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Pistoia Blues Festival 2012

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Inizia il conto alla rovescia per l’inizio della nuova edizione del Pistoia Blues Festival in partenza giovedì 12 luglio prossimo. Il Pistoia Blues Festival 2012 arriva alla 33esima edizione con un nuovo cast di artisti internazionali tra blues, rock e folk nella splendida cornice di Piazza Duomo a Pistoia. Quattro giorni di musica di qualità dal 12 al 15 luglio 2012 in cui sfileranno oltre venti artisti tra cui B.B.King (alla decima partecipazione al Festival), Paolo Nutini, John Hiatt & The Combo con i Gov’t Mule (in esclusiva nazionale), i Subsonica (data esclusiva per la Toscana). E poi ancora Paul Ubana Jones, Gerry Mcavoy’s con la sua band, Piers Faccini, Last Standing, Leblanc e molti altri compreso le band vincitrici dei concorsi dedicati ai giovani. Le band vincitrici del concorso Obiettivo BluesIn sono El Cuento De La Chica Y La Tequila da Treviso, i Down Town Blues Band di Genova, i Tribumista da Livorno. Danny Bronzini Trio da Pisa è la band vincitrice dell’Obiettivo Blues – Route to Pistoia Blues 2012 selezionata dall’emittente TVL Pistoia. Novità di quest’anno sono le Pistoia Blues Clinics, corsi organizzati dal Festival insieme ai migliori strumentisti blues tra cui Sergio Montaleni (chitarra), Daniele Nesi (basso), Keki Andrei (hammond), Carmine Bloisi (batteria). Gli iscritti ai corsi, che partiranno con l’inizio del festival, potranno affinare tecnica e stile nei pomeriggi dedicati per poi confrontarsi direttamente con il pubblico nelle jam session previste presso la Caffetteria Museo Marino Marini di Pistoia. Altri appuntamenti saranno previsti presso l’Orange Jazz Club subito dopo la mezzanotte. Quattro giorni di concerti, jam session e ospiti nel club nei pressi di Piazza Duomo con Filippo Guerrieri, Andrea “Lupo” Lupi, Paul Ubana Jones, Davide Malito, Mimmo Mollica, Carlo Romagnoli, Carneigra, e molti altri. Tra le varie iniziative ricordiamo che Pistoia Blues Festival promuove il carpooling per viaggiare in modo ecosostenibile mentre per il secondo anno consecutivo Pistoia Blues è festival “Pet Friendly”, dove sono ammessi gli animali a quattro zampe con zone dedicate e punti di ristoro grazie all’adesione al Progetto Cheekers. (Fonte: Ufficio Stampa Davvero Comunicazione) (Leggi di più)

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Ad Alessandro Piperno il Premio Strega 2012

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Il Premio Strega 2012 è stato assegnato allo scrittore Alessandro Piperno per il suo romanzo intitolato “Inseparabili. Il fuoco amico dei ricordi”. Con la vittoria di questa sessantaseiesima edizione del premio letterario italiano creato nel 1947 da Maria e Goffredo Bellonci con l’apporto di Guido Alberti, proprietario dell’omonima azienda produttrice di liquori, Piperno a distanza di due anni riporta l’ambito riconoscimento in casa Mondadori. (Fonte: La Repubblica.it) (Leggi di più)

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A Rimini l’ottava edizione di Assalti al Cuore

