Categorie
Musica Notizie & Comunicati Speciali Video

Pillole quotidiane: Jim Cain di Bill Callahan

Bill-Callahan.jpg
E poi ci sono quelle canzoni di cui non puoi più fare a meno. Come se fossero state scolpite nell’anima, diventando così un tuo modo di vedere e di sentire le cose. Canzoni di una bellezza struggente, che tornano a farti compagnia ogni qual volta che alzi lo sguardo al cielo e ti accorgi che, nonostante il buio, la morte e le insicurezze della vita, i tuoi desideri sono ancora più grandi di tutto quello che avevi immaginato. Più grandi di tutto ciò che finora hai iniziato o smesso di cercare. (L.D.) (Read more - Leggi di più)

Categorie
Best albums Contest Musica News & Releases Notizie & Comunicati Speciali

Best of 2013: la top 25 di Musicletter.it

Top-25-Best-of-2013-by-Musicletter.it.jpg
Come dal 2005 a questa parte abbiamo deciso di scegliere i migliori 25 album dell’anno in base alle top ten ricevute dagli addetti ai lavori, dai collaboratori e dai lettori del blog. Dalla classifica finale sono stati esclusi i dischi italiani, a cui abbiamo dedicato una graduatoria a parte (vedi qui). Quindi, ecco a voi i migliori 25 dischi “non italiani” del 2013. (Redazione Musicletter.it) (Read more - Leggi di più)

Categorie
Musica News & Releases Notizie & Comunicati Speciali

Best of 2013: i migliori 10 dischi italiani

Top-10-Best-of-2013-Italy-by-Musicletter.it.jpg
Anche quest’anno abbiamo pensato di redigere una classifica dei migliori dieci dischi italiani in base alle top ten ricevute dai lettori e dai collaboratori del blog. Dunque, se la classifica dei migliori 25 dischi “non italiani” è consultabile qui, di seguito, invece, è possibile visionare i dieci migliori dischi italiani. (Redazione Musicletter.it) (Read more - Leggi di più)

Categorie
Musica News & Releases Notizie & Comunicati Rubrica Speciali Streaming Video

Pillole quotidiane: Can’t Stop dei That Petrol Emotion

That+Petrol+Emotion.jpg
Quando l’amicizia non era né una richiesta né una concessione, ma semplicemente uno stato di fatto. Quando l’unico modo per condividere la musica era quello di registrare un’audiocassetta, per poi consegnarla direttamente nella mani del proprio amico e dirgli: “Niente, volevo farti ascoltare questo gruppo, credo che siano irlandesi. Loro si chiamano That Petrol Emotion e la mia preferita è Can’t Stop.” (Luca D’Ambrosio) (Read more - Leggi di più)

