP, infatti, è un formidabile marchingegno di costruzione d’angoscia, la spettralità post-atomica del paesaggio e degli elementi che lo “riempiono” (le case semi-disabitate, i cumuli di macerie, la fissità del deserto che tutto circonda e avvolge) sono accuratamente ripresi per evidenziare – in un livido contrappunto – l’ostilità ai soldati e, in definitiva, l’estraneità di questi ultimi ad un ambiente in cui annaspano senza più alcuno scopo che non sia quello per cui sono stati addestrati. Così ingombranti risultano, anzi, le componenti “belliche” della messa-in-scena che la sensazione di disfacimento con prepotenza si fa immanente e diventa parte intrinseca dei soldati fino a diventare essa stessa la padrona incontrastata dell’opera, la sua protagonista assoluta. Laddove ogni cosa è in rovina – per opera della guerra – anche i comuni codici comportamentali si sfaldano: i soldati, infatti, sembrano essere indifferentemente “invisibili” gli uni agli altri, comunicano in maniera scarna (il film utilizza pochissimi dialoghi) lasciando “parlare” al loro posto le raffiche delle armi da fuoco e il boato degli ordigni che esplodono, ognuno compenetrato più o meno parossisticamente (è il caso del sergente James) nel proprio compito da svolgere. Spietata metafora antropologica del manichesimo della società a stelle strisce che trasforma migliaia di soldati in implacabili “macchine da guerra” con la stessa logica binaria priva di dubbi (sparare-disinnescare=sopravvivere) con cui costruisce milioni di perfetti ingranaggi del sistema capitalistico (produrre=comprare-consumare), “The Hurt Locker” costituisce soprattutto la rappresentazione della “inumanità” prossima ventura in cui ciascuno (in un conflitto bellico così come nello svolgimento degli atti della quotidianità) sia ricondotto allo status meccanico di esecutore di un ruolo preordinatoriamente assegnatogli da qualcuno che ha deciso per conto suo. Una rappresentazione tanto più orrorifica agli occhi dello spettatore che guarda perchè priva di qualsiasi giudizio etico da parte della sua autrice. Esemplarmente atroce nel suo (iper)realismo perchè ineluttabile nel suo compimento. Sic et simpliciter. (Nicola Pice) (Read more ★ Leggi di più)

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Anuseye – S.T. (2011)

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Se per assurdo nascessero gli Screaming Trees italiani voi che fareste? Continuereste a farvi le pippe con le stronzate che passa Virgin Radio o comincereste a far drizzare quel che da un po’ vi serve solo per assicurare lo stipendio all’urologo? Cominciate a porvi il quesito e andiamo avanti. C’erano una volta i That’s All Folks! Italianissimi solo per il censo. Erano gli anni del riflusso grunge e del tormentoso fiume di lava stoner. I T.A.F.! erano tra i più credibili gruppi del periodo, con due album incredibili su Beard of Stars, un mini su Toast e altra roba minore. Una storia che sembra(va) finita ma che lo scorso anni ci regala (a me, voi dovrete andare a comprarlo, NdLYS) un 7” diviso con il pulcino che da quella covata è venuto alla luce: Anuseye. Tra di loro Claudio e Luca vantano dei trascorsi nella seminale band barese. Al motore ritmico ci sono Antonello Carrante e Michele Valla. Il pezzo è Fine Needle, un serpente velenoso che mangia e caca bocconi acidi. Lo ritroviamo ora in apertura della seconda facciata di un disco maestoso che meriterebbe ben altre vetrine che non quella che gli può garantire un mascalzone come me. E neppure un mascalzone ancora più grande come quello che Massimo Gurnari ha intrappolato in copertina. Claudio Colaianni ha una voce fortemente espressiva perennemente impostata sui toni medi e caldi che furono del giovane Lanegan, pur sfuggendo ad ogni facile tentazione di emulazione. Sotto passano le spirali ipnotiche di chitarra e basso, a volte coadiuvate da una distesa soporifera di synth (la All is in your eyes figlia dei Monster Magnet di Tab) o da un picchiettio stoogesiano di piano (The Betrayal) che sottolineano la volontà della band pugliese di privilegiare il canale ipnotico per entrare nella mente degli ascoltatori pur senza disdegnare la scelta di affidarsi a melodie dolorosamente evocative (The girl at the corner of my heart, Head, Still, Song for the trees) che in passato furono il regno dominato da Black Moses, Masters of Reality, QOTSA e Screaming Trees e che ora gli Anuseye lambiscono con la sicurezza delle proprie capacità espressive. E così si torna alla domanda di partenza. Nel frattempo, cosa avete deciso di fare? (Franco Dimauro)
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AA.VV. – The SPAR Records Collection: The Singles (2011)

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Da qualche tempo è in atto un accorto recupero filologico di realtà discografiche del passato cadute nel dimenticatoio, e troppo spesso soffocate dall’oblio del tempo, ma che hanno costituito momenti importanti per i ‘destini’ della musica che amiamo. Ecco così questo mini-cofanetto ‘slipcase’ a tre CD raccoglie 60 brani della Spar Records e contiene pezzi originali di artisti apparentemente sconosciuti – a molti sembreranno i classici ‘carneadi’ manzoniani – come Levert Allison, Janis Parks, Moon Mullican, Leroy Jones, Bergen White, Bob Denver, Chase Webster, David Briggs, Henry Strzelecki, Herbert Hunter, Joe Pain, Steve Bess, Boots Randolph, Mac Gayden, Wayne Moss, Charlie McCoy, Bill Pursell, Bob Moore, Norbert Putnam, Kenny Buttrey, Hargus Pig Robbins, Jimmy Wilkerson ed altri ancora. Gente, questa, che si è ritrovata ad incidere con Elvis Presley, Roy Orbison, Bob Dylan, George Jones, Johnny Cash, Charlie Rich, Neil Young, Linda Ronstadt, Nancy Sinatra, Steve Miller, Joe Simon, Tony Joe White, The Monkees, tanto per fare dei nomi. L’aspetto più sorprendente nell’ascoltare i brani (e nello sfogliare il booklet) è concludere che proprio quando si crede d’aver capito tutto dei Sixties, quando ogni cosa sembra essere stata sviscerata fin nei suoi più reconditi anfratti, ed ogni tassello collocato nel punto giusto, spuntano fuori realtà sconosciute ai più ma oltremodo significative come questa. La Spar Recording Company, etichetta fondata a Nashville nel 1961, si conquisto una certa credibilità nel produrre una serie di cover a basso prezzo di ‘hit’ di successo dell’epoca che vennero distribuite in negozi che normalmente non vendevano i dischi dei normali circuiti. Con una curiosa particolarità, che quelle versioni non sfiguravano affatto nel confronto delle versioni originali, anzi qualche volta erano addirittura migliori. Accadeva talvolta che erano gli stessi musicisti che avevano suonato nei pezzi originali a rendersi disponibili anche per le nuove versioni. E questa è stata una prerogativa, tra gli altri, dei session-man nashvilliani. Questa raccolta si concentra sulle incisioni originali pubblicate dalla label e sulle cover sopracitate. Davvero incredibile che brani di indubbio valore – come la raccolta rende testimoni noi tutti – siano stati così a lungo trascurati e (in qualche modo) reietti e, soprattutto, quanto siano stati ignorati artisti sconosciuti come i nomi sopra citati che un minimo di visibilità l’avrebbero pure meritata. Possiamo considerarli tesori finora nascosti di pop, soul, country, doo-wop, R&B, ballads dei Sessanta. Peraltro i brani contenuti in questo mini-box assumono netta una valenza collezionistica. Diventa – credetemi – oltremodo piacevole ascoltare il ‘Northern Soul’ di “Someday” di Thomas Henry, il ‘doo-wop’ di “Small Town Girl” di Jimmy Tig & The Rounders, il ‘garage beat-pop’ di “Come On On” di Dee & Robert, la balata accattivante “Losing You” di Betty Wares, o pezzi come “You Can’t Trust A Friend” di Gail Majors, “Whole Summer Through” di Bobby & Bergen dalle influenze ‘surf’. All’interno della confezione un booklet di 12 pagine con la storia dell’etichetta discografica (firmata dal produttore Fred James) arricchita da rare immagini degli artisti e riproduzioni delle label di molti dei dischi pubblicati. (Luigi Lozzi) (Read more ★ Leggi di più)