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Rimini, la luna e tu è il titolo dell’edizione #8 del festival di musica e letteratura Assalti al Cuore che dal 6 all’8 luglio 2012 nella meravigliosa cornice del centro storico di Rimini rivelerà le fasi lunari della musica e della letteratura del nostro tempo in un caleidoscopio di parole, visioni e suoni. I versi di Elio Pagliarani, Attilio Bertolucci e Pier Paolo Pasolini scandiranno il filo narrativo del festival, Sonia Bergamasco, Fabrizio Gifuni, Teho Teardo, Dente, July Skies, Amycanbe e Nils Frahm saranno tra i protagonisti in scena. Sotto la luna rosa di luglio, tra scenari dedicati all’universo poetico di scrittori, musicisti e attori, si intrecceranno le suggestioni che prenderanno vita dalla festa adriatica, La Notte Rosa. L’ormai storica rassegna riminese che negli anni ha ospitato poeti (Edoardo Sanguineti, Alda Merini), scrittori (Stefano Benni, Erri De Luca, Aldo Nove), attori (Elio Germano, Valentina Cortese), compagnie (Teatro Valdoca, Socìetas Raffaello Sanzio) e musicisti nazionali e internazionali (da Vinicio Capossela a Isobel Campbell, dagli Afterhours a Joan As Police Woman), avrà quest’anno le sembianze di uno straordinario paesaggio sonoro e lunare, il chiaro di luna illuminerà il pubblico e gli artisti proiettandoli in una dimensione onirica e rarefatta. Assalti al Cuore è promosso da Comune di Rimini, Provincia di Rimini – La Notte Rosa e Regione Emilia-Romagna. La direzione artistica del festival è a cura di Simone Bruscia.Qui il programma completo. (Fonte: Ufficio Stampa Assalti al Cuore) (Leggi di più)

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Twin Shadow dal vivo a Roma

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Il suo esordio fece parecchio rumore tra la fine del 2010 ed i primi mesi del 2011. Stiamo parlando di Twin Shadow e del suo primo album “Forget”, edito dalla 4AD e subito acclamato da testate alternative americane ed inglesi come Pitchfork, NME e Consequence Of Sound, grazie ad una miscela di synth-pop, new-wave e shoegaze molto debitrice agli anni Ottanta. Dopo aver presenziato a numerosi grandi festival del 2011 (tra cui Coachella e Primavera Sound), George Lewis Jr. (titolare del progetto Twin Shadow) è pronto a pubblicare il suo secondo capitolo discografico. L’album si intitola “Confess” e sarà stampato il prossimo 9 luglio sempre per la 4AD. Il disco è stato prodotto dallo stesso Lewis, con l’ausilio di Michael H. Brauer (già al fianco di Bob Dylan) al mixer. Intanto è possibile guardare il videoclip del primo singolo estratto dal nuovo album, il brano “Five seconds”, che è anche scaricabile gratuitamente dal sito ufficiale dell’artista. L’appuntamento è per lunedì 25 giugno 2012 al Circolo degli Artisti di Roma. (Fonte: Christian Briziobello – Kick Agency Promotion) (Leggi di più)

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(Ri)visti in TV: Vite Vendute di Henri-Georges Clouzot

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Per qualche misteriosa, fortunata coincidenza astrale (?!) talvolta coloro che passano la vita a mostrare il disprezzo per le vicissitudini umane e, dunque, l’intrinseca assurdità delle vicende stesse, sono baciati da un successo che arride in maniera così folgorante da indurci a pensare che tanto apprezzamento nei loro confronti sia in fondo una tarda forma di risarcimento morale da parte di tutti coloro che per lunghissimo tempo li hanno criticati ed emarginati. L’ostracismo recensitorio decretato per lunghi anni al regista francese Henri-Georges Clouzot, considerato un rappresentante del “noir” più duro e crudele, sembrò magicamente terminare con il successo straordinario di “Vite vendute” nel 1953. Se già con “Il corvo” e “Legittima difesa” questo “autore maledetto” aveva mostrato quanto fosse insanabile la sua misantropia, in questo film accentua il registro cupo, mettendo in scena i rifiuti di un’umanità incarognita e senza possibilità alcuna di riscatto. Quali i motivi, dunque, di un consenso critico universale che fa vincere all’opera la palma d’oro a Cannes, l’orso d’oro a Berlino e il BAFTA della British Academy? Da un lato c’è il desiderio di sostenere la produzione di un autore ostracizzato e vittima di epurazioni, dall’altro la forza straordinaria del film stesso: la tremenda avventura di quattro disperati (ex-gangster e mercenari) provenienti dall’Europa e dall’America che sono alle prese con loschi traffici in un povero villaggio guatemalteco. Clouzot introduce la storia con un lunghissimo prologo che serve non solo a creare l’atmosfera della tragedia imminente ma anche a descrivere il disfacimento morale e la desolazione che regna assoluta in quelle terre poverissime. Tutto scorre veloce ed incalzante, fissato mirabilmente dal bianco e nero greve dell’obiettivo della fotografia sensibile di Armand Thirard e avvolto dall’efficace musica della colonna sonora di Georges Auric. Il tono della narrazione adotta i ritmi sospensivi del thriller non risparmiando, però, nulla del fatalismo sarcastico a cui si ispira tutta la vicenda (Mario, infatti, pagherà con la vita la colpa del proprio cinismo disperato). L’opera assume le sembianze del capolavoro perché tutto è perfetto nella sua esemplare, irriducibile esasperazione: la recitazione nervosa, la tensione narrativa, una malinconia strisciante e…su tutto “il clima Clouzot”, quell’acredine spirituale – la misantropia di cui si parlava – sorretta da una spettacolare padronanza della tecnica cinematografica. Un talento purissimo, quello del regista francese, che ne ha consolidato la fama di autore bizzarro: un folletto spietato e anarchico che ha saputo essere artista sincero e senza mezze misure. E di cui si parla oggi troppo poco nonostante qualche sfortunato tentativo di remake hollywoodiano e nonostante qualche sporadico passaggio televisivo ad impossibili ore notturne. (Nicola Pice) (Leggi di più)

