Categorie
Recensioni

Recensione: Hytest – Dishing Out The Good Times (2009)

Hytest.jpg
La musica, spesso e volentieri, segue di pari passo i nostri stati emotivi: ci sono momenti in cui si ha bisogno di qualcosa di riflessivo, altri in cui si ricerca semplice intrattenimento. Per quanto mi riguarda, a volte ho bisogno di un disco “ignorante”, che mi dia carica e che mi faccia scuotere violentemente. È il caso di questo nuovo disco degli Hytest, dedito a riff elettrizzanti e a pezzi che di originale non hanno assolutamente niente (ma chi al giorno d’oggi lo è?). Mi sono imbattuto casualmente in loro durante la data estiva dei Mondo Generator: questi baldi giovanotti si sono destreggiati abilmente sul palco, non facendo sfigurare il gruppo di Nick Oliveri (che, nella circostanza, era composto da due terzi degli Hytest). (Leggi di più)

Categorie
Cultura Film al cinema e in TV Recensioni

La Ballata di Cable Hogue di Sam Peckinpah (1970)

Hogue.jpg
Dopo la spietatezza e la brutalità de Il Mucchio Selvaggio (1969), pietra miliare della cinematografia western mondiale, David Samuel Peckinpah (meglio noto come Sam Peckinpah, 1925-1984) nel 1970 ci consegna un altro capolavoro, questa volta “cult” e insolito, della sua importante carriera di regista. Con La Ballata Di Cable Hogue, infatti, Peckinpah abbandona l’efferatezza del fuorilegge Pike Bishop e della sua banda per dare spazio, invece, alle visioni crepuscolari e non belligeranti di un cercatore d’oro abbandonato in pieno deserto da due disonesti compari. Un film in cui alla sofferenza e al tradimento della finta amicizia, quella fatta soltanto di interessi, fa seguito l’improvvisa rivincita della vita che mescola sapientemente e in salsa agrodolce il bisogno d’amore con la scialba ricchezza. Una pellicola grottesca e tragicomica che rivela, ahimè, tutti i vizi e gli egoismi della società moderna attraverso le splendide interpretazioni di un grandissimo loser, Jason Robards (Cable Hougue), di una meravigliosa meretrice, Stella Stevens (Hildy), e di un tipico predicatore dei nostri giorni, David Warner (Joshua). Peckinpah alla stregua del maestro Sergio Leone (1929-1989) riesce a scendere nella profondità della psiche di ciascun personaggio mettendo in risalto le debolezze dell’uomo e le disumanità del progresso. La Ballata di Cable Hogue, grazie a un finale decisamente rivelatore, segna la fine di un’epopea, quella del “Selvaggio West” e di quel caro romanticismo fatto di cowboy solitari e avventurieri in cerca di fortuna. Da vedere anche durante la notte di Natale, tra una fetta di panettone e un pezzo di mandorlato; un motivo in più per riflettere su quest’epoca di trasformazioni, di mancanza di valori e di sregolate evoluzioni tecnologiche. (Luca D’Ambrosio) (Leggi di più)

Categorie
Musica Recensioni Video

Beasts of Bourbon – Little Animals (2007)