Categorie
Arte Cultura Musica Radio Rubrica Speciali

L’arte perduta delle copertine dei dischi

Sonic-Youth-Goo.jpg
Vi è mai capitato di acquistare un disco senza conoscerne minimamente il contenuto musicale, incantati da una copertina particolarmente bella, o da un packaging originale? Da vinili colorati, picture disc, copertine pop-up o illustrate da celebri artisti, così favolose da meritare di essere esposte come opere d’arte (in apposite cornici per LP, in vendita anche all’Ikea)? Il disco (soprattutto il vinile e non il CD, per una questione di dimensioni), è stato infatti spesso non solo un supporto musicale, ma anche un oggetto di “pop art”. Ma cosa riserva il futuro alle nostre tanto amate cover? Ci sarà ancora bisogno di loro una volta che la musica sarà pubblicata esclusivamente in formato digitale? Spariranno o si trasformeranno in qualcosa di diverso? Considerato il profondo legame tra la musica pop e il mondo dell’immagine, probabilmente ci sarà sempre qualcosa di visivo che accompagnerà i file musicali: magari delle gif animate, o dei video interattivi, chi lo sa. Per il momento le copertine dei dischi hanno ancora un ruolo importante, grazie anche alla continua ascesa del mercato del vinile. Inizialmente, le copertine non avevano immagini. Erano, nella maggioranza dei casi, semplici buste di carta a protezione del disco. A partire dagli anni ‘50 le case discografiche le trasformano in strumenti di marketing, ma rimangono per lo più “generiche” fino alla fine degli anni ‘60. Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band dei Beatles (1967) inaugura l’era delle copertine artistiche. È anche grazie alla sua acclamata ed imitata copertina, progettata dagli artisti pop inglesi Peter Blake e Jann Haworth, che è diventato uno degli album più significativi dell’epoca. Nel 1967 i Velvet Underground pubblicano il loro album di debutto The Velvet Underground & Nico, con la celebre copertina disegnata da Andy Warhol: su uno sfondo bianco, un adesivo raffigurante una banana gialla, e la scritta “Peel slowly and see”. Chi rimuoveva l’adesivo trovava sotto il disegno di una banana rosa. Tra le copertine più note realizzate in collaborazione con celebri artisti visivi ricordiamo poi Cheap Thrills dei Big Brother & The Holding Company (1968, artwork del fumettista Robert Crumb), Patti Smith (Horses, 1975, foto di Robert Mapplethorpe), Never Mind the Bollocks, Here’s the Sex Pistols (1977, copertina realizzata dall’artista inglese Jamie Reid), la controversa copertina di Appetite for Destruction dei Guns N’ Roses (1987, un dipinto di Robert William), Goo dei Sonic Youth (1990, copertina di Raymond Pettibone), Dangerous di Michael Jackson (1991, copertina dell’artista pop-surrealista Mark Ryden) e più recentemente (dal 1998) i lavori di Jamie Hewlett per i Gorillaz. In Italia, Andrea Pazienza ha disegnato, tra l’altro, copertine per Roberto Vecchioni (Robinson, 1979; Montecristo, 1980; Hollywood Hollywood, 1982; Il grande sogno, 1984), PFM (Passpartù, 1978), Enzo Avitabile (S.O.S. Brothers, 1986). Hugo Pratt ha illustrato Mari del Sud di Sergio Endrigo (1982), Milo Manara Tango dei Miracoli di David Riondino (1987) e La Grande Avventura di Riccardo Cocciante (1988), Guido Crepax Come sei bella de I camaleonti (1973) e Per una donna di Massimo Ranieri (1975), Altan Noir di Enrico Rava (1996), Tanino Liberatore The Man from Utopia di Frank Zappa (1983). Per quanto riguarda l’ultimo decennio, meritano una citazione le numerose copertine disegnate da Alessandro Baronciani, che hanno forgiato una certa estetica indie italiana (Altro, Bugo, Tre Allegri Ragazzi Morti, Baustelle). Significativa è anche la produzione di Davide Toffolo, fumettista, illustratore ma anche musicista (Tre Allegri Ragazzi Morti). Ricordiamo inoltre le copertine di Igort per i Rio Mezzanino (Economy With Upgrade, 2008), Gipi per Le Luci della Centrale Elettrica (Canzoni da spiaggia deturpata, 2008), David Diavù Vecchiato per Luca Sapio (Who Knows, 2012), Otto Gabos per Marco Rovelli (LibertAria, 2009), Ericailcane per Comaneci (You a lie, 2009). Di musica ed illustrazione abbiamo parlato con Tanino Liberatore, Alessandro Baronciani, Davide Toffolo ed Erica Calardo. Tanino Liberatore (vero nome Gaetano Liberatore, nato a Quadri, CH, nel 1953), è fumettista, illustratore e pittore. È celebre soprattutto per il personaggio Rank Xerox (poi Ranxerox), ideato dall’amico Stefano Tamburini e disegnato inizialmente da Tamburini con la collaborazione di Andrea Pazienza e Liberatore. Dal 1980 Liberatore ne diventa il disegnatore ufficiale. Nel 1980 esce il primo numero di Frigidaire, rivista di fumetti, musica, inchieste giornalistiche ed altro fondata da Liberatore insieme a Vincenzo Sparagna, Tamburini, Filippo Scòzzari, Pazienza e Massimo Mattioli. Dal 1982 vive e lavora in Francia. Fanatico di musica, soprattutto americana e inglese, dal 1974 al 1978 disegna copertine di dischi per la RCA italiana. “Le copertine che ho realizzato per la RCA non erano copertine con un concept, come quella che ho creato in seguito per Frank Zappa”, afferma, “A volte me le chiedevano la mattina e dovevo consegnarle il pomeriggio, per cui non erano molto studiate. Le copertine più elaborate tra quelle che ho creato per l’RCA furono quelle realizzate per I Lupi e Agnese dolce Agnese di Ivan Graziani”. Nel 1983 realizza la copertina dell’album The Man from Utopia di Frank Zappa. Una ragazza si presenta da Zappa come giornalista, con in mano una copia di Ranxerox. Al musicista piace il fumetto e fa contattare Liberatore e Tamburini. “All’inizio voleva fare addirittura una storia a fumetti su tutto il suo tour italiano, che è stato una tragedia per lui”, ricorda divertito Liberatore, “ma poi si è fatta solo la copertina. Zappa voleva metterci dentro tutto quello che gli era successo: le zanzare, gli organizzatori che pensavano più a sniffare coca che a organizzare… Siccome non amo le copertine in cui ci sono troppi elementi, gli ho proposto di occuparmi io del davanti, e nel retro avrei messo tutto quello che voleva lui. Quindi ho fatto lo schizzo della copertina e ci ho messo questo cazzo di ammazza mosche. Mi sembrava troppo, così l’ho sgommato. Ma sai, con la gomma non va mai via tutto… Lui l’ha visto e ha detto: perché l’hai tolto? Con Zappa è stato fantastico, si è instaurato veramente un buon rapporto, penalizzato purtroppo dal fatto che non parlo inglese”. Tanino riesce ad incontrare un altro dei suoi idoli musicali, Miles Davis, ma sfortunatamente la collaborazione non si concretizza, per colpa di “intermediari poco simpatici”. “Miles Davis andò al Nancy Jazz Festival qui in Francia”, racconta l’artista, “e quell’anno avevo disegnato io il manifesto. C’era una nera un po’ strana con uno strumento inventato, una specie di sassofono. Davis vide questo disegno e si fece procurare gli altri miei lavori. Poi ha voluto incontrarmi e mi ha detto: ‘guarda che cosa ho disegnato da quando ho visto i tuoi lavori’. Aveva iniziato a disegnare solo fiche e cazzi (ride – NdA). Il fatto è che nel mio lavoro, soprattutto Ranxerox, di fiche e cazzi ce ne sono pochissimi. Evidentemente è il modo in cui disegno che fa venire a galla… l’allupato sessuale che sono…”. Non è invece mai riuscito ad incontrare il suo terzo mito musicale, Robert Wyatt, né a collaborare con lui. Anche se, alla fine degli anni ‘70, realizza un manifesto ispirato alla sua musica: “Era un ritratto di Wyatt, e sopra ci stavano degli insetti iperrealisti che si muovevano. Tutto questo muovere di insetti era ciò che mi evocava la musica di Robert Wyatt all’epoca. Ho regalato questo manifesto a Tamburini, che poi aveva bisogno di qualcuno di quegli insetti e l’ha fatto a pezzi. Mi sono incazzato forte!”