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(Ri)visti in TV: L’anno del Dragone di Michael Cimino

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Cinque anni dopo l’insuccesso de “I cancelli del cielo”, capolavoro “maledetto”, epica e struggente requisitoria sul mito americano che aveva determinato il fallimento finanziario della United Artist, a Michael Cimino viene concessa l’opportinità di realizzare un altro film. Dino De Laurentiis – ancora una volta per conto della MGM/United Artist & Co – gli fornisce non solo un supporto economico ma anche un aiuto di tipo artistico convincendo questa volta l’autore ad alcuni tagli che, probabilmente, determineranno il successo di un anomalo action-mafia-movie: “L’anno del Dragone”, in onda stasera su IRIS alle 21,05, scritto a quattro mani con Oliver Stone ed ispirato ad un romanzo di Robert Daley. Il pluridecorato capitano Stanley White, reduce dalla guerra del Vietnam, ha ricevuto dal dipartimento di polizia di New York il difficile compito di gestire gli apparenti equilibri tra le famiglie mafiose di Chinatown e, soprattutto, di impedire che la criminalità possa, comunque, prendere il sopravvento sulla vita stessa del quartiere rendendone impossibile uno svolgimento tranquillo. Al contrario, sarà il nuovo capo della Triade, Joey Tai, a scatenare una vera e propria “guerra” contro la polizia per continuare indisturbato le proprie attività criminali di spaccio di droga e di estorsione in uno scontro parossistico – perchè delineato nel perimetro di una lotta individuale – con il poliziotto. Cimino infonde nell’opera un furore nevrile che si riflette sulla struttura narrativa traboccante di tensione e di angoscia assemblando un cast di grande efficacia. Mickey Rourke dà spessore alla nevrosi incontrollata del capitano White, protagonista di una lotta personale (come spesso accade nei film di Cimino) che ignora il contesto in cui si svolge e che è feroce perchè nasce solo dalla bramosia di potere dei due contendenti. Lo svolgimento del plot è serrato e convulso – si diceva in precedenza – un’apnea di violenza, soprusi ed inganni in cui il male si confonde col bene fino a prenderne il sopravvento come nella migliore tradizione del noir a cui si deve ascrivere, indubitabilmente, questo film. La sequenza finale è la gemma dell’opera: un marchio di fabbrica del regista perchè magniloquente e – al contempo – intollerabile, dilatata fino all’inverosimile, dal montaggio ipercinetico, immersa nel chiarore debole e discontinuo dei controluce che squarciano il nero della notte. Un pezzo di bravura nel più puro stile Cimino: nel feroce duello tra il Rourke/White ed il giovane gangster cinese la furia dilaga ossessiva ed asfissiante, metafora riassuntiva, in un certo senso, del “cinema” di questo autore teso alla rappresentazione di un’America multirazziale che solo in apparenza vuole assimilare pacificamente tutte le sue composite etnie ma che, in realtà, avendo tra i suoi miti fondativi quello della “frontiera” quale soglia da varcare sempre e comuque, replica automaticamente gli schemi della prevaricazione e della conquista. Un film elegante ma feroce, tecnicamente perfetto eppure irrisolto che, nonostante il favore del pubblico, non servì a raddrizzare la carriera di questo magnifico e sfortunato autore. (Nicola Pice) (Leggi di più)