beasts.jpg
I don’t care about nothing anymore, il poderoso primo pezzo di questo album è anche la prima cosa in assoluto che ho ascoltato di questa band australiana formatasi a Sydney nel lontano 1983. I Beasts of Bourbon per la verità non sono famosi qui in Europa sebbene la formazione originale conti nomi prestigiosi quali Spencer Jones (chitarra anche nei Johnnys), James Baker (batteria pure negli Hoodoo Gurus), i due Scientists, ovvero il chitarrista Kim Salmon e il bassista Boris Sudjovic e lo stesso cantante Tex Perkins che formerà i Cruel Seal e svariati altri combos. Dal primo ascolto ho adorato i Beasts of Bourbon per la loro evidente vena hard rock che li riconduce immediatamente ai loro conterranei AC/DC ma a un più attento ascolto ho avuto modo di scoprire, apprezzandole, varie sfumature nelle loro composizioni di derivazione country, rock, blues senza contare la forte matrice punk con influenze che spaziano dai Gun Club a Nick Cave & The Bad Seeds, Cramps, Stones, Stooges, T-Rex… Il secondo brano I’m gone ne è una prova eloquente: qui Perkins sembra un Iggy Pop essenziale e grezzo… Ancora di più nel seguente pezzo punk I told you so. Sonorità alla Stooges sono presenti anche in Master and slave, bella canzone d’amore ritmata. Nella canzone che dà il titolo all’album Little Animals si espande la vena più intimista di Tex Perkins: una ballata alla Nick Cave in cui traspaiono l’amore per la natura e la malinconia per le aberrazioni della contaminazione umana conduce alla riflessione personale. L’impronta rock riprende nei pezzi in chiusura soprattutto in Too much too late di impatto alla Rolling Stones così come il punk “raffinato” prosegue ad esempio in Sleepwalker con echi dei Rocket from the Tombs di David Thomas. Tutto l’album è sapientemente dosato sulle capacità del cantante oltre che sulle chitarre rock: Tex Perkins è una versione country (parecchio country) di Lux Interior. Una delle maggiori critiche mosse al modo di cantare di questo massiccio (in tutti i sensi) frontman è quella di essere una grezza imitazione in cui scorgere di volta in volta Iggy Pop, Tom Waits, Jim Morrison, Lux Interior, Nick Cave, Bon Scott… Mi sembra un giudizio un po’ affrettato e superficiale:il suo modo di cantare può essere un mix di tutti questi che dà vita a un impronta personale invece assai netta. In effetti lo stile richiama molto il compianto Lux Interior (è la prima immagine che mi è balzata dall’orecchio in mente) e d’altro canto questo non può essere un demerito! Oltre a una bella voce articolata e potente, Tex Perkins credo sia un cantautore da rivalutare perchè ascoltando un po’ tutta la sua eclettica produzione (i Cruel Sea, i suoi Ladyboyz, dischi solisti e le varie collaborazioni con altri artisti australiani e non) si delinea una grande personalità… Assai piacevole è anche il finale Thanks, sgangherato inno di ringraziamento a un compagno di scorribande o ad un Dio tossico del rock’n’roll che guarda benevolo le suddette scorribande. Chi apprezza il rock’n’roll meno becero e patinato troverà nei Beasts of Bourbon e nelle molteplici diramazioni messe in essere da Tex Perkins dei fedeli alleati. (Costanza Savio)
(Leggi di più)

Categorie
Musica News & Releases Notizie & Comunicati Recensioni Video

OvO – Cor Cordium (2011)

ovo-album.jpg
Come in un incubo. Mi muovo nel nero, buio profondo e perdo il contatto con tutto. È un attimo quando dal caldo tepore di un letto mi ritrovo sbattuto nel fango, o almeno sembra tale. Il freddo entra nelle ossa e a malapena si riesce a intravedere qualcosa. Sterpaglia, boschi danzanti, tra la nebbia un’abitazione che sembra abbandonata. In un attimo entro impaurito, il tanfo di carne putrefatta pervade le narici, viene da piangere. Quasi la paura paralizza, le gambe non si muovono e dalle scale, che sembrano infinite e in risalita dagli inferi, un canto di donna, uno strido, fanno spalancare gli occhi. Sembra posseduta e sussurrante i peggiori anatemi pronunciabili, cavalcando striduli suoni che sulla carne creano escoriazioni appariscenti e dolorose (Nosferatu). L’odore di morte provoca conati di vomito che occludono la gola, la disperazione e poi le mani corrono per le tavole di legno del pavimento. Sono dolorose le schegge che entrano in profondità. La cantilena di una bambina prima mi tranquillizza, sento una mano che mi tocca la testa, delicatamente, le parole compongono una ninna nanna che non vuole essere consolatoria (Marie) e le dita stringono saldi i capelli sino a staccarli dal cuoio capelluto. Le urla, di dolore e terrore, non escono dalla bocca, come non avendo una lingua, nessuno può sentirmi, nessuno deve sentirmi. Riesco a correre, non so come sono tra i tristi roghi all’esterno, le gambe flagellate e le orecchie sono sanguinanti. Ritmi veloci che s’infrangono in un drone infinito mi annebbiano anche la vista (Penumbra y caos), perdo l’equilibrio ma riesco a riprenderlo. Una strada, forse persone. Vedo una sagoma ma non sembra umana. Enorme mi corre incontro, digrigna i denti ma io non mi giro. Lo sento. Mi afferra schiacciandomi con peso indicibile, penetrando le mie carni con le sue unghie animali. Una cadenza marziale e dei tempi serrati di batteria, scarni, sonorizzano l’aggressione (La Bestia), poi tutto torna come prima. La mia bocca sputa foglie e sangue. Continuo il travaglio. Guardo il cielo che non ha più stelle, luna o altro. Solo nero, profondo nero. Mi distacco da quello che dovrebbe essere reale, chiudo gli occhi e li riapro, sudato, dentro il mio letto. Come in un incubo e gli OvO sono la naturale colonna sonora. (Antonio Anigello)
(Leggi di più)