. Più recentemente, Tanino realizza copertine per i dischi di Pacifico (Dolci Frutti Tropicali, del 2006) e The Bloody Beetroots (Romborama, 2009). Di quest’ultimo racconta: “Bob (Sir Bob Cornelius Rifo, alias The Bloody Beetroots – nda) era un ragazzino dalle idee molto chiare quando abbiamo fatto il primo disco. Da allora è diventato una star. Ho finito proprio ora di disegnare la seconda copertina per lui. Davanti c’è lui, con una mezza Lubna (personaggio di Ranxerox – NdA), si basa su una copertina di Ranxerox ma modificata, invece dietro ci sono tutti i personaggi che hanno partecipato al disco, tra cui Paul Mccartney, Tommy Lee, Peter Frampton. L’uscita del disco è prevista per settembre”. Chiedo a Tanino che senso ha oggi, per lui, l’artwork dei dischi. “Non lo so. Bisogna dire che c’è questo mercato parallelo del vinile che si è riaperto, ma comunque è sempre una nicchia. Diciamo che i presupposti e le necessità sono diverse. Mentre il 33 giri era abbastanza grande e potevi sviluppare un certo tipo di discorso, di disegno, adesso bisogna trovare quel… quid… tipo un logo, un’immagine che salti all’occhio in mezzo a questa marea di immagini e informazioni che abbiamo sullo schermo del computer”. Dopo aver lavorato per un lungo periodo “con il computer”, da qualche anno Liberatore è “tornato all’analogico”. “Sto lavorando su grandi dimensioni (esattamente il contrario di quanto facessi prima)”, racconta, “olio e carboncino sono i medium che utilizzo di più in questo momento. Sto cercando di passare dall’illustrazione alla pittura e non è una cosa così scontata”. Nato a Pordenone nel 1965, Davide Toffolo è fumettista, cantante-chitarrista dei Tre Allegri Ragazzi Morti e titolare dell’etichetta indie La Tempesta. Tra gli artisti che l’hanno inspirato nel corso della sua vita cita “Stan Lee, Magnus, Moebius, Paz (Andrea Pazienza – NdA), Scòzzari, Liberatore, Crumb, Burns, i fratelli Hernandez, Tezuka” e tanti altri. Afferma di aver sempre amato “i disegnatori di fumetti, o meglio i loro segni nelle copertine dei dischi. Crumb, Charles Burns per Iggy Pop (Brick by Brick – nda), Paz, Liberatore. Perché, come la musica, anche i segni hanno dentro un mondo intero. Io ho disegnato poche copertine per altri, ma ho elaborato un immaginario complesso per i TARM: cinquecento pagine di fumetti, il ‘romanzo di fondazione’ Cinque allegri ragazzi morti, tanti video in animazione, una decina di dischi, magliette e merce varia. E poi una maschera, che è la cosa più importante. Mi piacerebbe disegnare le copertine dei dischi di Giorgio Canali. Tutte. Magari lo farò quando ripubblicheremo tutta la discografia antologica. Le copertine sono una cosa delicata. Io non sono un grafico, per questo motivo molte intuizioni o disegni miei vengono poi sviluppati da grafici. Negli ultimi dischi questa collaborazione è stata con Alessandro Baronciani”. Da pochi mesi è uscito il settimo album dei TARM, Nel Giardino dei Fantasmi, come sempre con una copertina incantevole ed originale. “La copertina concettualmente è stata immaginata da Enrico Molteni (il bassista dei TARM – NdA)”, racconta Toffolo, “Aveva in mente uno scorrimento in orizzontale per la versione da youtube, e da quello sono partito. Prima ho fatto un disegno lungo dove c’erano dentro fantasmi vari del nostro immaginario: dal Señor Tonto a Marcella, al Gorilla Bianco, fino a noi nella versione stilizzata di quest’anno. Il concept ormai era stabilito. Abbiamo deciso di assegnare un fantasma ad ogni canzone, e di farle immaginare a Canedicoda, che in collaborazione con me ha realizzato i costumi dei fantasmi. A quel punto io li ho disegnati. Ma la copertina ha davvero preso la sua forma con l’arrivo di Alessandro (Baronciani – NdA), che con uno dei suoi colpi di genio ha ribaltato il lato di apertura dell’oggetto CD, così a quel punto la copertina è diventata proprio uno dei fantasmi, il disegno di noi tre. Ricapitolando: i disegni li ho fatti io, lo styling dei personaggi Canedicoda, la grafica e i colori Baronciani”. Progetti futuri? “Il prossimo progetto è una specie di salto mortale carpiato. Una mia autobiografia dove definitivamente divento un personaggio dei fumetti. La storia mia e del mio uccello. Un buon argomento di vendita. E poi sto lavorando alla raccolta di tutto il materiale grafico dei Ragazzi Morti, vent’anni nei quali tanti artisti hanno partecipato alla realizzazione di un immaginario unico”. Nato a Pesaro nel 1975, Alessandro Baronciani lavora come grafico per Universal, Mescal e La Tempesta. Ha illustrato tutte le copertine degli Altro, il gruppo punk in cui suona la chitarra e canta, “e poi, partendo dalla provincia: Sprinzi, Camillas, Afraid!, Ronin, Ovo, Tre Allegri Ragazzi Morti, Baustelle, Bugo, Sick Tamburo, Disco Drive, Perturbazione, Raein, e altre”. Quella di cui è più orgoglioso è quella per i Baustelle (Cofanetto illustrato della giovinezza, 2010). “Mi è piaciuto come siamo arrivati alla copertina”, racconta, “È stato il lavoro del grafico come me lo sono sempre immaginato, cioè tirare fuori, sistemare e fissare sulla carta le idee della band. La maieutica del grafico. Alle volte basta pochissimo. Ad esempio l’idea della copertina degli Afraid! è nata dalla email che mi ha mandato Andrea, il chitarrista. C’era scritto: ‘fai quello che ti pare. Cigno’. E quindi ho realizzato la copertina che si apriva a forma di cigno. Poi ho scoperto che ‘cigno’ era il soprannome di Andrea”. Per Alessandro, le più belle copertine illustrate da artisti italiani sono state “quelle degli anni ‘80 di Pazienza e Liberatore. Fantastica quella realizzata per Zappa: ha disegnato un intero stadio pieno di gente, e li ha disegnati uno per uno, senza il computer! Se parliamo di scena punk-underground mi vengono in mente le copertine di Stiv Valli della T.V.O.R. Tra gli studi più interessanti oggi penso a Legno, che si occupa di grafica, di serigrafia, ma anche della tiratura di dischi in vinile. Quello che manca forse è un’etichetta discografica con un’idea di grafica coraggiosa, come lo furono la 4AD o la Dischord, di cui compravo i dischi anche e soltanto per la copertina”. Qual è per Alessandro il futuro che spetta a queste piccole opere d’arte? “Chi lo sa? La copertina è stato un meraviglioso superfluo dell’età dei supporti. Certo l’iPod senza copertina del disco è triste”. Il 15 aprile è uscito Raccolta, il suo nuovo volume a fumetti: “In questi anni avevo collezionato tantissime storie brevi che volevo chiudere in un libro. Sono racconti a fumetti molto diversi da quelli dei miei libri. Ma non trovavo un formato adatto. È stata la casa editrice, la Bao Publishing, a farmi venire in mente l’idea ultra pocket, quando mi hanno detto che avrebbero fatto uscire contemporaneamente la versione digitale. Sia su carta sia sull’iPhone, te lo puoi sfogliare con un dito e nello stesso formato”. Piccola curiosità: il brano di Colapesce Quando tutto diventò blu (dall’album Un Meraviglioso Declino, 2012) è ispirato all’omonima graphic novel di Baronciani: “Forse nascerà una collaborazione”, ci confida l’artista pesarese, “ma solo se mi fa passare le vacanze nella sua Sicilia”. Pittrice e illustratrice, Erica Calardo (nata a Genova nel 1980) attualmente vive e lavora a Bologna. È co-fondatrice (con il compagno Paolo Clericuzio e Andrea Zita) dell’etichetta discografica indipendente Soupy Records (che produce soltanto 45 giri in vinile), di cui cura la grafica. Nata a Campobasso nel 2009, Soupy è, spiega la Calardo, “la sintesi delle nostre passioni/ossessioni. Io ho sempre amato l’Arte, mentre Paolo e Andrea sono DJ e collezionisti di vinile. Io leggevo Juxtapoz e Hi-Fructose, innamorandomi dei dischi della Sympathy for the Records Industry (soprattutto) per le loro copertine. Paolo e Andrea sono cresciuti a suon di garage, soul e punk rock. Soupy è sintetizzata da nostro logo, una zuppa di ramen stilizzata, in cui galleggiano dischi neri con label ciano, magenta e giallo… è il simbolo della nostra idea di fusione fra arte e musica: un piatto con ingredienti ben distinti fra loro la cui giustapposizione crea un sapore completamente nuovo. Quella di stampare solo dischi in vinile non è stata una vera scelta, non avremmo potuto fare altrimenti. Paolo e Andrea non hanno mai comprato CD. Per noi il disco è in vinile. Punto”. Sul sito di Soupy Records si legge: “L’etichetta mira a fondere i contenuti musicali con le arti figurative. Ogni copertina è affidata, infatti, ad artisti emergenti o poco conosciuti nel campo delle arti visive, per cercare di rendere ogni disco un oggetto d’arte a 360 gradi”. Alla faccia degli anonimi e insipidi file audio! “Io e i miei soci siamo terribilmente all’antica”, confessa Erica, “Nel mio studio si usano solo tecniche tradizionali. Il digitale è relegato ad un ruolo di supporto. Le cose mi piace toccarle e annusarle, tenerle in mano, guardarle. Mi piace che un disco abbia una personalità individuale: non può e non deve trattarsi di una mera sequenza di 1 e 0 archiviata in un hard disk”. Una produzione Soupy illustrata (meravigliosamente) dalla stessa Erica è You Better Find Out dei The Pamela Tiffins. “You Better Find Out è punk rock puro (…) Ho ascoltato questo disco e ho pensato ad Hawah, la bimba con la mela, uno dei miei pezzi più ‘in stile’ con il Pop Surrealismo americano. Da Eva a Biancaneve c’è il filo rosso del principio femminile associato al male, al peccato e simbolizzato da una mela (in latino malum è male ed è mela), in questo caso candita: non sono così seria. Hawah è la mia riflessione sulla donna, sul femminile. Una riflessione un po’ polemica, e ho voluto associarla ad una band che adoro, in cui convivono e hanno lo stesso peso il principio maschile e quello femminile”. Ma Soupy non si limita alla produzione di deliziosi dischetti in vinile. “È un momento difficile per la piccola discografia indipendente”, racconta Erica, “Ci dedichiamo moltissimo alla produzione di merchandising, ramo sicuramente più remunerativo: t-shirt, spillette, shopper”. Molti di questi oggetti sono disegnati da Erica stessa, altri da artisti emergenti quali la pittrice Ania Tomicka, la fumettista Flavia Biondi, Alpe Tiffin e tanti altri. Per quanto riguarda il futuro prossimo di Erica, l’aspettano tante collettive e la sua “prima personale italiana: Festino Baroco (in autunno da Mondo Bizzarro Gallery, a Roma)”. (Jessica Dainese) (Read more - Leggi di più)