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68esima Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia

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Già il fatto di arrivare in autostrada e prendere un traghetto per spostarci col nostro furgone da una parte all’altra della stessa città dà una certa emozione. Se poi, guardi da una parte e vedi laguna e case fitte fitte, col campanile tanto caro a leghisti e turisti, ma anche a noi comuni mortali, che si staglia all’orizzonte, guardi dall’altra e c’è il mare, coi murazzi dove “se se smacca i ossi sui sassi…”, le spiagge esclusive dell’Excelsior e del Des Bains, e in fondo le dune selvagge degli alberoni, è difficile immaginare di essere mal disposti a stare di buon umore. L’idea era di arrivare, “piantare” il furgone in campeggio e fare una scorpacciata di films nei pochi giorni che ci sono a disposizione. Difficile raccontarvi di tutti e di tutto: innanzitutto, niente gossip; così non annoio nessuno. Poi…. Tutti o quasi hanno parlato del main frame della mostra, ossia il tema sociale, il diverso e la sua collocazione nella società. Io vorrei parlare di solitudine e disperazione, la cosa che mi è rimasta, a prescindere se ciò che ho visto mi è piaciuto o no: alla faccia del buon umore! Parliamo del film della Comenicini? “Quando la Notte” non parte male, c’è questa mamma inquieta col bimbo che non dorma mai di notte (Claudia Pandolfi), che se ne va, sola, in vacanza ai piedi del massiccio del Monte Rosa, sotto di lei abita il padrone di casa (Filippo Timi), che fa la guida alpina e che, come tutti i montanari dell’immaginario collettivo è scontroso e truce nello sguardo. A parte l’indugiare troppo sui pianti del piccolo (una cosa straziante), lentamente il film scorre. Succede non si sa bene cosa di sopra, il bambino cade o è fatto cadere dalla madre, Timi si incazza e sembra quasi per un momento voler rapire il bambino, perché è sicuro che la madre ha tentato di ammazzarlo, ma non è così: porta lui e lei su, al rifugio gestito dal fratello che sembra più umano di lui. Durante il film scopre però di amare l’inquieta madre del piccolo. Lei a sua volta sembra non sopportarlo ma poi anche lei si sorprende ad amarlo. Due persone sole e disperate, che scoprono di volersi amare, ma che purtroppo non riusciranno mai a farlo. La cosa era ben riuscita, fino a quando lasciava il pubblico lì, sospeso senza una risposta vera, ma poi fra incontri, lei che scende e lui che sale con la funivia, con quello sguardo disperato occhi negli occhi e mani sul vetro, e improbabili ritorni con immancabile scena di improbabile sesso, rovinano quanto di buono il film prometteva. Merito della Comencini, ma soprattutto dei due bravissimi protagonisti, è stato quello di aver reso credibili i due personaggi, nella loro solitudine e disperazione, uno reso così da una vita di privazioni e l’altra diventata così per aver scelto come obiettivo della vita quello di soddisfare il maschilismo del marito. Forse è questa condizione che li ha fatti incontrare, ma sarà questa condizione a renderli lontani l’uno dall’altra, anche se vicini. La cosa che proprio non ha funzionato è questa assuefazione al luogo comune che rischia alla fine di rendere un lavoro discreto più simile a una soap che a un film. Soli e disperati erano Timi e la Pandolfi e soli e disperati sono William Defoe e Shanyn Leigh, i protagonisti di “4:44 Last day on Earth”, di Abel Ferrara. Sembra che il vecchio Abel abbia progettato e realizzato questo lavoro in pochi mesi, in fretta per poter partecipare alla 68esima biennale cinema e riemergere da un limbo dove anche la critica europea lo aveva in un certo senso relegato. Ha fatto bene. Il film l’ho trovato bellissimo. Il tema è molto semplice e, ultimamente, un po’ abusato: tra poco il mondo finirà, tutti lo sanno e tutti si stano preparando. Il Nostro ambienta praticamente tutto in un appartamento Newyorkese dove vivono i due protagonisti: lui (W.D) è un attore e lei (S.L.) una pittrice. Nella casa si consumano le loro ultime ore, e le ultime ore del mondo intero. La macchina da presa usata da un maestro, sa rendere una situazione che altri renderebbero scialba e noiosa, densa e carica di tensione e di trasporto. La cura con la quale si scelgono i momenti e le scene sono degne del miglior Ferrara. Le tecnologie hanno una parte importante nel film, non si parla al telefono o al cellulare, si parla con Skype; anche il ragazzino cinese che consegna a domicilio la loro ultima cena take away, chiede di parlare con la sua famiglia e lo fa usando Skype. Il guru che parla di come dobbiamo reagire alla fine del mondo lo si guarda su un Ipad, mentre su una tv in mezzo alla stanza, un canale all news, descrive in diretta quello che sta succedendo. In questo contesto i nostri due, oltre a fare del sesso e a scambiare qualche parola qua e là, sono assolutamente soli e hanno un momento di vicinanza vero solo negli ultimi secondi di vita che rimangono. Questo forse è il tema vero del film: il mondo sta per finire, e la società che ci siamo costruiti e che molti di noi non sopportano più, si basa su un individualismo esasperato. Anche in questi momenti, però, cerchiamo la nostra individualità, non cerchiamo l’altro. Lei dipinge quasi tutto il tempo, lui la maggior parte del film la passa davanti alla tv, o a sbraitare contro i passanti dalla terrazza; per un momento sembra uscire per andare a salutare degli amici, ma poi si capisce che era uscito per andare a fare un incauto acquisto di eroina che cercherà di iniettarsi, dopo essersi chiuso nel cesso. Si continua così fino alla fine, quando i due si avvicinano veramente l’uno all’altra, pochi secondi prima della fine. Quello che rimane, oltre a un senso di impotenza non verso la fine del mondo ma verso questa solitudine che pervade i personaggi del film e che sembra irrisolvibile, è la sapienza di un grande, che riesce a girare delle scene che rimangono impresse come capolavori di fotografia. L’apice della solitudine arriva con “Carnage” di Roman Polanski. Questi quattro poveri cristi che si incontrano in un appartamento (anche questo newyorkese), fanno una vita apparentemente tranquilla e agiata. Man mano che la matassa si dipana scoprono se stessi e si mostrano allo spettatore con il loro vero volto: gente sola, sola e disperata, costretta a vivere con qualcuno che non si ama, o che forse manco si conosce fino in fondo. Un capolavoro di film, che subito ti fa entrare e partecipare emotivamente, nel cuore della discussione, ti fa prendere la parte a momenti di uno, a momenti di un altro, non ti lascia respiro e poi finisce con una frase rivelatrice di quella che a conti fatti forse è l’unica persona “normale” di tutto il film (la madre dell’aggressore) e con un inquadratura geniale sui due protagonisti occulti della storia. Grande cast, Kate Winslet, John C. Reilly, Jodie Foster e l’indimenticato Christoph Waltz del bellissimo “Inglorious Bastards”, ma soprattutto grande regista: maledetto fin che vuoi ma un grandissimo maestro. (Alessandro Grainer)
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RZA – Birth of a Prince (2003)