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La line up dell’Ypsigrock Festival 2012

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Si arricchisce con altre tre band il sempre più sorprendente cast della sedicesima edizione di Ypsigrock Festival in scena a Castelbuono (PA) dal 9 al 12 agosto 2012. Sul palco del miglior festival indie dell’estate italiana, tutti in date uniche ed esclusive in Italia, saliranno gli Of Montreal, Alt-J e i Trust, svelati in anteprima dal nuovo teaser del festival on line sul sito e sul canale ufficiale Youtube di Ypsigrock. Gli americani Of Montreal, guidati dal tumultuoso genio istrionico di Kevin Barnes, sono celebri per gli spettacolari show che imbastiscono durante le loro performance live. Ad Ypsigrock sbarcano con Stygian/Bisection (Polyvynil), ultima loro fatica che si distingue sempre per l’inconfondibile psichedelia imprevedibile, che si aggiunge ai capolavori come The Gay Parade (Bar None, 1999), Satanic Panic in the Attic (Polyvynil, 2004) e Hissing Fauna, Are You the Destroyer? (Polyvynil, 2007). Alt-J si candidano ad essere uno dei più sorprendenti debutti del 2012. Il quartetto di Leeds è uscito allo scoperto con la pubblicazione del loro primo album An Awesome Wave (Infectious Music) uscito il 28 maggio e con ottime recensioni di critica tra cui spicca NME: una incredibile ventata di novità che spazza via ogni concorrenza. Per la prima volta in Italia, in esclusiva ed anteprima assoluta ad Ypsigrock 2012. Arrivano da Toronto i Trust, il duo electro-goth formato da Robert Alfons e Maya Postepski, già componente degli Austra. La band canadese nel 2012 ha pubblicato TRST (Arts & Craft), album condito da cupe atmosfere, ritmo trascinante, voci evocative il tutto per un ascolto di scioccante bellezza. I Trust sono stati in tour con Hercules and Love Affair e Crystal Castle e con questo biglietto da visita apriranno Ypsigrock 2012. Il cast del Festival vede anche le conferme degli headliner Primal Scream, sul palco del Castello per la loro unica e straordinaria data italiana, così come lo saranno le esibizioni di Stephen Malkumus & The Jicks e dei Fuck Buttons e degli Shabazz Palaces. La line up sinora è completata dalla band rivelazione dell’anno Django Django e dal promettente gruppo indie rock We Were Promised Jetpacks; l’Associazione Glenn Gould a breve rilascerà nuovi annunci e i vincitori di Avanti il Prossimo 2012. Per problemi di natura logistica è saltato il tour europeo degli Akron/Family, che seppur annunciati nella line up di Ypsigrock sono costretti ad annullare la data italiana al Festival. Per saperne di più cliccate qui. (Fonte: Maurizio Turrisi – Ufficio Stampa Ypsigrock) (Leggi di più)

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Andrew Bird in Italia per un’unica data a Milano.

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L’eclettico e geniale polistrumentista di Chicago arriva in Italia per un’unica data a Milano, il 14 novembre 2012 ai Magazzini Generali, per presentare il suo ultimo bellissimo lavoro “Break it yourself” uscito a marzo per Bella Union/Cooperative Music e accolto dalla critica come uno degli album più riusciti e interessanti dell’anno. Break it yourself di Andrew Bird è stato registrato in un granaio appena fuori Chicago (ristrutturato dal violinista americano qualche anno fa) con il supporto di un registratore ad otto tracce e con l’ausilio di tre musicisti come Jeremy Ylvisaker (chitarra, tastiere), Mike Lewis (basso) e Martin Dosh (batteria). (Fonte: Annachiara Pipino – DNA Concerti) (Leggi di più)