Categorie
Musica Recensioni Video

Matisyahu – Light (2009)

matisyahu-light.jpg
Trent’anni anni compiuti quest’anno, Matisyahu Miller, ebreo di formazione chassidica, vive a Brooklyn ed è ormai incontestabilmente uno dei personaggi più carichi di energia e passione tradotti in musica che esistano oggi in circolazione. Dice di sé: «Non mi ritengo all’avanguardia ma Dio mi ha investito di quest’incarico: portare pace e unità tra la gente, è questo lo scopo della mia musica.» Caspita! Che musica farà mai costui? Il suo primo album del 2006 si intitolava Youth: la disciplina e la ribellione, la fede fortemente espressa e avente come risultante inni all’amore e alla rivoluzione delle coscienze. Quale musica devota e vibrante, quale tratto di unione tra pulsioni terrene e anelito al realizzarsi delle proprie preghiere? Lo sapete, vero? Il reggae, non poteva essere altrimenti, ovviamente! Grande Matisyahu! Il secondo album in studio, Light, da poco uscito, è una grande conferma e allo stesso tempo un grosso balzo in avanti nella capacità di espressione di un simile talento. Anzi, a essere realisti, è un salto a piè pari giù in strada! Proprio così: per quanto attivissimo dal vivo (a quando un tour in Italia?) e sostenuto da una vivace attività dei suoi fan sulla rete, per quanto forte di una formazione da solida posizione socioculturale, Matisyahu, sciolte le riserve sull’utilizzo “eletto” della propria gioventù, ha l’urgenza di scendere in strada. Anche da solo (come ritratto nelle foto del CD-booklet), con le proprie certezze i cui confini sfumano nell’ansia e nella frustrazione dell’attesa, ma inevitabilmente in strada, affinché la “luce” sia di tutti, in quel “momento sottile nella vita di ciascuno in cui ci sarà dato di splendere, per spazzare via il buio” (I Will Be Light). Affinché “un giorno noi tutti saremo liberi e orgogliosi di trovarci a cantare sotto lo stesso sole canzoni di libertà dall’odio e dalla violenza” (One Day). Nella strada poi è il conforto a non cedere sotto il peso del silenzio di Dio, quando ci si sente come “una candela che cerca di restare accesa in questa notte ventosa” (Silence). Ho citato fin qui solo tre brani, pietre angolari dell’album, ma ce ne sono 13 in tutto, e sappiate che musicalmente trattasi di New Reggae, passatemi il termine, perchè assolutamente completo di tutte le influenze che sposano oggi le culture “giovanili” legate all’urgenza del messaggio e alla coralità della condivisione. Se proprio volete pensare ad un parallelo, immaginate allora una spontanea rigenerazione della intuizione manifestata dai Police nei primi due album, con background generazionali e politici diversi di 30 anni! Ops… Il buon Matisyahu nasceva proprio negli anni in cui vedevano la luce Outlandos d’Amour e Reggatta de Blanc. Un altro mini-spot per trasmettervi la mia gioia per aver apprezzato questo disco: One Day è la canzone che oggi, cantata dalla buonanima di Bob Marley, riporterebbe il miglior reggae e un’immensa emozione alle orecchie del mondo intero! (Gianluigi Palamone) (Leggi di più)

Categorie
Libri Recensioni

“Una questione privata” di Beppe Fenoglio (1963)

fenoglio-beppe.jpg
La più bella intuizione di Beppe Fenoglio nel corso della narrazione di “Una questione privata” è il distacco tra i pensieri di Milton e la realtà in cui il giovane è immerso. Il protagonista del breve romanzo passa le pene dell’inferno nella selvaggia e disperata natura piemontese, durante quell’incantesimo dell’umanità chiamato Resistenza, ma pensa ad altro. Pensa alla ragazza dei suoi sogni, quella che si è (così sembra) sposata con un suo amico anch’egli partigiano. Pensa a “Over The Rainbow” e alla fine di un sogno cancellato dalla guerra. Solo i proiettili risveglieranno Milton da questo sogno, solo la condizione più estrema all’interno di un insieme già allucinato e folle lo renderà partecipe della fatica, del dolore, del pericolo. La Resistenza è guerra senza pietà e senza futuro, è guerra dove il passato è cancellato e il presente avvolto nella nebbia reale (quella delle Langhe) e in quella ideale che non permette al partigiano di conservare le proprie abitudini. La guerra ci priva di tutto: del gioco, della musica, dell’amicizia, del calore, dell’amore. Quest’ultimo sentimento invade i pensieri del partigiano Milton fino a fargli dimenticare il fango e il freddo che ostacolano la sua folle ricerca dell’amico rapito dai fascisti. La crudeltà definitiva del nemico allontanerà Fulvia dalla sua mente per un solo minuto, quello necessario a fuggire con tutte le forze rimaste. L’identificazione con l’eroe è totale: noi sappiamo una sola cosa in più rispetto a ciò che lui conosce, per il resto ci innamoriamo con lui, sentiamo il suo stesso bisogno di riposo, di sopravvivenza, di pace. Si è detto che Milton fosse il perfetto ritratto del partigiano Beppe Fenoglio. Se così fosse, e non abbiamo motivo per dubitare, nella nostra mente dovrebbe accendersi un faro sulla Resistenza, tragedia umana tanto nuda ed epica da diventare letteratura. “Una questione privata” è anche una lezione immortale sui valori dell’individuo. Per quanto si debba lottare per un mondo migliore, per la libertà e per la collettività, ci sarà sempre un posto nel cuore che è riservato a un’intimità del tutto personale; ci sarà sempre un motivo per vivere quando tutto sarà perduto, quando non ci sarà più speranza, quando le idee saranno cadute nel vuoto. Tra tutte le illusioni, l’amore sarà l’ultima a farsi da parte, l’ultima a crollare sotto i colpi della cruda realtà. Una questione privata ovvero la sopravvivenza. (Marco Archilletti) (Leggi di più)