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Tre lettere maiuscole per un personaggio di tutto rispetto. RZA a.k.a. Robert Diggs è conosciuto da tutti come il membro centrale del Wu-Tang Clan, collettivo di riferimento per chiunque ami l’hip hop americano, specialmente quello newyorkese. Atmosfere cupe, testi profondi, per non dire mistici e deliranti. Richiami ai film di arti marziali anni ’70 e ’80. Un gruppo composto da nove membri, che come tutte le formazioni ampie ha bisogno di un elemento centrale. Robert è sempre stato la figura chiave del clan nonché l’organizzatore. A guardare meglio il suo curriculum, vediamo bene che è pieno zeppo di cose: colonne sonore, partecipazioni in film mainstream come attore. E’ sua lo colonna sonora originale di alcuni film decisamente conosciuti: Ghost Dog, Kill Bill, Blade trinity. Tra un lavoro e un altro, a tempo perso, Robert aveva provato -negli ormai trascorsi anni novanta e anni zero- a costruire una carriera solista. Anche lì se ne sono viste delle belle: i primi due dischi escono sotto lo pseudonimo (ulteriore) di Bobby Digital. La sua voce profonda e potente si appoggia a delle basi dal sapore decisamente freddo; la tastiera e i synth, messi al bando nei dischi dei Wu-Tang, erano gli strumenti preferiti, per non dire gli unici, di Bobby Digital. Siamo ora al terzo capitolo della carriera solista del nostro, che non porta il nome di Bobby Digital ma quello di RZA. Non abbiamo di fronte sperimentazioni elettroniche e tecnologiche, ma the RZA nella sua forma migliore. Le sperimentazioni ci sono state, hanno lasciato il loro segno, ora si va avanti: Robert va oltre Bobby. Allora com’è questo Birth of a Prince? Intanto è vario: i toni passano dal giocoso al malinconico. “We Pop”, come dice il nome, è spensierata ed ha un ritmo commerciale. I suoni sono spudoratamente copiati dai successi di P. Diddy e Dr. Dre; conoscendo il personaggio deve essere stata una scelta auto ironica. “The Birth” è assai più classica e associabile al nome Wu-Tang, malinconica e riflessiva quanto basta. E che dire dei testi: la defunta rivista specializzata Groove li definì, all’epoca dell’uscita, “assurdi e sconclusionati”. Che RZA lavori nel caos e ami il non finito michelangiolesco è un dato di fatto. Ci sono tuttavia delle eccezioni inattese: il testo di “Drink, Smoke N Fuck” è quanto di più concreto e finito si sia mai sentito in un album rap: la prima strofa è introduttiva, la seconda parla dell’alcool, la terza del fumo, la quarta delle donne. Il ritornello è presto detto: All we wanna do is drink, smoke and fuck (fuck!). Assurdo e sconclusionato, a dirla tutta, è il personaggio RZA nel suo complesso. Varie capacità, varie attitudini, vari ruoli. La sua carriera rispecchia tutto questo, ma dire prolifica è dire poco. (Giovanni Fabbrini) (Read more ★ Leggi di più)

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Fuck Knights – Let It Bleed (2011)

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La Cooperative Music non mi ha spedito il nuovo disco dei Black Lips. Il loro distributore italiano gli ha detto che non sono affidabile. Ovvero, non è detto che, come possono garantire con altri, una volta ricevuto il disco a costo zero, non ne parli male. Non sono una garanzia insomma. In più scrivo parolacce che non sono traducibili per la rassegna stampa straniera. Minchiate. Sono un bravo ragazzo e lecco il culo come tutti. Ma lecco il resto meglio degli altri. Sono storie personali che non vi riguardano ma che mi riaffiorano alla mente ascoltando questo primo disco dei Fuck Knights perchè siamo nello stesso terreno dove andavano a pisciare fino a poco tempo fa i quattro georgiani, pure se a mille miglia di distanza. I Fuck Knights (chi è che dice le parolacce, poi?, NdLYS) vengono infatti da Minneapolis. E fanno caciara. Let It Bleed rumoreggia infatti come pochi altri dischi quest’anno. C’è molta della ironia beffarda dei Black Lips ma anche della maleducata e sconcia fanfara mariachi dei Raunch Hands (fino a rasentare il plagio sulla torbida Bind Torture Kiss) dentro queste tredici canzoni zotiche e dementi come un rodeo yankee. Ognuno si diverta come preferisce. Voi andate pure da GameStop. (Franco Dimauro) (Read more ★ Leggi di più)

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Carnage di Roman Polański (2011)

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Carnage è un film che in 79 minuti circa spazza via tutte le false verità dell’umanità e della vita di coppia. Un film strutturalmente claustrofobico per via della sua ambientazione in un appartamento, dove due famiglie americane si incontrano a causa del litigio dei rispettivi figli. Un incontro formale che, irrimediabilmente, si trasforma in uno scontro esistenziale, fisico e filosofico. Incentrato sostanzialmente su dialoghi ossessivi, Roman Polanski con Carnage – la cui trama è basata sull’opera teatrale “Il Dio Della Carneficina” di Yasmina Reza – mette a nudo tutte le ipocrisie di una società contemporanea impachettata negli stereotipi e nei luoghi comuni. Una società nevrotica che si muove sempre più sull’orlo dell’egoismo più becero e imperituro che, però, riesce a nascondersi abilmente dietro stupiditi e accomodanti moralismi. Un film asciutto e schietto quindi, che ribalta ogni sorta di canone borghese e massmediatico e che, proprio per questo, è riuscito a catturare la nostra attenzione. Soprattutto nella parte centrale della pellicola quando gli unici quattro attori protagonisti (Jodie Foster, Kate Winslet, Christoph Waltz, John C. Reilly) mettono in mostra tutta la loro bravura. (Luca D’Ambrosio) (Read more ★ Leggi di più)