Categorie
Best albums Musica News & Releases Notizie & Comunicati Rubrica Speciali

Gli album consigliati del 2013

dischi-consigliati-del-2013.jpg
Eh sì, lo sappiamo: è ancora presto per dare vita a un consuntivo dei migliori album del 2013. Sicuramente non basterà neanche la fine dell’anno per realizzarlo, vista la quantità abnorme di uscite discografiche annuali. Ciononostante, non abbiamo saputo resistere all’idea di buttare giù una lista dei dischi del 2013 che, fino a questo momento, ci hanno entusiasmato. Una lista che, in qualche modo, possa orientare il lettore, o forse meglio l’ascoltatore, nel panorama musicale alternativo e indipendente oramai sempre più complesso e trafficato. Insomma: un elenco di “dischi consigliati” che, da qui alla fine dell’anno, cercheremo di ampliare grazie anche alle vostre segnalazioni su Facebook e che, naturalmente, ci condurrà ad eleggere “I migliori dischi del 2013”. Per contribuire ad ampliare la lista è sufficiente commentare questo articolo inserendo i lavori discografici, con release 2013, che vi sono piaciuti. Per ora iniziamo noi… (Redazione Musicletter.it) (Read more - Leggi di più)

Categorie
Film al cinema e in TV News & Releases Notizie & Comunicati Recensioni Speciali

Venezia: Summer ’82, When Zappa came to Sicily, di Salvo Cuccia

Alessandro-Grainer-and-Gail-Zappa.JPG
Si può piangere come bambini vedendo un documentario su Frank Zappa? La risposta, almeno per quello che mi riguarda, è: sì! Ho pianto che sembravo uno scemo, ma cosa ci potevo fare? Ho adorato ogni nota, ogni parola e ogni cosa abbia fatto nella sua troppo breve vita quest’uomo, questo genio assoluto. Ho visto i suoi figli con gli occhi lucidi mentre parlavano del padre, sono riuscito a fare due chiacchiere con sua moglie, scoprendo, oltretutto, che in un momento della conferenza stampa, prima della risposta a una domanda, abbiamo pensato entrambi la stessa cosa (che, dopo averne avuto conferma in sede privata, non sto qui a riferire per motivi di “pubblico decoro”). Ho partecipato alla visione del film tramite tre viaggi: quello di Frank, attraverso la Sicilia, fino al suo paese di origine, Partinico; quello dei suoi figli, per rivedere i luoghi dove arrivò il loro papà prima del famigerato concerto a Palermo del 14 luglio 1982; quello del regista Salvo Cuccia e di suo padre che attraversano l’Italia per arrivare al concerto nel capoluogo siciliano. Risultato: lacrime a dirotto, come se piovesse. Un documentario (a Venezia quest’anno ce ne sono davvero molti) girato, raccontato e prodotto con grande maestria, un ottimo ritmo, buoni dialoghi e, manco a dirlo, grande musica. Emerge ovviamente la figura di Frank come lavoratore instancabile, che, tutte le notti, componeva e suonava come un forsennato nel “dungeon” (come definisce la figlia Moon lo studio sotterraneo) e che in pochi minuti, trovando ispirazione da qualsiasi cosa, anche da una parolaccia in italiano, poteva comporre dei “pezzi capolavoro”. Viene fuori anche l’immagine di un padre affettuoso e attento. Stupenda, infine, l’accoglienza che la città di Partinico ha riservato alla famiglia, con quel Sindaco che “sembrava uscito da Miami Vice”, come dice Dweezil, i bambini della scuola, la jam session e l’intitolazione della via e dell’aula musicale al grande Frank. Alla fine si vede e si rivive un grave errore: quello di chi curò l’organizzazione e la sicurezza del concerto di Palermo. Un errore grave, forse dovuto alla tensione della guerra di mafia e alla contemporanea festa di Santa Rosalia che impegnavano a fondo l’intera città. Tutto è comprensibile, ma quello che accadde quella sera non è giustificabile: lacrimogeni, cariche, guerriglia. E, naturalmente, un concerto rovinato. Probabilmente solo per la smania di preservare un prato verde dove si giocava a calcio. Mah! (Alessandro Grainer, nella foto con Gail, la moglie di Frank Zappa) (Read more - Leggi di più)

Categorie
Cultura Eventi Interviste Live Musica News & Releases Notizie & Comunicati Speciali Streaming

Mei 2.0: intervista a Giordano Sangiorgi

Giordano-Sangiorgi-MEI.jpg
Fervono i preparativi per il Meeting delle Etichette Indipendenti, importante manifestazione dedicata alla nuova scena musicale indipendente italiana che si terrà a Faenza il 27, 28 e 29 settembre 2013. Nell’attesa di questa tre giorni all’insegna di concerti, presentazioni musicali e letterarie, convegni e mostre, abbiamo rivolto qualche domanda al patron del MEI, Giordano Sangiorgi, che – ancora una volta – ha manifestato tutto il suo entusiasmo per questa nuova edizione. Tante le novità e tante le aspettative perché – come afferma lo stesso Sangiorgi – si è sempre in attesa di qualcosa “che magari ci farà scoprire delle nuove modalità di fare produzione musicale”; come del resto è accaduto con il crowdfunding, una delle principali novità dell’anno. Di seguito, attraverso l’apposito player, è possibile ascoltare l’intervista. (Redazione Musicletter.it) (Read more - Leggi di più)

Categorie
Concorso Contest Europa Musica News & Releases Notizie & Comunicati Speciali Streaming Video

Un disco per l’Europa: Lontano dei Family Portrait

-Family-Portrait.jpg
Prima della pausa estiva, sono i Family Portrait con l’album Lontano (2013) i protagonisti del settantaquattresimo appuntamento di Un disco per l’Europa (rubrica musicale realizzata da Thierry Vissol della Rappresentanza in Italia della Commissione Europea in collaborazione con Luca D’Ambrosio di Musicletter.it e con la conduzione in studio di Luca Singer). Il disco del gruppo di Macerata è stato scelto e segnalato nel corso della trasmissione “22 minuti, una settimana d’Europa in Italia” di venerdì 26 luglio 2013 in podcasting sulla radio europea Euradionantes.eu, su tutto il circuito italiano di 1 Radio 100 Città nonché su più di 100 siti italiani della rete Europedirect. Per ascoltare l’intera puntata e per saperne di più sui Family Portrait e su questa iniziativa visitate il blog Un disco per l’Europa (Clicca qui). 22 minuti, una settimana d’Europa in Italia tornerà il prossimo settembre. (Read more - Leggi di più)

Categorie
Contest Europa Musica News & Releases Notizie & Comunicati Speciali

Un disco per l’Europa: Breath’n Roll dei Breathless

Breathless-.jpg
Sono i Breathless con l’album Breath’n Roll (2013) i protagonisti del settantaduesimo appuntamento di Un disco per l’Europa (rubrica musicale realizzata da Thierry Vissol della Rappresentanza in Italia della Commissione Europea in collaborazione con Luca D’Ambrosio di Musicletter.it e con la conduzione in studio di Luca Singer). Il disco della band romana è stato scelto e segnalato nel corso della trasmissione “22 minuti, una settimana d’Europa in Italia” di venerdì 12 luglio 2013 in podcasting sulla radio europea Euradionantes.eu, su tutto il circuito italiano di 1 Radio 100 Città nonché su più di 100 siti italiani della rete Europedirect. Per ascoltare l’intera puntata e per saperne di più sui Breathless e su questa iniziativa visitate il blog Un disco per l’Europa. Clicca qui (Read more - Leggi di più)

Categorie
Eventi Live Musica News & Releases Notizie & Comunicati Speciali Spot Video

Ligabue in concerto

-Ligabue-.jpg
Ligabue ormai è una garanzia, non delude mai, soprattutto dal vivo. Ogni suo concerto riesce a coinvolgere migliaia di persone grazie al suo inesauribile entusiasmo di musicista e cantante innamorato della vita e del rock. E nonostante gli anni passino inesorabilmente, come per tutti, del resto, il cantautore emiliano non perde mai la grinta e il romanticismo dei tempi migliori, a tal punto che ogni sua esibizione diventa quasi la “sua prima volta”. E forse è proprio per questo che vale sempre la pena acquistare un biglietto per un concerto di Ligabue. La sua è una carriera più che ventennale, iniziata nel 1990 al ritmo di Balliamo sul mondo, Bambolina e barracuda, Piccola stella senza cielo… e con quel Bar Mario diventata simbolo di un’epoca e di una gioventù irrequieta e “quasi bruciata”. (Read more - Leggi di più)

Categorie
Cultura Europa Eventi Musica Notizie & Comunicati Recensioni Rubrica Speciali