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(Ri)visti in TV: A History of Violence di David Cronenberg

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Un tranquillo 50enne, dopo aver strangolato una collegiale, ne squarta il cadavere e a sua volta si taglia la gola con lo stesso bisturi; una casalinga è in grado di partorire un esercito di deformi nani assassini grazie ad una terapia medica sperimentale; un mutante telepate fa esplodere le teste altrui con il potere della sua mente; due gemelli ginecologi inventano un bloody-game per amore di una donna i cui organi sessuali non possono esistere in natura; un improbabile network televisivo trasmette filmati di torture e morte la cui visione produce effetti devastanti sull’organismo umano; uno scrittore tossico entra in contatto con un universo mostruoso che nessuna droga al mondo sarebbe in grado di creare… Welcome to the Horrordome: lasciate ogni speranza voi ch’entrate, amici miei, il diavolo veste David Cronenberg. L’uomo che ha osato rappresentare l’inosabile sdoganando il cinema di genere in chiave autoriale, influenzando una intera generazione di giovani cineasti. Dagli esordi low-budget – comunque straordinari – alle sofisticate goticherie di “Spider” non è mai stato banale e scontato: semmai sempre più abrasivo e duro in un panopticon di scambi, travestimenti, fusioni e metamorfosi materiche dove l’orrore sembra “accadere” imprevedibilmente quanto con improvvisa violenza – seguendo strade indirette e metaforiche – dopo essersi annidato in forma latente all’interno dell’individuo in seguito all’inoculazione di virus e parassiti a scopo terapeutico o a causa di aberranti terapie psichiatriche oppure a causa di videoallucinazioni mentali dovute a esposizione alla realtà virtuale dei media. L’indagine cronenberghiana negli ultimi anni s’è spostata dalla mutazione grandguignolesca di un’umanità vittima di un deliro tecnologico irreversibile e invasa, pertanto, da una progressiva contaminazione tra l’organico e l’inorganico, tra il naturale e l’artificiale, all’esame della doppiezza dell’anima stessa in bilico tra normalità impossibile e violenza incontrollata. “A history of violence” – in onda stasera su rai 4 alle 21,10 – è la rappresentazione di un mostro che finge di essere…umano. Tom Stall, un anonimo gestore di un anonimo ristorante di un anonimo paesino della provincia americana (Millbrook, Indiana) vede riemergere – casualmente quanto ferocemente – un passato di violenze efferate rinunciando in maniera definitiva ad un presente che s’illudeva essere quello di coscienzioso lavoratore e di marito e padre affettuoso. Infatti, dopo aver ucciso due malviventi che avevano tentato una rapina, diventa una specie di eroe locale ma attira anche l’attenzione di alcuni esponenti della mafia irlandese di Filadelfia che cercheranno di eliminarlo sostenendo che in realtà il suo vero nome è Joey Cusack, un affiliato che li aveva traditi molti anni prima. Cronenberg (che trae il soggetto del film dalla graphic novel scritta da John Wagner e illustrata da Vince Locke – “Una storia violenta”) descrive il riflesso del male e mette in scena la parte oscura dell’uomo che prende il sopravvento, liberando i suoi istinti più deleteri in una spirale di feroce violenza. È innegabile: in ognuno di noi sono nascosti pensieri morbosi e inconfessabili, fantasie e sentimenti sgradevoli, sepolti nella nostra coscienza ‘sì da risultare impercettibili, negati e cancellati agli altri come fossero brutti sogni che si dileguano alle luci dell’alba…Eppure essi sono sempre presenti, ci seguono ogni momento. È l’insoddisfatto desiderio che si manifesta sul nostro volto ogni volta che ci guardiamo allo specchio: il desiderio d’essere “altro” da noi, il desiderio di vivere una vita diversa, di scatenare e vivere le nostre pulsioni in assoluta libertà. Ma il desiderio insoddisfatto può tramutarsi in angoscia e terrore: il terrore che la faticosa ricerca di un’identità stabile ci venga strappata con forza può scatenare una risposta violenta e feroce…da animali feriti. Il contrasto tra essere e dover essere, la paura, i meccanismi inconsci che generano i conflitti e la conseguente violenza sono il sostrato fondante di questo film che è rivestito narrativamente da un plot che sembra thriller, che procede, però, come fosse un western spettrale e che si rivela, alla fine, un noir proteso alla rappresentazione, ancora una volta, della doppiezza e della mutazione – in questo caso solo psicologica – del protagonista e, dunque, alla più “universale” riflessione sul senso stesso dell’identità umana e sull’impossibile univocità dei suoi atti. Severo e anti-spettacolare, l’autore mette in scena una violenza brutalmente esplicita ma sideralmente lontana da qualsiasi forma di morboso auto-compiacimento dilatando, al contrario, le emozioni e le reazioni con l’impiego di intensi primi piani che vengono magnificati dalla fotografia geometrizzante ed artificiale di Peter Suschitzky che volutamente s’ispira all’impressionismo sui generis di Edward Hopper. Nonostante nell’opera emerga il malinconico rimpianto per gli anni ‘50 e ‘60 del novecento – metafora dello struggimento per la dissoluzione dell’innocenza infantile e per la fine di un’epoca “aurea” – Cronenberg si rivela gelido come la fredda lama di un chirurgo che seziona la mente umana e non ha pietà alcuna dello spettatore sprofondandolo in una pozza di angoscia con uno dei finali più ambigui ed inquietanti della sua lunga produzione. Al confronto i vecchi horror erano degli innocenti spettacoli d’evasione. (Nicola Pice) (Leggi di più)