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Kyle Eastwood – Songs From The Chateau (2011)

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Avevamo fatto la conoscenza di Kyle Eastwood anni fa attraverso l’amorevole sponsorizzazione di papa Clint che, pure lui notoriamente appassionato di jazz, ne aveva seguito con orgoglio i primi passi nel mondo del jazz e lo aveva pure voluto a comporre (o collaborare alla composizione di) alcune importanti colonne sonore dei suoi film (“Mystic River” nel 2002, “Million Dollar Baby” nel 2004, “Flags of Our Fathers” nel 2006, “Lettere da Iwo Jima” nel 2006, “Gran Torino” nel 2008 e “Invictus” nel 2009). Lo studio del basso elettrico – avendo come maestro il grande bassista francese Bunny Brunel -, la possibilità di accedere facilmente al backstage di importanti concerti e festival (servendosi come passepartout dell’influente presenza paterna) dove faceva la conoscenza delle icone più amate della scena, una lunga gavetta negli ambienti jazzistici di New York e Los Angeles iniziata al raggiungimento della maggiore età (è nato a Los Angeles nel maggio 1968), la costituzione di una propria formazione, il Kyle Eastwood Quartet, l’incisione di quattro album (il primo, “From There to Here”, un mix di classici e composizioni jazz pubblicato dalla Sony, cui sono seguiti “Paris Blues”, “Now Was”, “Metropolitain”) a partire dal 1998, ne hanno fatto una personalità più che credibile nei circuiti jazzistici internazionali ed una delle realtà più interessanti dell’odierno jazz giovane che non si sogna affatto di rinnegare la grande tradizione. Arriva così questo quinto album che dovrebbe sancire la sua definitiva consacrazione. Un disco che, vuoi per la fondamentale lezione di Brunel, vuoi per i lunghi periodi trascorsi a Parigi, è decisamente influenzato da atmosfere smooth francese ed è stato (‘of course!’) registrato in un castello del 15° secolo (il Couronneau, nella regione di Bordeaux) in terra di Francia con un’affiatata band (Martyn Kaine alla batteria, Andrew McCormack al piano, Graeme Blevins al sax, Graeme Flowers alla tromba). Al di là del jazz predominante, di una fondamentale componente melodica e di una pronunciata ‘eloquenza’ stilistica, vi si colgono licenze di grande originalità costituite da accenni latini e blues (oltre a funk, soul e rythm’n’blues) che fanno parte del bagaglio acquisito da Kyle negli ascolti giovanili (i dischi che circolavano in casa sua) e nel corso degli anni della maturazione. I brani che colpiscono maggiormente la fantasia di chi ascolta sono l’irresistibile “Cafè Calypso” e “Andalucia“, quest’ultimo con un magistrale assolo di basso del titolare del disco, mentre “Moon Over Couronneau” ha qualità eteree grazie ad un magistrale assolo di piano di McCormack. “Soul Captain” è impreziosita dal tocco virtuoso di Blevins e Flowers e dei loro strumenti a fiato, “Down At Ronnie’s“, dall’incedere funky, è dedicata al leggendario locale londinese (il Ronnie Scott’s Club) nel quale sono passati a suonare tutti i più grandi musicisti del jazz. Kyle conferma di essere un musicista preparato ed eclettico, davvero espressione di un modo moderno di intendere il jazz (nonostante il sound si ispiri ai grandi capolavori soul-jazz degli anni Settanta), in virtù di un groove elegante, fresco e trascinante, e per nulla ortodosso. Per promuovere il suo disco Eastwood è venuto quest’estate in Italia proponendo la sua musica alle platee di diversi appuntamenti jazz disseminati lungo la penisola. (Luigi Lozzi) (Read more ★ Leggi di più)

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AA.VV. – Nigeria 70 – Sweet Times: Afro-Funk, Highlife & Juju From 1970s Lagos (2011)

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Terza compilation (gli altri due volumi sono datati 2001 e 2008) approntata dalla Strut Records e dedicata all’interessante riscoperta del sound pionieristico della Nigeria degli anni ’70, una terra (ha dato i natali a Fela Kuti, Tony Allen, Sunny Ade) che veniva da una sanguinosa guerra civile appena conclusasi (il paese, purtroppo, avrebbe continuato a non trovare pace nei decenni a seguire). Tredici brani vintage, recuperare da vecchi vinili e rimasterizzati, che mai prima d’ora erano stati pubblicati fuori dai confini nazionali. La Strut Records – lo ricordiamo – è oggi la realtà discografica più in vista impegnata nella riscoperta della musica dimenticata di America Latina e Africa. Va seguita, incoraggiata e sostenuta in questo straordinario progetto filologico e culturale curato da Duncan Brooker. L’esplorazione in questo caso punta su Afro Funk, Highlife e sul tradizionale Juju, la musica delle percussioni yoruba diffusa nella zona sud-occidentale del paese, che si fondono in un groove che conquista immediatamente l’attenzione di chi ascolta. Senza dimenticare gli elementi jazz, soul, latin, disco e rock provenienti dall’altra sponda dell’Atlantico che affiorano in questo magnifico blend di sonorità. In quegli anni Lagos (oggi conta circa 15 milioni di abitanti), capitale della Nigeria fino al 1991, rappresentava il cuore pulsante di un fenomeno musicale di grandi proporzioni territoriali (vale la pena ricordare che per popolazione la Nigeria è l’ottavo stato al mondo), producendo un’impressionante quantità di musica, in gran parte ancora da scoprire dalle nostre parti. L’Afrobeat, a tratti psichedelico a tratti sperimentale, e un funk esuberante e contagioso (al quale di certo non deve essere rimasto insensibile allora James Brown), guidati dalla ritmica delle chitarre, sono le colonne portanti di un sound unico e sorprendentemente avvincente. Tra i protagonisti i Don Isaac Ezekiel Combination, trio composto da ex-Koola Lobitos, Admiral Dele Abiodun & His Top Hitters International con la lunga cavalcata psycho-afro (15’) di “It’s Time For Juju Music”, il congolese Ali Chukwumah, con la deliziosa “Henrietta” percorsa da continui riff chitarristici e battiti funk, la leggenda locale Ebenezer Obey, alle prese con l’incantevole “Ajoyio” dall’andatura mid-tempo e l’abbrivio soul, Eji Oyewole con il vibrante funk di “Unity In Africa”; e per farsi un’idea dello juju niente di meglio dell’ascolto di “Inu mimo” di Sina Bakare (figlio di quel Ayinde Bakare, tra i pionieri della musica Juju). In realtà ognuno dei brani presenti nel disco è una piccola perla da non trascurare. Brani questi eseguiti da musicisti di grande qualità e assai ben preparati; prendete per esempio Zeal Onyia (“Idegbani”) che ha avuto modo di studiare musica a Londra e Hannover, o lo stesso Eji Oyewole che ha viaggiato in lungo e in largo per l’Europa. Un booklet interno di 20 pagine completa l’opera con notizie dettagliate sui brani e la riproduzione delle copertine vintage degli originari LP da cui sono stati tratti i brani selezionati. Talmente interessante e piacevole il disco che varrebbe la pena di recuperare i primi due CD pubblicati: “Nigeria ‘70” e “Nigeria ’70: Lagos Jump, sempre su etichetta Strut. (Luigi Lozzi) (Read more ★ Leggi di più)