Barcellona – Primavera Sound 2013: il reportage di Musicletter.it

Barcellona-Spagna-Primavera-Sound-Festival-2013.JPG
Fa uno strano effetto pensare che questo appena passato sia stato il mio ultimo festival da uomo celibe. Convolerò a nozze mentre voi vi accingerete a leggere queste righe che spiegano perché questa mia passione verso la musica mi ha spinto a condividere un loculo di pochi metri quadrati con i mie due testimoni, prendere freddo (tanto freddo), mangiare cibo che sa sempre di cipolla e bere birra che sa sempre di acqua e fa pisciare più dell’acqua. La gente normale si dedica allo svago in modo sano, della vacanza si gode la gente, la cultura, il cibo, il relax, soprattutto il relax. Ma la gente normale non ascolta più volte di seguito Wakin on a Pretty Daze di Kurt Vile pensando di volare, non ha eiaculazioni notturne sognando Solange (non l’istrice sensitivo, ma la figona sorella di Byoncé) e non rimane senza udito per giorni perché vuole “entrare” in simbiosi con la musica degli Swans. Alla gente normale la parola “primavera” fa venire in mente le primule. A noi inevitabilmente il festival di Barcellona. Si è festeggiato, quindi, la chiusura di un cerchio e la nascita di un nuovo ciclo, speriamo meraviglioso. Non ho dubbi a riguardo, la mia futura moglie è una persona stupenda, anche se confonde spesso Elliott Smith con Elliott Murphy. Continua tu a ripetergli che uno è morto (ma è in sostanza sempre presente in casa nostra) e uno è vivo (ma è in pratica morto e non lo sa). Io e il mio compare Toni “noise is good” Anigello partiamo mercoledì mattina, per ambientarci, fare spesa di dischi al mitico Revolver in calle Tallers e per respirare la brezza prima della tempesta. Tempesta che arriverà nei giorni seguenti grazie ai live dei gruppi che pazientemente ci siamo appuntati per non rischiare di perdere nulla. L’apertura la vediamo distratti, con i Vaccines di sottofondo (un gruppo che comunque sa suonare e che sa stare sul palco) e un clima rilassato che solo i festival riescono a regalare. Mercoledì sera ci raggiunge la nostra “sorellina” Silvietta Valota e siamo così pronti per affrontare il primo vero giorno di festival. (Read more - Leggi di più)

Categorie
Cultura Live Musica Notizie & Comunicati Rubrica Speciali

I migliori negozi di musica indie a New York

new-york_indie.jpg
Se ami la musica non c’è luogo migliore della città di New York, dove trovi innumerevoli locali che ospitano, tutte le sere, ogni genere di artisti della musica contemporanea. New York, con i suoi 8 milioni di abitanti e le sue 120 lingue parlate, negli ultimi decenni ha incarnato il vero significato di indie, non solo come stile di vita, ma come spirito creativo di un’intera comunità. New York vanta infatti una lunga e solida tradizione di musica indie e ha fornito al mondo le più grandi icone della musica tra cui ricordiamo i Talking Heads, i Blondie, i New York Dolls. Dal 1950 a oggi si sono succedute diverse generazioni di artisti e negli anni settanta ha assistito alla nascita della disco music da parte delle comunità gay, afroamericana e black per contrastare il dominio della musica rock. Tra i quartieri rinomati per la musica ricordiamo l’East Village, dove risiedeva il Max’s Kansas City, uno storico luogo di incontro dove hanno esordito Bruce Springsteen e gli Aerosmith e si sono esibiti musicisti del calibro dei Velvet Underground, Lou Reed e David Bowie. Non meno famoso è il CBGB, considerato la culla della musica punk, dove hanno debuttato Patti Smith, Madonna e i Talking Heads. Anche il quartiere di Williamsburg, situato all’interno di Brooklin e a una sola fermata di metro da Manhattan, è famoso per gli hipster e i creativi, e ha assistito all’ascesa di gruppi come Yeah Yeah Yeahs, Interpol e The Strokes. (Read more - Leggi di più)

Categorie
Altro Arte Concorso Contest Cultura Europa Eventi Film al cinema e in TV Free download Fumetto Interviste Libri Live Live Rewiew Musica News & Releases Notizie & Comunicati Pittura Podcast Politica Radio Recensioni Rubrica Speciali Spot Streaming Teatro Televisione Uscio e bottega Video

ML – Indie News 2: scarica e leggi il nuovo PDF

2.jpg
Pronto per essere scaricato e letto il numero 2 di ML – Indie News: il nuovo bollettino indipendente d’informazione musicale e culturale che racchiude le ultime notizie e recensioni pubblicate dal nostro blog. Il notiziario ha cadenza più o meno settimanale ed è scaricabile gratuitamente (in formato PDF) attraverso questo link. Buona lettura. (Fonte: ML) (Read more - Leggi di più)

Categorie
Cultura Musica News & Releases Notizie & Comunicati Rubrica Speciali

Scarica il numero Zero di ML – Indie News

0.jpg
A partire da oggi la redazione di Musicletter.it mette a disposizione dei propri lettori un bollettino d’informazione in formato PDF da consultare, scaricare e stampare gratuitamente. ML – Indie News, che avrà cadenza più o meno settimanale, non è altro che un’anteprima delle ultime notizie pubblicate sul proprio blog. Si parte immediatamente con il numero Zero che è possibile scaricare e testare qui. Buona lettura. (Fonte: ML) (Read more - Leggi di più)

Categorie
Contest Europa Musica News & Releases Notizie & Comunicati Rubrica Speciali

Un disco per l’Europa: Hamartia degli Alkene

alkene-.jpg
Sono gli Alkene con l’album intitolato Hamartia (2013) i protagonisti del sessantaduesimo appuntamento di Un disco per l’Europa (rubrica musicale realizzata da Thierry Vissol della Rappresentanza in Italia della Commissione Europea in collaborazione con Luca D’Ambrosio di Musicletter.it e con la conduzione in studio di Luca Singer). Il disco della band di Trieste è stato scelto e segnalato nel corso della trasmissione “22 minuti, una settimana d’Europa in Italia” di venerdì 26 aprile 2013 in podcasting sulla radio europea Euradionantes.eu, su tutto il circuito italiano di 1 Radio 100 Città nonché su più di 100 siti italiani della rete Europedirect. Per ascoltare l’intera puntata e per saperne di più sugli Alkene e su questa iniziativa visitate il blog Un disco per l’Europa. Clicca qui (Read more - Leggi di più)

Categorie
Musica News & Releases Notizie & Comunicati Speciali Streaming

Il nuovo singolo dei Public

Public.jpg
A tre anni da Oracolo (2010, Lavorare Stanca), tornano i Public con Cinema / Tutte le donne, il nuovo singolo in vinile 7′’ 45 giri e in digitale (Digitalea/The Orchard) che anticipa l’arrivo del terzo LP previsto per l’autunno 2013. Due canzoni che hanno in comune una storia d’amore: “Tutte le donne” è un brano denso di recriminazioni e che si conclude nel tradimento, “Cinema” vuole invece descrivere in immagini il sanarsi di ferite in virtù di un affetto profondo che unisce due persone. La scrittura di Paolo Beraldo si mostra a tratti disarmante, in continuo passaggio tra l’io e il tu, istintivamente poco intuibile e proprio per questo spiazzante, coinvolgente e in grado di trasmettere una vicinanza anche tra voci differenti. Il singolo è in streaming via Soundcloud. (Fonte: Ufficio Stampa Sfera Cubica) (Read more - Leggi di più)

Categorie
Film al cinema e in TV News & Releases Notizie & Comunicati Rubrica Speciali Streaming Video

