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La recensione del concerto dei Godspeed You! Black Emperor a Padova | 19 novembre 2019

La recensione del concerto dei Godspeed You! Black Emperor a Padova
I Godspeed You! Black Emperor si sono esibiti lo scorso martedì 19 novembre all’Hall, un nuovo locale alle porte di Padova di Est (ed è il terzo, nel raggio di pochi km). (Leggi di più)

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Il concerto di Nick Cave a Roma visto da Carlo Massarini | Recensione

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Roma, 8 novembre 2017 – Guardo Nick Cave da pochi metri (quasi centimetri), niente Canon oggi (purtroppo), solo un iPhone e neanche tanto nuovo. E, mentre gli tengo prima con una, poi con due mani un ginocchio evitando che, proteso in avanti com’è, si schianti sul pavimento a pelle d’orso, penso. In nessun concerto che abbia mai visto, l’artista celebra un rito di comunione come questo. Non condivisione, non coinvolgimento, proprio comunione. Nel senso biblico del termine. Carne e sangue. (Leggi di più)

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Todays Festival 2017: nella seconda giornata svettano Perfume Genius e Richard Ashcroft | News

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Dopo il forfait di Wrongonyou per problemi di salute e la buona esibizione di Giorgio Poi, svettano nella seconda giornata del Todays Festival le performance di Perfume Genius e Richard Ashcroft. (Leggi di più)

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Prima giornata del TOdays Festival 2017 con una emozionante PJ Harvey | News

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Prima giornata del TOdays Festival 2017 con l’esibizione di una PJ Harvey (foto in alto) ispirata e in gran forma davanti a un pubblico nutrito e partecipe che, prima dell’artista britannica, ha assistito ai concerti della giovane Alice Bisi, aka Birthh, e del sarcastico Giovanni Truppi. (Leggi di più)

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Concerti e Festival (date) Live Rewiew Recensioni

La magia degli AIR al Teatro Romano di Ostia Antica | Recensione

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È stato un concerto ipnotico quello degli AIR al Teatro Romano di Ostia Antica lo scorso 24 luglio. Un’ora e mezza circa di elettronica pop emozionale suggellata da uno scenario altrettanto suggestivo e da una platea attenta che ha riempito le antiche gradinate in ogni ordine di posto. (Leggi di più)

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Live review: Eugenio in via di gioia, Festambiente, Vicenza.

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Chi legge Musicletter.it conoscerà gli Eugenio in via di gioia, giovane gruppo torinese il cui nome si ispira ai nomi e ai cognomi degli stessi componenti: Eugenio Cesaro (voce, chitarra e testi), Emanuele Via (pianoforte, fisarmonica e cori) e Paolo di Gioia (percussioni, batterie, cori, cane e varie ed eventuali com’è indicato nel poster/libretto del loro CD) mentre Lorenzo Federici (basso e cori) non contribuendo al nome della band intitola il loro primo album, uscito circa sei mesi fa, proprio con il suo nome e cognome. Lo scorso 24 giugno si sono esibiti a Vicenza nell’ambito di Festambiente dando un’ottima risposta a tutte le buone aspettative nate ascoltando Urrà (il loro EP) e l’album di debutto. Cresciuti musicalmente per le strade di Torino divertendosi a sorprendere gli ingenui passanti, questi giovani musicisti scanzonati scrivono canzoni dal carattere popolare (o folk, se preferite) per affrontare la vita in tono ironico e a volte canzonatorio. Nonostante la presenza di un gran palco con la dotazione completa che si rispetti, Eugenio, Emanuele, Paolo e Lorenzo si sono presentati su un piccolo palco per un concerto acustico degno della loro origine busker. La capacità di coinvolgere il pubblico è stata al di sopra di ogni aspettativa, i quattro ragazzi hanno via via infatti scaldato gli ascoltatori infreddoliti, sia dalla serata che dalla scarsa confidenza con le loro canzoni, riducendo così quasi a zero la distanza degli spettatori con il palchetto. Perché gli Eugenio in via di gioia riescono a divertirsi e a divertire con musiche dal ritmo trascinante, con attacchi traditori e stacchi improvvisi alternati da assoli vocali o strumentali. O forse perché loro canzoni riescono a descrivere in maniera divertente quanto stia succedendo in questo Paese sgangherato e che trovano il miglior esempio in Perfetto uniformato. Per questo motivo, per chi scrive, gli Eugenio in via di gioia sono una delle più belle sorprese della musica italiana. (Alessandro da Rin Betta) (Leggi di più)