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Nirvana – Nevermind (1991)

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50% istinto, 50% calcolo. Kurt Cobain ci mette il primo. Butch Vig il secondo. È così che nasce Nevermind, il transatlantico che porta l’indie rock nell’oceano dei piranha. Un cargo da cui traboccano canzoni, così tante che alcune cadono in acqua: Dive, Immodium, Here she comes now, Sappy, Old Age. Even in his youth, Moist Vagina, Aero Zeppelin, Gallons of rubbing alcohol flow through the strip, Marigold, Verse Chorus Verse, Endless, Nameless verranno recuperate da qualche scialuppa di salvataggio perché non meritano di annegare. Tutto il resto rimane sul ponte, a fare questa traversata che porterà il rock di Seattle nei porti affollati di tutto il mondo. “Il resto” sono dodici canzoni. Le dodici canzoni più belle del mondo. Se hai vent’ anni possono diventare le canzoni della tua vita. E infatti lo diventano per tanti. E così mentre qualche rivista bacchettona impegna le migliori firme per scrivere colonne e recensioni boxate per quel monumento ai caduti che è Use Your Illusion dei Guns ‘n Roses dedicando solo un paio di cartelle al “secondo disco dei Nirvana”, Kurt, Chris e Dave demoliscono il rock indipendente e ne fanno un affare colossale, sdoganando il rock underground alle masse. È da lì che Kurt viene. Ed è lì che il suo cuore rimane, per sempre: Meat Puppets, Vaselines, Pixies, Scratch Acid, Butthole Surfers, Young Marble Giants, Shonen Knife, Sonic Youth, Melvins, Beat Happening, Wipers, Saccharine Trust, Marine Girls, Half Japanese, Raincoats. Prende in prestito un po’ da tutti, e ci aggiunge il suo dolore personale. Sono le uniche cose che Kurt vuole condividere, due cose troppo grandi da tenere per sé: dolore e arte pop. Di queste cose è fatta la sua musica, già dai tempi di Bleach, orfano però di quel 50% di calcolo di cui dicevamo in apertura. La produzione di Butch Vig serve a ripulire le scorie metalliche del primo disco: immaginate quell’ album come un tondino di ferro incandescente. E adesso pensate alla mano di Butch che infila per qualche secondo quel tondino infuocato dentro una vasca di acqua fredda e lo ritira fuori sprigionando vapore e sbuffi liquidi di acqua bollente. Ecco, quella è ORA la musica dei Nirvana. La musica di Nevermind. Un album che, non a caso, si intitola come il disco dei Sex Pistols, anche se pare nessuno ci abbia mai fatto caso. Come quello, non solo un disco “generazionale”, ma un disco “epocale”, nato come istantanea di un momento di creatività collettiva e finito col rappresentare la foto definitiva di un percorso personale e universale di ascesa, affermazione e sconfitta. Musicalmente non ci si discosta dal modello reso celebre poco prima dai Pixies: melodia deturpata da improvvisi squarci di rabbia. Un angst che Cobain rappresenta con estrema catarsi e che quindi può diventare anzi, diventa subito immagine iconografica e simbolica di una insoddisfazione che è biologicamente giovanile e concettualmente condivisibile. Come Jim Morrison, nella sua disperata fame di vita Kurt Cobain è già morto prima di morire. La sua musica si trasforma rapidamente da veicolo di fuga in camera iperbarica. Il palco diventa una prigione. La camicia di flanella un deltaplano in picchiata. Ma Nevermind non va giudicato col senno di poi. Non va ascoltato sfogliando la cronaca nera taggata Cobain. Nevermind non merita necrologi, perché è vivo. Disperato, estremo ma vivo. Se ve lo vendono come l’urlo disperato di uno che sta per ammazzarsi, diffidate. Kurt non ve lo venderebbe mai, un disco così. Kurt era così fiero della sua musica che non le avrebbe mai affidato un compito così greve. Nevermind è il ruggito di tre ragazzi che stanno dipingendo il mondo prima di portarselo via con loro. Venticinque anni dopo i Doors. Quindici anni dopo i Sex Pistols. Qualcuno sta provando a farlo dopo di loro. Spero. (Franco Dimauro) (Read more ★ Leggi di più)

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Terra Tenebrosa – The Tunnels (2011)

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Ci sono proposte artistiche che si muovono su un piano diverso, rispetto all’ordinarietà, e relativamente alle quali il termine “straordinario” deve venir utilizzato nella sua accezione originaria di “fuori dall’ordinario”: qualcosa che, una volta assimilata ed esperita, ottiene come risultato lo “spostamento” dei confini del possibile più in là, abbracciando una parte di ignoto, dove una volta campeggiava una (metaforica) dicitura “hic sunt leones”. È in questo quadro che va visto l’album di esordio dei Terra Tenebrosa, sotto le cui inquietanti maschere da spiriti primordiali della natura si nasconde un numero imprecisato di ex componenti dei seminali Breach (la via scandinava al post hardcore, una band che va rivalutata e riscoperta nel suo essere stata così follemente “avanti”, così destabilizzante e psicotica). Un album, premettiamolo subito, strepitoso, intimamente terrorizzante e lovecraftiano, pregno com’è di un sentimento insinuante di paura ancestrale e di siderale ed incontrollabile proiezione verso l’ignoto. Su riff di chitarra dal suono rigorosamente e strepitosamente “analogico”, scarnificati brandelli di noise rock che in alcuni terribili momenti sospendono se stessi in arpeggi di sapore post rock, sorretti da un drumming spesso ossessivo e tribale, si innestano vocals salmodianti ed orrorifiche che tanto ricordano le preghiere che il genio di Providence attribuiva ai bestiali adoratori delle divinità dello spazio vuoto e terribile che concepì. Il flusso di voci, continuo, ossessivo, stregonesco, voci sussurranti, oranti, deformate che si intrecciano davanti allo sfondo metronomico e marziale degli strumenti rende l’ascolto di questo platter un’esperienza che non si può definire in altro modo se non “religiosa”, se con religiosa si intende processionale, ripetitiva, alienante, rituale. A tutto ciò, come è ovvio, non è estraneo un certo mood black metal, non musicale ma attitudinale, per la facilità di approcciare l’”estremo” in genere e per il culto/terrore della natura Onnipotente e Terribile. Menzionare singole tracce non avrebbe senso, l’opera va affrontata, subita o respinta nella sua totalità, consapevoli della sua difficile consistenza, che nulla ha a che vedere col relax o il poco “impegno” richiesto da quanto viene spacciato oggi per arte musicale e che invece, troppo spesso, costituisce mera, superflua appendice. Un’esperienza incredibile, spaventosa, extra ordinaria che contiene un enorme patrimonio di emozioni con cui è diventato difficile, se non impossibile, fare i conti: i mostri, dentro e fuori. A meno di sorprese improvvise e al momento imprevedibili, disco dell’anno. (Valerio Granieri) (Read more ★ Leggi di più)