(Ri)visti in TV: Ed Wood di Tim Burton (1994)

ed-wood.jpg
Hollywood, 1953. Un giovane di bell’aspetto e dai comportamenti decisamente stravaganti (indossa vezzosi golfini d’angora: non è un omosessuale ma un “crossdresser”) incontra in un funeral parlor Bela Lugosi, ex star dell’horror degli anni ‘30. Ed Wood ama il cinema, vorrebbe diventare un regista famoso e, nel tentativo di coinvolgerlo nella realizzazione di un film, offre indirettamente un aiuto all’anziano attore ormai in declino e, per di più, morfinomane. Mette in piedi una nutrita corte dei miracoli – surrogato di un improbabile staff – di cui fanno parte lo stesso Lugosi, Kathy O’Hara, una mediocre attrice che vorrebbe avere successo e che sposerà Wood (nel frattempo abbandonato dalla prima moglie), il veggente Criswell King, un lottatore di wrestling svedese di nome Tor Johnson e Vampira, conduttrice di un horror show televisivo. Il regista riesce a trovare i finanziamenti ma il film prodotto si rivela l’ennesimo insuccesso di una carriera che stenta a decollare. Nel frattempo Bela Lugosi viene ricoverato in ospedale dopo un’improvvisa crisi ma Wood continua a pensare al film che rilancerà la fama dell’attore e risarcirà se stesso delle delusioni fin qui patite. Il reverendo Lemon accetta di finanziare il progetto del regista ponendo come condizione che l’intera troupe si converta al culto battista. Le riprese iniziano e riescono a concludersi nonostante la morte di Lugosi, avvenuta durante la lavorazione, sostituito da una controfigura. Per la prima volta un film di Ed Wood, “Plan 9 from Outer Space”, siamo nei territori della fantascienza, viene proiettato in una prestigiosa sala, completamente gremita, di Los Angeles, il Pantages Theater, regalandogli l’illusione di un possibile successo che, purtroppo, non arriverà mai. “Pee-wee’s Big Adventure”, “Beetlejuice”, i primi due episodi della saga di Batman e, soprattutto, Edward mani di forbice avevano rivelato la capacità immaginifica di Tim Burton nella creazione di affascinanti forme cinematografiche. Queste pellicole sono la rappresentazione di storie fantastiche, stravaganti ed argutamente allucinate in cui l’horror acquista una dimensione fiabesca colorandosi di sentimentalismo e, nello stesso tempo, di humour gotico. Quest’opera è completamente diversa, però, da tutto quello a cui Burton aveva abituato il pubblico: è il frutto dell’innamoramento postumo di un estroso cesellatore di visioni filmiche per un pioniere ante litteram dei B-movies, per un uomo che, nonostante le difficoltà, la penuria di mezzi economici e, probabilmente, la mancanza di talento, continua ad inseguire il proprio sogno di realizzare qualcosa che abbia un valore artistico, o quanto meno, un senso cinematografico e, anche soltanto per questo, assurge alla dimensione di sfortunato eroe romantico. Il film ha una genesi imprevedibile e del tutto casuale come avviene, talvolta, per le attività più riuscite. Dopo aver prodotto per la Disney Nightmare before Christmas e lo sfortunato Crociera fuori programma, l’autore californiano, infatti, legge la sceneggiatura scritta di Larry Karaszewski e Scott Alexander sulla vita del regista, attore, montatore e produttore Edward Wod jr e s’appassiona all’idea di portarla sullo schermo sic et simpliciter, senza alcuna variazione. Ed Wood rappresenta (e nel film questo emerge inequivocabilmente) il simbolo di una fase del cinema americano di grande libertà, frutto della liberalizzazione del mercato distributivo, del progressivo venir meno della censura e della necessità, attraverso la pratica del “double feature” (doppio programma), di reperire un nuovo tipo di pubblico che determinerà la crescita di una produzione complementare di pellicole a basso costo (solitamente di genere horror e fantascientifico) dalla stravagante titolazione. La sceneggiatura di Karaszewski e Alexander descrive la vita di Wood dopo il fortuito incontro con Bela Lugosi, concentrandosi sul particolare rapporto che si instaura tra i due, assimilabile a quello tra un padre e il figlio, e racconta le travagliate fasi della lavorazione di “Glen or Glenda”, finto documentario sul travestitismo del protagonista indeciso se vestirsi da uomo o da donna, “La sposa del mostro”, horror fantascientifico, e di “Plan 9 from Outer Space”, l’anticapolavoro per eccellenza, girato in un appartamento simulando l’interno di una navicella spaziale. Nelle mani di Tim Burton, tuttavia, il soggetto, pur mantenendo il tratto biografico, seppur romanzato, diventa “polimorfico”: più film che s’incastrano tra loro ampliando le possibilità interpretative e, soprattutto, moltiplicando le suggestioni. L’attrazione fatale nei confronti di Wood è l’omaggio e, dunque, la piena legittimazione resi dal regista californiano ad un’epoca per certi versi rivoluzionaria del cinema americano e della cultura “pop” di quel paese. La riproposizione di vecchie e declinanti “stelle” hollywoodiane, il ciarpame demodé, il “camouflage” gotico, il richiamo ad un immaginario caricaturale e gli effetti speciali ridicoli (dischi volanti realizzati con la carta stagnola tenuti su da fili ben visibili, piovre di plastica, lavatrici in luogo di navicelle spaziali) costituiscono in nuce l’elaborazione della cultura trash (la vera cifra estetica del postmoderno) che recupera soprattutto gli scarti. Dunque, il riciclo del dismesso armamentario mainstream – gli scarti inutilizzabili dei magazzini degli Studios e la paccottiglia già impiegata in produzioni minori – pongono le premesse (seppur con una buona dose di inconsapevolezza da parte di Ed Wood e ben al di là dei risultati stilistici) per la nascita dell’exploitation, il cinema di “genere” ai margini delle ricche produzioni hollywoodiane, che rivoluzionerà l’industria cinematografica internazionale. “Ed Wood” appare, pertanto, un film sul cinema che, nella sua delicata analisi, pone lo sguardo su un’epoca che sembra inventata o inverosimile perché lontana nel tempo ma che, al contrario, è più reale che mai non solo nella rievocazione di figure storicamente esistite (e che l’eccellente cast di attori restituisce al meglio: Martin Landau/Bela Lugosi, Johnny Depp/Ed Wood, Vincent D’Onofrio/Orson Welles) ma soprattutto nel suo lascito: il prevalere degli elementi più “camp” della cultura di massa che hanno progressivamente ridotto le distanze con la cultura “alta”, contaminandola e alterando definitivamente il gusto estetico prevalente. Ed Wood, però, è anche un film che s’interroga sul senso stesso del “fare cinema” e che fornisce implicitamente la sua risposta proprio nella raffigurazione del protagonista dell’opera: un personaggio tipicamente burtoniano, una figura umana bizzarra che, a causa della sua diversità e al pari delle altre stravaganti figure di cui si circonda, non è compresa ed apprezzata e che, quindi, viene relegata ai margini del suo lavoro e della società. Il cinema costituisce per Wood (e per lo stesso Tim Burton in definitiva) la possibilità di reinventare la vita, arricchendola di significato, dando corpo alle storie più fantastiche e ai sogni più impossibili da realizzare. Ben più d’una semplice occasione di affermazione sociale: lo strumento definitivo del proprio riscatto umano. “Fare cinema” è, dunque, più importante di “fare un cinema bello” anche se Burton non riesce a riprendere meno che perfettamente regalandoci un’opera che, pur restituendo volutamente l’incertezza registica di Ed Wood in alcune sequenze che rimandano alla preparazione e al backstage dei vecchi film, sa regalare momenti di grande virtuosismo (su tutti: il piano sequenza iniziale e il dolly conclusivo che stacca su un’Hollywood notturna) e che è di grande intensità poetica grazie ad una fotografia “d’antàn” che impasta il bianco e il nero in un’elegia fiabesca. A dispetto del ritratto biografico, infatti, Ed Wood è una favola cinematografica senza tempo. C’era una volta un giovanotto che amava con tutta la sua anima il cinema. Non aveva alcun talento ma, per una volta, questa è l’ultima cosa che conta. (Nicola Pice) (Read more - Leggi di più)

Categorie
Film al cinema e in TV Musica News & Releases Notizie & Comunicati Recensioni Rubrica Speciali Video