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(Ri)visti in TV: Velluto Blu di David Lynch

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Non è davvero incredibile – o perlomeno stravagante – che agli inizi degli anni ‘90 l’autore di “Eraserhead” abbia goduto di una incredibile popolarità e che, addirittura, sia finito sui rotocalchi di gossip? Qualcuno ricorderà certamente – io fra questi – lo straordinario successo di “Twin Peaks” e tutto il caravanserraglio mediatico che ne seguì: le serate “Twin Peaks” nei club alla moda, le maratone televisive “Twin Peaks”, le proiezioni cinematografiche “Twin Peaks” fra sterminati gruppi d’ascolto, gli innumerevoli remix della colonna sonora di Badalamenti. Col senno di poi tutta quella sovraesposizione “popolare” sembrerebbe sia stata una sorta di nemesi alla rovescia per un autore volutamente indefinibile che non ha mai avuto paura di rimanere incompreso nel suo violare costantemente le leggi del rapporto con lo spettatore percorrendo un tracciato del tutto personale. Tuttavia, l’estetica “pop” di quel serial ebbe il merito – fra i tanti – di far conoscere ai più, seppur indirettamente, l’opera di Lynch, anche se, sarebbe interessante sapere quanti, poi, hanno avuto il coraggio e la costanza di seguirlo sugli impervi percorsi successivi. Il cinema di Lynch, infatti, da “Lost Highways” fino all’ultimo delirio di “Inland Empire” passando per il magnifico “Mulholland Drive” è sempre di più inquieta visionarietà, perdita di controllo, moltiplicazione delle identità, allucinazione semi-cosciente. Una sorta di stream of consciousness visivo in cui acquista sempre più importanza la messa in scena (e la sua costruzione) sulla parola e dunque sulla ricerca di un “senso” propriamente detto. La sceneggiatura è solo un debole pretesto per abbandonarsi alla potente dittatura delle immagini. Tra la sperimentazione di questi ultimi anni e la rappresentazione del dolore e delle sofferenze umane degli esordi (ora nella maniera scomposta, orrorifico-surreale, di “Eraserhead” ora liricamente come in “Elephant Man”) fa da spartiacque il film che il canale IRIS trasmette giovedì alle ore 23,05: “Blue Velvet” (azione meritoria quella di tener desta l’attenzione su un autore che – speriamo di essere smentiti dallo stesso in un prossimo futuro – sembra abbia deciso di non girare più film). Lynch utilizza tutti gli stilemi del “noir” per dotare l’opera di una veste formale “classica”, rispettosa, pertanto, dell’unitarietà dell’azione, del tempo e del luogo ivi rappresentato (sotto questo aspetto è il suo film probabilmente meglio riuscito) e la dissemina di elementi di ambiguità (la doppiezza dei protagonisti) e raccapriccio che, a dispetto dell’apparente happy end (?!), come un virus ad orologeria, deflagrano nell’incoscio dello spettatore per violentare il suo immaginario, per devastarne con dubbi le convinzioni acquisite. La nitidezza luminosa delle immagini iniziali (che richiama la pittura di Edward Hopper) e delle scene diurne s’alterna all’oscurità della casa di Dorothy e del night club – il frutto splendido del lavoro alla fotografia di Fred Elmes con cui Lynch aveva lavorato in “Eraserhead” – e diventa il supporto