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Rival Sons – Pressure & Time (2011)

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Se avete ingolfato i vostri scaffali di dischi con il classic rock degli anni Settanta, potete dire di aver ascoltato Pressure & Time anche senza averlo sentito, e farete comunque un figurone. Sparatevi pure qualche nome grosso: Led Zeppelin, Free, Faces, Thin Lizzy, Lynyrd Skynyrd, Guess Who. Dateci sotto. Creedence Clearwater Revival, Allman Brothers Band, Traffic, Humble Pie, T Rex, Doors. Bravi così. L’unica cosa che stupisce realmente è il marchio Earache che fa capolino sullo sticker di copertina e sotto la scaletta sul retro. Per il resto, neppure la copertina disegnata da Storm Thorgerson (uno che ha disegnato per gente come Led Zeppelin, 10cc, Pink Floyd, Genesis) riesce a sorprendere più di tanto, certificando piuttosto le i/aspirazioni della band di Los Angeles, ovvero infilarsi nel comodo lettone del rock turbando i sogni di Andrew Stockdale e dei Virginmarys. Pressure & Time riesce dove Cosmic Egg ha fallito e dove Cast the first stone non è ancora arrivato, soffiare sulla polvere pirica del rock e riaccendere le nostre teste di cazzo come fiammiferi dalla capoccia carica di zolfo. (Franco Dimauro) (Read more ★ Leggi di più)

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Pete Sinfield – Still (Expanded Edition) – 2009

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Forse a tanti il nome dice poco o nulla. Nato a Londra, il 27 dicembre 1943, Peter John Sinfield è anzitutto un poeta e un sognatore, prima che musicista (impegnato sporadicamente al synth), produttore e all’occorrenza tecnico delle luci, dotato di una raffinata cultura che ha messo al servizio della scena Rock Progressive inglese negli anni Settanta. È stato tra i fondatori dei King Crimson assieme ai fratelli Giles, a Robert Fripp, Greg Lake e Ian McDonald, colorando con le sue liriche il regno dei Re Cremisi tra il ’69 e il ’72, cioè fino all’anno dell’abbandono del gruppo per divergenze di vedute con il leader indiscusso Fripp sulla strada musicale da seguire;ed è stato autore dei testi (una poetica, la sua, influenzata da Shakespeare, Shelley, Blake e Rilke) di altre importanti formazioni. Nell’arco di tempo in cui Sinfield è rimasto con i King Crimson sono stati realizzati i quattro mirabili capolavori: “In the Court of the Crimson King”, quello che riporta in copertina la mitica faccia urlante dell’uomo schizoide del 21° secolo, “In The Wake Of Poseidon”, “Lizard” e lo splendido “Island”. Album epocali considerati da molti come massima espressione del Progressive. Così nel ’73, dopo la separazione e dopo aver prodotto (l’anno precedente) l’album di debutto dei Roxy Music ed essersi preso cura della Premiata Forneria Marconi (testi e produzione di “Photos Of Ghost”), impegnata nel tentativo di fare breccia sul mercato inglese, Sinfield ha l’occasione di realizzare un album solista, che è rimasto l’unico della sua carriera. “Still” è un disco superlativo, (quasi) dimenticato da quanti hanno seguito le vicende del Rock Progressive inglese dei ’70, e che molti considerano la naturale prosecuzione di quei primi quattro magistrali (e imperdibili) capolavori dei KC prima del cambio di direzione del gruppo registratosi con “Larks’ Tongues in Aspic”. L’album è impregnato di quell’impalpabile misticismo cosmico che ha fatto le fortune dei King Crimson e si compone di una serie di brani espressivi che non avrebbero affatto sfigurato nel repertorio di quel tempo della band, nel rispetto del loro rigoroso e distintivo formalismo riconosciuto dalla critica; peraltro impreziositi dalla presenza di ospiti illustri quali Greg Lake, Ian Wallace, Mel Collins, John Wetton e Keith Tippet. Pete vi aggiunge un tocco di sentimento pop che non guasta. Intanto è entusiasmante il brano d’apertura, “Song Of The Sea Goat“, con le reminiscenze del concerto in Re Maggiore di Vivaldi il piano di Tippet a farla da padrone, ma a seguire tutti gli altri pezzi in scaletta confermano la sensazione già espressa di trovarci dinanzi ad un grande disco, dalle melodie rilassanti e struggenti, dall’architettura sonora ben articolata e dai colori emozionanti che si esplicano in momenti davvero magici. “Will It Be You“, acustico e superbo, “Envelopes Of Yesterday” poggia sul suono magnifico della chitarra acustica sostenuta da una solida linea di basso e dalle tastiere, “The Piper” è una stupenda canzone acustica con un delizioso assolo di flauto di Collins, in chiusura “The Night People” propone un turbolento intreccio di fiati. La ristampa (rimasterizzata) di “Still” si propone in una Expanded Edition con un cd supplementare che contiene differenti missaggi dei pezzi originari più due bonus-track: “Can You Forgive A Fool?” è un brano splendido, forse il più bello di tutti, degno della tradizione romantica dei primi King Crimson, stranamente rimasto fuori dalla scaletta della prima edizione, giocato sulla combinazione di chitarre e mellotron, mentre l’acustico “Hanging Fire“, è struggente e malinconico, ed evoca le emozioni sedimentatesi da lungo tempo nell’animo dei fan dei KC. (Luigi Lozzi) (Read more ★ Leggi di più)

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Monster Magnet – Superjudge (1993)