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Live review: Edda al CSC di San Vito di Leguzzano (Vicenza)

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20 anni. L’ultima volta che vedemmo fu a fine agosto 1994. C’era un festival, in provincia di Vicenza, dove collaboravo all’organizzazione assieme a un affiatato gruppo di fratelli. Suonarono i Ritmo Tribale, davanti almeno a 5.000 persone. Fu una serata indimenticabile. Poi il nulla. Edda sparisce, i Ritmo anche. Tutto fino al 2009. Esce in quell’anno, infatti, Semper Biot. Disco bellissimo, inaspettato e proprio per questo ancora più bello. Talmente bello da non trovare parole adatte per descrivere le sensazioni che si provano ad ascoltarlo, senza cadere nella banalità, nella mediocrità, nella descrizione di una vita difficile e turbolenta, come origine di testi intimi e disperati. Quando il disco esce, ancor prima di ascoltarlo, senza bene sapere perché (io e Edda non siamo amici, non ci siamo mai più rivisti dopo quella sera), la sensazione è quella che provi quando un tuo caro amico torna dopo anni che non lo vedevi, senti caldo. Hai voglia di sapere come se la passa. Allora prendi il disco, lo ascolti e godi. Così è stato anche per Odio i Vivi e così è ora anche per Stavolta Come mi Ammazzerai?, ultima fatica del Nostro, disco italiano dell’anno non solo per noi di ML ma per quasi tutti quelli che in Italia si occupano di Musica Indipendente (e indipendentemente). Ti puoi immaginare, quindi, con che stato d’animo mi metto in viaggio per sentire il concerto che si è svolto al Centro Stabile di Cultura a S. Vito di Leguzzano, in provincia di Vicenza. Il CSC è un mito: da 25 anni questi “ragazzi”, riuniti in un’associazione, organizzano musica live, senza nessun aiuto esterno (sponsor, amministrazioni varie, di vari colori), auto alimentandosi con tesseramenti e ingressi ai concerti. Questo è un gran vantaggio. Praticamente fanno suonare chi vogliono, ma ciò che è ancora più bello è che non fanno suonare chi non vogliono. Inutile dire che il risultato è egregiamente superlativo. Entriamo e poco dopo riesco a fermare Edda, che si aggira sorridente per il locale. Gli mostro la foto scattata 20 anni prima allo “Sgnarock” (così si chiamava il festival). Si illumina, anche se non si ricorda molto bene (è “Edda lo smemorato…”). Gli chiedo la replica. Accetta. La facciamo, ma dopo averla vista non ci va bene. La rifacciamo e ci piace. “Siamo belli” dice a mia moglie che si è offerta di scattare le foto, “siamo sempre belli”. Facciamo due chiacchiere e poi è ora del live. Gente ce n’è. Ed è anche bella motivata. Segno questo che il concerto andrà alla grande. Salgono sul palco Luca Bossi, prima, per accordare il basso e poi Fabio Capalbo. Il loro contributo alla riuscita del set è fondamentale. Fabio alla batteria mena come un fabbro, ma un fabbro gentile, che conosce bene il suo lavoro e quando deve accarezzare lo strumento lo fa con maestria e dolcezza. Luca è una sorpresa continua: non sbaglia una nota, suonando il basso con il plettro ma riuscendo comunque a farne uscire un suono caldo e deciso, cosa non semplice e poi, alle tastiere, tenendo la cassa con un suono di basso con la mano sinistra e producendo gli accordi suonando il pianoforte con la destra, usando con sagacia lo strumento “Ableton”. Edda sale sul palco per ultimo. Dopo la presentazione della Band, che dice di non fare mai, attacca “Pater” e poi non si ferma più. Introduce ogni pezzo con l’atteggiamento di chi è distaccato, di chi è consapevole che quello che sta facendo non è la cosa più importante del mondo, che nel mondo c’è anche altro, ma poi, mentre canta, con una voce davvero notevole, dolce e piena di cattiveria allo stesso tempo, ruvida, ma piena di bellezza, urlata ma sussurrata, si capisce che tutto arriva dall’anima, che niente è lì per caso e che quello che abbiamo la fortuna di ascoltare è vero. Per questo non ti prenderanno a Sanremo, Edda, rassegnati! Così scorrono “Mademoiselle”, “Puttana da un Euro”, strepitosa, “Milano”, “Odio i Vivi” e le altre fino al finale a sorpresa, con “Uomini” dei Ritmo. Concerto bellissimo, che oltre al piacere di rivedere un grande artista alla ribalta, ha aggiunto la conferma di due musicisti che, uniti al Nostro, formano una banda rock con luminosa energia, sapiente inventiva e religiosa dannazione. Vorrei dar loro un consiglio, però: non fatelo il concorso per il chitarrista. Se la chitarra Edda la suona così, va benissimo. Aspettiamo vostre notizie, ragazzi. (Alessandro Grainer – 9 gennaio 2015) (Leggi di più)