(Ri)visti in TV: La casa del diavolo di Rob Zombie (2005)

la-casa-del-diavolo.jpg
Pensando al Norman Bates di hitchcockiana memoria si comprende come la settima arte abbia sempre subito il fascino degli “psycopathic killers”: assassini, mentalmente disturbati, dediti all’uccisione delle vittime di turno. Il cinema horror, nel corso della sua lunga storia, ha sentito su di sé ancor più forte il (perverso) richiamo della figura dell’omicida schizoide esasperandone l’efferatezza nella rappresentazione degli atti violenti fino al punto di determinare la nascita di un nuovo (sotto)genere: lo “splatter”, il sangue che schizza con copioso realismo dopo il macabro delitto, le stragi o le mutilazioni. Blood feast di Gordon Lewis del 1963 per molti studiosi ne costituisce l’ipotetico α, di certo, comunque, è tra la fine degli anni ’60 e gli inizi degli anni ’70 del novecento, con il new deal inaugurato dal romeriano “La notte dei morti viventi”, che alcuni registi, parallelamente a un generale ripensamento del cinema horror, sempre più sganciato dalle goticherie letterarie, tentano una legittimazione autorale dello splatter. L’ultima casa a sinistra (1972) di Wes Craven inaugura una serie di pellicole ad alto tasso grand-guignolesco che nel corso degli anni daranno vita ad altre numerosissime variazioni sempre più estreme: lo “slasher” in cui viene rappresentata la progressiva decimazione di un gruppo di persone riunite in determinato luogo, il “necrosplatter”, delirante e indigesto pastiche di feticismo necrofilo, sadismo e psicosi assortite (pensiamo al macabro Necromantick di Jorg Buttgereit), fino al nasty-splatter, parossistico assemblaggio di sequenze ripugnanti che vede la sua apoteosi in Horror in Bowery Street (1987) di Jim Muro e in Gli schizzacervelli (1992) di Peter Jackson. Tutto all’insegna della trucida rappresentazione delle infinite possibilità negative dell’animo umano: lo splatter, infatti, mettendo in scena la metafora della brutale degenerazione dei rapporti interpersonali e sociali configura la violenza come una sorta di grado zero dell’esistenza con la quale è possibile spiegare il “nonsense” stesso della vita e della morte (emblematici sono i film più crudamente iper-realisti di Takashi Miike o “Tokyo fist” di Shinya Tsukamoto). La macelleria “nastie” che per lungo tempo ha caratterizzato l’horror fino agli anni ’90 del novecento ha avuto una battuta d’arresto in seguito alla renaissance dell’occulto di provenienza orientale per conoscere più tardi una ripresa che è completamente indipendente dalla prevalenza di un genere sull’altro quanto, piuttosto, legata alla tendenza citazionista dell’horror contemporaneo che tritura codici e stili differenti in un gioco infinito di rimandi metacinematografici. Il debutto sul grande schermo del musicista di “alternative metal” Rob Zombie, avvenuto nel 2003 con “La casa dei 1000 corpi”, è all’insegna della rivisitazione fumettistica dello splatter: la brutalità visiva, esasperata e gratuita, viene progressivamente innocuizzata, infatti, dallo straniante contrappunto dei dialoghi infarciti da amene battute di spirito ed il film assume sempre più i contorni di un astratto manifesto teorico sulla devastazione dei corpi nella società contemporanea nonché la metafora grottesca, ma estremamente critica, della “mcdonaldizzazione” dell’horror destinato a diventare truculento clichè e stanca parodia di sé stesso. Il senso di fare un cinema “esteticamente” splatter per Rob Zombie non cambia con il successivo “La casa del diavolo” del 2005 ma con quest’opera il regista sposta in avanti l’asticella delle proprie ambizioni narrative regalandoci un’opera di maggiore maturità e di straordinario valore artistico. La trama del film segue un copione abbastanza collaudato nell’ambito del genere: la caccia dello sceriffo Wydell ai tre componenti fuggiaschi de “i reietti del diavolo”, Otis, Baby e l’inquietante Spaulding truccato da clown, colpevoli di una serie di sanguinosi crimini, tra cui il sequestro, la tortura e l’uccisione dei membri di un gruppo country, è il simbolo dell’eterna lotta tra il bene e il male, stilema di tante pellicole “gore”. Ciò che lo differenzia da altri film è, invece, la determinazione con cui il rappresentante della legge svolge il suo compito: risulta così ossessiva e i mezzi impiegati così crudeli che nel confronto-scontro con i reietti le parti dei buoni e dei cattivi si scambiano a tal punto che è difficile riconoscere nella ferocia con cui Wydell stermina i componenti della setta un comportamento conforme a criteri eticamente accettabili. Per l’autore lo sceriffo si è trasformato in un killer invasato che uccide in nome di Dio, del tutto assimilabile agli psicopatici a cui dava la caccia e che senza alcuna pietà massacravano persone innocenti proclamando la vittoria del Male. In verità esistono ancora individui dall’animo limpido o, al contrario, il confine tra la purezza ed il peccato è così sottile che il male ha corrotto completamente le azioni umane? “La casa del diavolo” pone questo insolubile dilemma collocandolo nel cuore “di tenebra” dell’America più rurale: tra i sentieri agricoli, negli immensi spazi di questo bizzaro “road-movie” si frantuma definitivamente per Rob Zombie l’utopia di una società in cui chiunque possa vivere pacificamente e, dunque, il mito stesso dell’american dream, fondato sul genocidio dei nativi, tenuto insieme dal collante dell’omologazione culturale e il cui dissenso viene represso con sistematica violenza. I reietti del diavolo commettono azioni criminose perché sono marginalizzati dalla società a causa del loro anarchismo hippie, sfrenato e dissacrante (rejects, i reietti, che significa anche “rifiuti”) e perché vittime a loro volta delle ingiustizie subite (in passato) dalle istituzioni civili che non possono fare altro, alla fine, che reprimere la loro diversità così come gli eserciti dei colonizzatori bianchi sterminavano gli indiani che si opponevano al loro dominio. La devastante cupezza simbolica e, soprattutto, la notevole capacità di controllo dei codici cinematografici dell’autore, fanno di quest’opera uno dei migliori horror degli anni zero, al contempo compendio dello splatter più estremo ma anche rilettura nichilista dell’epica western e dell’exploitation di taluni noir americani. Il virtuosismo stilistico di Rob Zombie non è sterile esibizione di bravura tecnica ma interamente al servizio del film: il montaggio frenetico, infatti, riesce ad alternare improvvise accensioni e sospensioni narrative con l’utilizzo di stacchi improvvisi, di ralenti, di dinamici movimenti di macchina, di lunghi carrelli e frame-stop recuperando creativamente gli elementi del cinema “nuovo” che si affermò negli USA negli anni ’70. D’altronde l’opera è stata girata in formato super 16 (millimetri) per rendere al meglio l’immagine “sporcata” tipica delle pellicole monoperforate di quegli anni. Rob Zombie ha voluto impiegare, però, diversamente dalla tipicità claustrofobica di questo genere di film horror, una fotografia che restituisse la luminosità “en plein air” dell’intenso azzurro del cielo e delle rigogliose distese agricole in cui si svolgono gli avvenimenti senza rinunciare, però, alla vivida colorazione rossastra del sangue che scorre in abbondanza e di cui i protagonisti sono sempre impiastricciati: nei volti, nei corpi, negli abiti. Il sangue che dalle membra straziate dei personaggi sembra debba traboccare dallo schermo per inondarci e disgustarci distruggendo la compostezza formale del cinema classico e spazzando via il perbenismo ipocrita di noi spettatori sempre alla ricerca di un catartico lieto fine, di una impossibile riconciliazione, volutamente incapaci di comprendere che la vita è un orrore ben più “indicibile” e “irrappresentabile” di qualsiasi film. (Nicola Pice) (Read more - Leggi di più)