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Agli inizi degli anni Novanta i Monster Magnet sono la più drogata rock band in circolazione. Menti alterate e tossiche che producono un hard rock insudiciato di stoner, space-rock, Detroit-sound, garage e psichedelia: un mostro tentacolare che ha attaccato le sue ventose sui corpi marci di Grand Funk Railroad, Hawkwind, Stooges, Blue Öyster Cult, Blue Cheer, Motörhead, Third Barbo, Mountain, DMZ, Frijid Pink, Black Sabbath. Quando arriva il contratto con la major di turno però i rapporti tra i due fondatori Dave Wyndorf e John McBain sono già andati in fumo, assieme a gran parte dei loro neuroni. John vuole preservare l’ anima del gruppo, il suo lato più sperimentale che ha già generato un mostro come Tab e il lato sporco che si era impossessato dei loro primi dischi per Glitterhouse e Caroline. Sa che dentro le multinazionali dimora il diavolo e che verrà a chiedere la loro anima. Dave invece vuole la carne e ha dalla sua parte tutta la band, assetata di droghe, donne e successo. Il capitano Dave vuole che la sua sia la band più heavy in circolazione e cede al compromesso, un passo per volta. Quando viene fuori Superjudge McBain è già saltato giù dalla navicella spaziale, sostituito dal biondo Ed Mundell. Con lui al timone la band prosegue il suo viaggio galattico popolato da minotauri e ciclopi, fino a raggiungere la costellazione del Superjudge. Non sono le Aquile di Spazio 1999, non è l’Enterprise di Star Trek e nemmeno il Falcon di Star Wars. Sull’ astronave dei Monster Magnet si viaggia dentro una tempesta di meteoriti, risucchiati da un mealstrom di chitarre che ti inghiotte fino a farti sparire nel vento stellare. Superjudge è un enorme amplificatore Marshall piazzato al centro dell’ universo, un monolite spaziale che diffonde un blues iperamplificato, metallico e dopato. La musica dei Monster Magnet è una gigantografia di Giger proiettata nello spazio, uno sconquassante trionfo di riff mastodontici ed assordanti solcati da una voce che pare voler dominare ogni galassia, un rimbalzo di echi e riverberi evanescenti che percorrono i nostri canali uditivi come fossero lunghe budella dentro cave di tufo. Dall’iniziale Cyclops Revolution alla rendition di quella lunga cavalcata spaziale che fu Brainstorm degli Hawkwind, la musica di Superjudge è una colata di bronzo rovente pronta ad ustionare la carne, concedendosi solo negli ultimi tre minuti di Black Balloon lo spazio di decombustione necessario prima dell’ apertura delle porte che segna l’ allunaggio, con un dolce ricamo orientale a metà strada tra le visioni indiane dei Sam Gopal e quelle psichedeliche dei Pretty Things di S. F. Sorrow. Mentre tutti cercavano l’Inferno nelle viscere della Terra, il Capitano Wyndorf trovava l’ingresso alle terre di Lucifero tra le orbite retrogradate di Tau Boötis A. Il Mostro era ancora salvo. (Franco Dimauro) (Read more ★ Leggi di più)

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PJ Harvey, Ferrara Sotto Le Stelle (6 luglio 2011)

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Gli eschimesi utilizzano un considerevole numero di termini per esprimere le diverse gradazioni del bianco: l’abito, rigorosamente d’antan, indossato questa stasera da PJ, ordinato, affascinante, allacciatissimo, stretto alla vita, sarebbe senza dubbio il più luminoso di tutti: paradisiaco; per non parlare dell’ostentato piumaggio intrecciato ai capelli da fare invidia alle native d’America. Il pubblico di Piazza Castello, accorso in massa per l’unica data italiana della Cantantessa, è eterogeneo e palesemente pervaso di sentimento di vero amore. Il concentro è incentrato sullo stupefacente “Let England Shake“, ultima fatica di PJ Harvey, di cui ripropone quasi tutti i brani, raggiungendo l’apice d’intensità con All And Everyone, The Last Living Rose e il tambureggiante crescendo di The Words That Maketh Murder. Tra i gregari Mick Harvey rappresenta il “numero 10” del rock odierno, colui che tutte le band vorrebbero in formazione (cruciale la sua esperienza con i Bad Seeds di Nick Cave), mentre John Parish è il fantasista della squadra, l’altro polistrumentista tutto fare; due punte di diamante incastonate in un quadrato perfetto, con la direzione impeccabile di Polly Jane – che di par suo alterna il particolare ‘auto-harp’ a chitarre acustiche e elettriche – e la fondamentale complicità di Jean-Marc Butty a suonare pelli, piatti e tamburi. Tra i ripescaggi più toccanti ci sono The Piano e The Devil, entrambe derivanti dal penultimo lavoro in proprio: l’introspettivo, ammaliante e intenso “White Chalk”; poi C’mon Billy e Down by the water riprese da “To Bring You My Love” e Big Exit, brano di apertura del bellissimo “Stories From The City, Stories From The Sea”. La piazza si abbraccia intorno alla cantante inglese osservando l’intero spettacolo con energico trasporto (emozionale devozione) e occhi lucidi, scandendo tutti versi a memoria. A non convincerci pienamente è stata la durata relativamente breve del concerto, appena un’ora e mezza, e un approccio abbastanza distante con il pubblico: senza interazione se non un “grazie” e un sentito sorriso a fine concerto. Comune la convinzione di avere assistito a uno spettacolo memorabile. (Testo e foto di Jori Cherubini) (Read more ★ Leggi di più)

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The Morlocks – Emerge (1985)

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Strumenti di fortuna (recuperati dopo un concerto dei Tell-Tale Hearts particolarmente out of mind, NdLYS) e due giorni di registrazione: il 3 e il 4 Dicembre del 1984. Così nasce Emerge, il più rovinoso disco garage punk dell’ epoca. Cinque cover che quasi nessuno conosce e tre pezzi scritti da Leighton Koizumi e dal suo fido compare dell’epoca Jeffrey “Luck” Lucas. Il primo ha già preso a morsi il beat primitivo di band come Stoics e Larry and The Blue Notes con i suoi Gravedigger Five, quando era appena un adolescente, il secondo ha suonato invece con una minuscola band psichedelica locale chiamata The Mirrors. Storie durate una stagione. Storie perdenti. Born Losers. Leighton non ha che il tempo di assaggiare l’antipasto che il tavolo viene sparecchiato, cosicchè quando va allo Studio 517 di San Diego ha la fame di una iena. E si sente. La sua voce su Emerge è il ringhio di una belva arrapata. La produzione del disco è affidata a Jordan Tarlow (all’epoca chitarrista in quell’altra band troglodita chiamata Outta Place e in seguito axe-man dei Fuzztones di In Heat, NdLYS), che però non deve fare niente: solo attaccare i cavetti dei microfoni a uno scassato registratore a due canali e alzare i volumi. Il suono è sporchissimo, deragliante, psicotico garage suonato da un treno in corsa con gli strumenti che suonano all’ unisono le più sporche cover dell’epoca e l’ugola di Leighton che scartavetra le pareti rocciose del più assurdo beat cavernicolo della stagione, raschiandone la superficie fino a sputare sangue come avviene nella devastante resa di Project Blue dei Banshees, nel finale al fulmicotone di It don’t take much (ancora oggi uno dei migliori pezzi partoriti dalla mente di Koizumi) o nella zozza One Way Ticket che chiude il disco con la grazia di una deflorazione anale. Feroce e assordante, Emerge lascia una striscia di sperma su qualunque piatto passi, lasciando la voglia perversa di essere posseduto da un morlock. Erano in tanti a divertirsi scavando fosse all’epoca. Ma loro furono i soli a trovare una fossa colma di corpi ancora vivi, in un’ eterna agonia senza quiete. (Franco Dimauro) (Read more ★ Leggi di più)