visivo funzionale a definire i contorni di una storia che, coerentemente con la poetica del suo autore, si muove in bilico tra realtà e onirismo confondendone perversamente i contorni. I terribili violenti accadimenti di una cittadina-tipo americana – un microcosmo che nasconde, sotto la superficie, tensioni inenarrabili – sono lo spunto per mettere in scena una riflessione disturbata e pessimistica sull’America e sulla sua inarrestabile decadenza (morale). Le case pulite e le strade ordinate nascondo una realtà fatta di violenza e sopraffazione, l’incapacità di comunicare altro che la replicazione di sofferenza e dolore: la schifosa ipocrisia perbenista dell’american way of life che nasconde la polvere sotto il tappeto. “Velluto Blu” (1986), comunque, è soprattutto la rappresentazione di una discesa negli abissi dell’animo umano – attraverso la metaforica indagine di Jeffrey sull’orecchio mozzato – il racconto della perdita dell’innocenza, la visione di quell’incubo “blu” che è l’uomo, la vertigine che ci coglie quando ci raggiunge la consapevolezza di vivere “in uno strano mondo” – come dice Jeffrey a Sandy – che non riusciremo mai e poi mai a piegare alla nostra volontà e che anche la bellezza – come quella della cantante Dorothy – è inquinata dal male – qui personificato dallo psicopatico Frank (un gigantesco Dennis Hopper). Un film straordinario che non fu – all’epoca soprattutto negli states – nè compreso nè amato. La scintillante ed edonistica america reaganiana non poteva accettare alla leggera questa spietata opera di demolizione – per nulla consolatoria – dei suoi elementi fondanti. Ci furono voci dissonanti: a chi accusò il film di gratuita oscenità e violenza – come Gian Luigi Rondi che ne impedì la partecipazione alla mostra di Venezia – fece da controcanto la critica più attenta e coraggiosa che ne magnificò la visionarietà e l’innovazione. Peter Travers di Rolling Stone “America” scrisse che probabilmente “Velluto Blu” era il miglior film degli anni ‘80, una sorta di oscura e malata “dolce vita” felliniana all’incontrario e che dopo questo film nulla sarebbe stato uguale nella cinematografia americana….Qualche anno fa Oliver Stone – il cui “Platoon”, uscito in contemporanea nell’86, ebbe ben altro e più vasto successo – ha dichiarato di esserne stato a tal punto influenzato che tutti i suoi film più “estremi” a partire da “Assassini nati” in poi sono un pallido tentativo di ricreare quell’atmosfera torbida. In “Blu Velvet”, a ben vedere, forse è racchiuso tutto il significato del cinema di Lynch: il contrasto, le contraddizioni della vita che si dibatte in maniera ambigua fra orrore e purezza. Tutto racchiuso nelle immagini che si ripetono in maniera circolare e quasi uguali all’inizio e alla fine di questo film: la fissità solenne del cielo blu, le staccionate bianche delle case della provincia americana, i prati ben curati dei giardini, i fiori colorati che sono dolcemente cullati dal vento, la mano del pompiere che in maniera rassicurante ci saluta… La bellezza immutabile della vita, la sua insondabilità, dunque, che fa da sfondo alle bizzarre vicende di quella bizzarra ed incomprensibile creatura che è l’uomo. (Nicola Pice) (Leggi di più)