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Anna Calvi all’Auditorium Parco della Musica di Roma (live review)

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Ad accogliere Anna Calvi a Roma questa volta ci sono l’Auditorium Parco della Musica e un pubblico numeroso e attento che restituiscono alla cantautrice inglese una dimensione decisamente più idonea alle nostre, e forse anche sue, aspettative. Previsioni che non vengono affatto disattese dalla musicista di origini italiane che si presenta sul palco della Sala Sinopoli vestita completamente di nero, con i tacchi a spillo e imbracciando una delle sue chitarre elettriche. Una vera donna rock, per dirla tutta, non solo nell’immagine ma anche nella sostanza, che non perde tempo in convenevoli e dà subito inizio allo show con Suzanne and I, squarciando, tra un click e l’altro di un fotografo, il silenzio immobile dell’auditorium. L’aria si riscalda lentamente, prima con Eliza e poi con la catartica e commovente Sing To Me fino ad arrivare alle successive Suddenly e Cry che ci fanno esplodere il cuore e il cervello con un mix di energia e romanticismo. L’atmosfera è quella giusta e lei sembra intuirlo fin dalle prime battute, concedendoci qualche sorriso e sussurrando qualche timida parola al microfono. È felice, lo intuiamo, e noi più di lei, soprattutto quando esegue tre splendide cover come Surrender (Elvis Presley), Fire (Bruce Springsteeen) e Foxy Lady (Jimi Hendrix), dimostrando tutto il suo background musicale. E così, applauso dopo applauso, si va avanti con una canzone più devastante dell’altra: da Rider to the Sea a Love Won’t Be Leaving, passando per Love of My Life, Carry me Over e Desire che ci lasciano sospesi tra la quiete e la tempesta. È un orgasmo sonoro dove tutto è studiato nel minimo dettaglio, merito non solo della cantante londinese che suona e canta come una dea, ma grazie anche a una band che non perde un solo colpo, dal primo all’ultimo secondo. C’è tutto questa sera: Maria Callas, Ennio Morricone, Pj Harvey, Siouxsie and the Banshees, Nina Simone, Nick Cave, Jimi Hendrix, David Bowie… Insomma, c’è tutta la musica che amiamo. Oscura, romantica, corrosiva e fatta di grandi contrasti. E al di là dei paragoni che la vogliono epigona di questa o quell’altra artista, anche stavolta Anna Calvi ha dimostrato di essere “semplicemente” Anna Calvi. Una volta per sempre. (L.D. / Redazione Musicletter.it / Roma, 24 febbraio 2014) (Leggi di più)

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Live review: a Bologna il rock and roll deflagrante dei Buckcherry