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The Whole Love, il nuovo lavoro dei Wilco in streaming

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Bella l’idea dei Wilco di far ascoltare in streaming (sembra, però, solo per 24 ore) il loro ultimo lavoro intitolato The Whole Love. Dodici brani ascoltabili in sequenza, senza la possibilità di poter passare da questa a quell’altra traccia. Un tasto play, infatti, farà girare un vinile virtuale che, a partire dal caos apparente di Art Of Almost, zeppa di beat elettronici, vi condurrà alla conclusiva One Sunday Morning (Song For Jane Smiley’s Boyfriend) attraverso un sound pop-rock ipnotico e discretamente “stravagante” e “audace”. Canzoni che, tuttavia, continuano a custodire il segreto dei Fab Four e che sanno toccare le corde del cuore come soltanto i Wilco sanno fare, basta ascoltare Sunloathe, Open Mind, Black Moon, Rising Red Lung oppure la commovente One Sunday Morning (Song For Jane Smiley’s Boyfriend) per rendersene conto immediatamente. Una formazione che alla stregua dei R.em. non ha mai sbagliato un colpo e The Whole Love, nonostante un paio di ascolti online, è l’ultima ennesima riprova dell’inconfondibile talento della band di Chicago. Una questione di cuore. Una questione di qualità. (Ovviamente, una volta acquistato, ci torneremo su con più attenzione) – Luca D’Ambrosio (Read more ★ Leggi di più)

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Violent Femmes – S.T. (1983)

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Se fosse lecito uccidere per un disco, lo farei per questo. Un piccolo fiore piantato nella musica americana e sbocciato proprio mentre i campi venivano stuprati da milioni di anfibi dell’ hardcore generation oppure riconvertiti in capannoni industriali dove si lavoravano tessuti sintetici e polivinilcloruro. Dirlo adesso non fa più nessun effetto ma allora, in quel 1980 stretto tra la furia cieca del dopo-punk e l’ elettronica polare, era difficile pure immaginarla, una roba simile. Una chitarra folk, un basso acustico da orchestra mariachi, un rullante, un secchio di latta, una voce implorante e atonale, dementi coretti beat e doo-wop, all’ occorrenza delle marimbas per supplire alle estemporanee assenze del piccolo tamburino americano. Un’ orchestrina da strapazzo, buona giusto per colorare le strade di Milwaukee e far sorridere qualche passante, per far tirare di canestro a qualche bambino che ha uno spicciolo da sprecare o accompagnare il passo malfermo di qualche ubriacone della città e offrire riparo a qualche randagio dentro la custodia troppo vuota e troppo grande del basso. La leggenda narra che a toglierli dall’incrocio tra la North Farwell Avenue e la E North Avenue per una notte siano stati Jame Honeyman-Scott e Chrissie Hynde dei Pretenders che proprio quella notte suonavano nel teatro alle loro spalle. A tirarli via da lì per sempre ci penserà l’ ostinazione di quei tre balordi che si sono scelti un nome da assorbenti e di Mark Van Hecke, il produttore che registra la loro prima demo nel suo studio casalingo e che si porta dietro quella cassetta ovunque vada abbandonandola sulle scrivanie di ogni etichetta dell’ area urbana di New York, come piccole zattere costrette al naufragio in quei mari troppo vasti per quelle travi di legno marcio. Ma ci pensa pure Robert Palmer, accreditato critico musicale per il New York Times che resta folgorato dalla forza del trio dopo averli visti in azione sul palco del CBGB‘s in apertura dello show di quello scoppiato di Richard Hell. E’ lui a offrire alla band un riparo sotto il tetto della Shake Records del suo amico Alan Betrock. Senonchè il tetto crolla quando la band è ancora chiusa ai Castle Recording Studios in compagnia del fido compare Van Hecke per registrare, finanziati dal papà di Victor DeLorenzo, i dieci pezzi che hanno destinato al loro album di debutto: sei pezzi dalla vecchia demo e altri quattro brani scelti dal repertorio a cui, ancora per qualche anno, i nostri attingeranno idee per i dischi successivi. L’idea è quella di un disco “old style”: dieci pezzi, cinque per facciata, con una ballata a chiudere ogni lato, come vogliono le vecchie esigenze viniliche diventate consuetudine di formato. Le registrano nella stessa sequenza con cui le suonano dal vivo, quelle dieci canzoni bislacche, quelle filastrocche balbuzienti, quelle folk songs con le linguacce, suonando di getto, errori e scordature comprese. Gordon Gano, Brian Ritchie e Victor DeLorenzo sono, in quel momento, un’alchimia perfetta. Il primo porta in dono il suo amore per menestrelli urbani come Lou Reed e Jonathan Richman e per il vecchio country di Hank Williams e della Carter Family, il secondo la sua passione per le svisate free e l’ epica dissonante e pazzoide di Sun Ra e Frank Zappa, il terzo un secco e rotolante effetto percussivo che suona come una massa di tamburi tirati giù per le scale di una villetta a due piani come le tante che affollano la periferia di Milwaukee. Eppure la loro ricetta non piace a nessuno, tra i grigi palazzi delle case discografiche. A nessuno tranne che ad Anna Statman della Slash. Quando Violent Femmes arriva nei negozi di dischi nell’aprile del 1983 nessuno sa bene in quale reparto piazzarlo. Nessuno sa cosa ci sia dietro quella finestra chiusa dai vetri ammuffiti da cui Billie Jo Campbell sbircia in punta di piedi sulla splendida copertina di Ron Hugo. Qualcuno lo mette in vetrina, come una stampa di inizio secolo ritrovata per caso in soffitta. E qualcuno entra dentro a comprarlo. Qualcun altro lo segue, fino a raggiungere quota 1.000.000 a fine decennio. E nessuno è mai tornato indietro a protestare. Ogni copia venduta, un prigioniero. Ogni canzone un altro giro di vite alle manette. Le corde del basso di Brian Ritchie si aggrovigliano come cime di un veliero in balia delle onde mentre Gordon affida i suoi tormenti (To the kill, Please do not go, Confessions, Prove my love, Good Feeling) e i suoi piaceri (Blister in the sun, Add it up) giovanili alle sue adenoidi e Victor picchia come un suonatore da marching band durante una parata. I tre soldatini di fango chiusi dietro i vetri carichi di fuligine sembrano divertirsi ma tutto è sormontato da un’ enorme risata amara. Dopo quarantatre minuti gettano a terra gli strumenti sfiniti e guardano verso la finestra. Billie Jo fugge via calpestando le squame di vernice secche come foglie d’ autunno e tagliandosi le dita su qualche coccio di vetro. Un attimo. E dietro le imposte divorate dal sole non resta che la luce accecante della prima estate folk-punk, di Billie Joe non rimaneche qualche goccia di sangue e l’eco delle sue risate. “Beautiful girl lovely dress where she is now I can only guess. She ‘s gone, daddy, gone.” (Franco Dimauro) (Read more ★ Leggi di più)