Categorie
Film al cinema e in TV Musica News & Releases Notizie & Comunicati Recensioni Speciali Video

(Ri)visti in TV: Fa’ la cosa giusta di Spike Lee (1989)

fa_la_cosa_giusta.jpg
Il political rap di “Fight the power” dei Public Enemy accompagna la danza frenetica di una ragazza portoricana ripresa con altrettanta sincopata velocità dinanzi ad alcune abitazioni a schiera e, alternativamente, nell’oscuro vicolo “graffittato” di un ghetto indossando guantoni da boxe. Nella scena successiva lo speaker-dj Mister Señor Love Daddy augura il buongiorno a tutti gli ascoltatori della We-Love Radio. È piena estate, le temperature superano i 40 gradi, e la macchina da presa s’intrufola nelle modeste dimore del quartiere newyorkese di Bedford-Stuyvesant per spostarsi con molta rapidità nelle sue strade illustrando allo spettatore l’umanità che la popola. La narrazione frammentata ed il fulmineo montaggio delle inquadrature a tratteggiare schizzi repentini sui personaggi – contorni caratteriali secchi, duri ma efficaci – evidenziano l’equilibrio precario su cui poggia la convivenza tra i neri e gli italoamericani (entrambe storicamente minoranze etniche). Emblematico microcosmo in tal senso è la pizzeria del bianco Sal (Salvatore) con i suoi due figli (il razzista Pino ed il riservato Vito) alle cui dipendenze si trova l’intraprendente fattorino nero Mookie (il fidanzato della ballerina Tina della scena iniziale). Tutto scorre rapidamente all’insegna della sfibrante canicola: alcuni vecchi parlottano e commentano la vita del quartiere riparandosi dal sole all’ombra di un muro. Radio Raheem (un gigantesco ragazzo di colore) gira per le strade con un voluminoso apparecchio stereo sulle spalle assordando chiunque gli capiti a tiro. Un tipo litiga in pizzeria con Sal ed i suoi figli intimandogli di appendere alle pareti su cui fanno bella mostra fotografie di celebri italoamericani anche immagini di altrettanti neri famosi. Un gruppo di ragazzi manomette la bocca antincendi per rinfrescarsi ma allaga le strade e l’automobile di un uomo di passaggio. Pino, il figlio di Sal, esce dalla pizzeria e distrugge l’apparecchio di Radio Raheem, infastidito dal frastuono. Scoppia una rissa e la situazione, già delicata, degenera inevitabilmente: la polizia, infatti, interviene brutalmente ed uccide il ragazzo strozzandolo con un manganello. Il fattorino Mookie, esasperato dalla violenza delle forze dell’ordine e dall’arroganza dei suoi datori di lavori, lancia un bidone della spazzatura contro la vetrina della pizzeria scatenando una piccola rivolta popolare che culmina con l’incendio del locale. Nonostante il gesto compiuto, il mattino successivo Mookie si reca da Sal per ritirare, comunque, la paga e ne riceve 500 dollari, sbattutigli in faccia con disprezzo. Nel frattempo, una terza etnia, quella coreana, sta popolando Bedford-Stuyvesant disseminando il quartiere di nuovi esercizi commerciali. “Fa’ la cosa giusta” è il quarto lungometraggio di Spike Lee: un sasso scagliato alla fine degli anni ‘80 del novecento sul rassicurante conformismo del cinema americano con cui il suo autore si distacca dalla produzione precedente (del tutto diversa) immergendosi a testa bassa nell’analisi del variegato tessuto razziale statunitense. “Lola darling” del 1986, premiato alla Quinzaine des réalisateurs di Cannes, ne aveva rivelato il talento: una deliziosa commedia in bianco e nero che metteva in scena, attraverso l’inconsueto punto di vista femminile dell’interprete, l’imprevedibilità dei sentimenti ed il peso che i ruoli sociali hanno nella loro manifestazione pubblica. Il successivo “Aule turbolente” del 1988 era un sofisticato “pastiche” che mescolava gli stilemi del musical e del teen movie per rappresentare le contraddizioni della popolazione afroamericana del tutto assimilabile, per il suo autore, nei pregiudizi a quella dei bianchi. Con “Fa’ la cosa giustaSpike Lee si sbarazza dell’etichetta di “Woody Allen di colore” frettolosamente cucitagli addosso dalla critica più pigra squarciando il velo del politically correct con cui vengono da sempre trattati i temi razziali sul piccolo schermo. Le raffinate schermaglie amorose di “Lola darling” e le vitali contrapposizioni giovanilistiche di “Aule turbolente” sembrano lontane anni luce: in quest’opera il regista concentra tutta la rabbia ed il malessere delle minoranze sociali rimossi per troppo tempo dalla rassicurante iconografia mediatica degli anni ’80 (quando con una falsa rappresentazione veniva fatto credere che l’occidente fosse entrato in una nuova età dell’oro) e, al contrario, acuiti dalle politiche neoliberiste reaganiane che avevano determinato una sorta di darwinismo economico in cui ci fosse posto soltanto per la competizione più sfrenata, dove la solidarietà sociale non avesse più diritto di cittadinanza. L’insofferenza ed i pregiudizi che le due minoranze etniche manifestano e che, inevitabilmente, sfociano nella violenza urbana, sono i frutti avvelenati, pertanto, non solo dell’ignoranza culturale e della convivenza forzata (della ghettizzazione, sarebbe più giusto dire) ma anche dell’impoverimento economico, delle limitate risorse disponibili, della progressiva marginalizzazione che ciascun gruppo attribuisce erroneamente all’altro in un’estenuate lotta tra poveri. L’autore (qui anche attore insieme ad un gruppo di straordinari interpreti: Danny Aiello e John Turturro tra gli altri) esibisce un senso del ritmo narrativo che sembra ispirato alla musica jazz per il suo disordinato flusso sincopato e (apparentemente) improvvisato ed un uso disinvolto del linguaggio iper-realista preso in prestito dalla cultura da strada dell’hip hop che acuiscono la realistica drammaticità del film. L’anticonformismo visivo di Spike Lee trova in “Fa’ la cosa giusta” la sua massima espressione rivelandone l’eccelsa capacità stilistica con frequenti rimandi al cinema indipendente americano del dopoguerra e alla nouvelle vague: il regista si serve, infatti, in maniera originale di inquadrature inclinate, di riprese dal basso e dell’overlapping editing, una tecnica di montaggio formale che consiste nel ripetere la parte conclusiva dell’azione rappresentata in un piano all’inizio del piano successivo. La fotografia satura nei colori e, non di rado, sporca restituisce benissimo l’immagine di una città soffocata dal caldo e dall’immondizia (metafora dei pregiudizi opprimenti) e l’alternarsi dell’insistito grandangolo con le sopracitate angolazioni dal basso comunicano allo spettatore l’angoscia che permea l’intera vicenda e che finisce per contaminare ogni personaggio. Sono passati più di duecento anni dalla fondazione degli Stati uniti d’America, con il “Civil Rights Act” del 1964 sono state abolite le disparità razziali ma nella sedicente patria della democrazia, sembra dirci Spike Lee, siamo ben lontani da una serena convivenza: mancano i gesti di buona volontà e qualcuno che sappia fare “davvero” la cosa giusta. A quasi venticinque anni di realizzazione del film, nonostante qualche passo avanti e, soprattutto, dopo la sorprendente elezione (e rielezione) del primo Presidente di colore della storia degli USA, il problema dell’integrazione razziale rimane, infatti, ancora molto lontano da una soluzione definitiva e, per certi versi, sembra acuito (negli Stati Uniti come in qualsiasi altra parte del mondo) dall’ingravescente crisi finanziaria e da una globalizzazione economica che ha come unico scopo il profitto e che sul suo altare sacrifica i problemi delle classi sociali più deboli. (Nicola Pice) (Read more - Leggi di più)