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Trinitrotoluene! Se non avete voglia di continuare a leggere, vi basti pensare al composto più noto con l’acronimo TNT come verosimile perifrasi di una performance strepitosa. Ce n’è voluto di tempo affinché anche al pubblico italiano venisse offerta la possibilità di godere dell’onda d’urto della band di Josh Todd e Keith Nelson, suona perciò rinfrancante che, a conti fatti, i californiani Buckcherry abbiano ripagato in soldoni pesanti il tempo perduto. Aprire le danze con una clamorosa Lit up può voler dire due cose: non avere il minimo barlume di pietà per il discutibile opening act (Venrez) e sibilare agli headliner Hardcore Superstar che la palma di migliori della serata non la vinceranno certamente a tavolino. Se Rescue me e un pezzo “live” fino alle viscere come All night long versano ancora ettolitri di benzina sul fuoco, una mazzata come Fall ratifica con fiamme roventi il clima incendiario. Everything giunge quasi come la necessaria risalita dall’apnea rock, un break che sfocia poi nell’ampio respiro della ballata Sorry a cui la band deve parte della sua notorietà e più di qualche spicciolo in banca. Josh Todd è un dannato pervertito, un impasto micidiale di tempra, sesso, gestualità e non ultima la voce al vetriolo, manifesto e caratteristica peculiare dei Buckcherry che ha decantato in crescendo storie torbide, accattivanti e decadenti, senza perdere colpi… Il gruppo al suo fianco è una sgargiante macchina da rock’n’roll e la resa sonora soddisfacente dell’Estragon non fa che evidenziarne le frecce acuminate; fronzoli, manierismo e orpelli non sono di casa, qui si bada alla sostanza e le pillole in omaggio agli eroi mai rinnegati AC/DC (Big balls) e Rolling Stones (Miss you) suonano come vere professioni di fede piuttosto che furbi espedienti, il tutto sotto la simbolica egida del nume tutelare di una “certa” band di Boston che con i suddetti mostri sacri va a sublimare il dna dei Buckcherry stessi. Attorno al midollo solido ed essenziale della sezione ritmica si annodano nervi e muscoli nei riff e nelle svisate di Stevie “The Philippine Nightmare” D. e del co-fondatore Nelson; le loro improvvisazioni lasciano presagire sempre colpi gobbi, come quando ad esempio esplodono in una devastante Crazy Bitch che mette in allarme un servizio d’ordine già pronto a raccogliere i bulloni della struttura. Fatevi un favore, prendete la vostra copia di Live & Loud del 2009, con i suoi filtri e angoli smussati e scaraventatelo serenamente nel cesso senza timore di pentimento; i Buckcherry dal vivo vanno vissuti così, sudici, sporchi e selvaggi. Il rock’n’roll non è mai stata roba per fighetti, non lo sarà mai! (Manuel Fiorelli / 16.11.2013) (Leggi di più)

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Rock in Roma 2013: Dio salvi i Blur!

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Damon Albarn, Graham Coxon, Alex James e Dave Rowntree si presentano sul palco di Rock in Roma con evidente ritardo: sono infatti passate da poco le dieci e ancora nessuna traccia dei magnifici quattro. Il pubblico dell’Ippodromo delle Capannelle – affollato come non si era mai visto in questi giorni di festival – è visibilmente impaziente, complice anche un’afa davvero insopportabile. E proprio quando l’agitazione sembra che stia travalicando il limite, ecco che i Blur fanno il loro ingresso con Girl & Boys che fa esplodere in un boato assordante spalti e platee, e tutti, improvvisamente, si scrollano di dosso il peso della calura e delle lunghe ore di attesa. Albarn è in uno stato di forma eccellente: canta, saltella e rinfresca le prime file gettando loro l’acqua contenuta nelle bottigliette messe a disposizione del gruppo inglese. Di lì a poco è l’inizio dell’estasi: una vera bolgia di piacere fatta di cori e suoni al fulmicotone che, subito dopo, prosegue con Popscene fino a raggiungere l’apice con Parklife. C’è feeling. C’è follia. C’è voglia di divertimento. C’è un grande pubblico composto da giovani e meno giovani, ma soprattutto c’è una grande band questa sera a Roma. Senz’ombra di dubbio una delle migliori formazioni della storia del pop inglese. Quattro personaggi che dal vivo hanno saputo mettere in evidenza un’attitudine punk figlia di quell’Inghilterra audace, ribelle, stravagante e trasgressiva che ben conosciamo. Ecco perché sono i Blur i migliori eredi della scena pop rock britannica di questi ultimi vent’anni. Lo hanno dimostrato con un’ora e mezza abbondante di concerto in cui non hanno mai abbassato la tensione. Lo hanno fatto divertendosi e facendoci divertire, fino a far deflagrare l’Ippodromo delle Capannelle con Song 2, canzone nota anche ai profani che chiude meravigliosamente e in maniera pirotecnica, almeno per chi scrive, questa edizione di Rock in Roma 2013. God save the Blur. (Luca D’Ambrosio) (Leggi di più)