Categorie
Cultura Musica Recensioni Video

Elvis Perkins in Dearland – S.T. (2009)

elvisperkins.jpg
A due anni esatti dall’esordio discografico, l’apprezzatissimo Ash Wednesday, Elvis Perkins cambiando ragione sociale in Elvis Perkins In Dearland realizza il suo secondo album dal titolo omonimo e coadiuvato dai suoi Dearland (Brigham Brough al contrabbasso e sax; Wyndham Boylan-Garnett all’organo, trombone e chitarre e Nick Kinsey alla batteria e clarinetto.) ci regala dieci pezzi musicali dal notevole impatto emotivo. Canzoni dal sapore nobile e antico che mi stanno rinfrancando queste giornate primaverili non proprio entusiasmanti. Elvis è il nome che suo padre (il famoso attore Anthony Perkins morto di AIDS nel 1991) fan sfegatato del mito del rock‘n’roll nato a Tupelo nel 1935 mise al Nostro quando nacque nel 1976. Sfortuna ha voluto che perdesse anche sua madre, la nota fotografa Berry Berenson deceduta durante gli attacchi alle Torri Gemelle nel 2001. Tragedie familiari a parte Mr. Perkins in questa seconda fatica abbandona in parte quelle atmosfere lente, depresse e dolenti dell’album d’esordio per abbracciare un suono più vivace, corposo e bandistico benché la liberazione dalla tristezza e dal dolore non sia per nulla compiuta. Inserisco il CD nel lettore e parte la prima traccia Shampoo che mi conquista immediatamente spingendomi a risentirla almeno quattro volte di fila. Durante i ripetuti ascolti mi convinco che sia già un classico e nella mente mi ritorna il Bob Dylan di Street Legal. Alla fresca e pressante Hey cantata insieme a Becky Stark, voce femminile del gruppo californiano Lavender Diamone, segue la dolcissima Hour Last Stand e mi viene da pensare a un Leonard Cohen innamorato che si fa accompagnare dai Black Heart Procession meno strazianti. Dopo la ritmata ed eccitata I Heard Your Voice in Dresden ci si imbatte nel fascino sbilenco di Send My Fond Regards to Lonelyville arricchita con arrangiamenti da dixieland band; I’ll Be Arriving è uno spettrale e doloroso blues che riapre di nuovo la strada alla “Processione del cuore nero” mentre Chains, Chains, Chains così fortemente melodica coinvolge fino alla commozione. Ritornano le atmosfere disordinate ed esuberanti nello stile delle orchestrine tipiche della famosissima città della Louisiana in Doomsday laddove in 123 Goodbye e nella conclusiva e splendida How’s Forever Been Baby la malinconia si taglia a fette. Elvis Perkins In Dearland è un grande album di canzoni d’autore che traggono ispirazione dalle radici della musica popolare americana, soprattutto dal folk o meglio dal “folk and roll” (termine preferito da Perkins) con incursioni nel blues, nel country e nel jazz della vecchia New Orleans. Sono pronto a scommettere che questo piccolo grande songwriter in futuro ci riserverà delle belle sorprese. (Domenico De Gasperis) (Leggi di più)

Categorie
Cultura Musica News & Releases Recensioni Video

Pearl Jam – Backspacer (2009)

pearl-jam.jpg
Allora, la scena si presenta più o meno così: sono a cena da Daniele, amico che divide equamente il suo tempo libero tra la passione sfrenata per Lou Reed e la produzione di quiche. Per qualche strano motivo Lou non è della serata. Non manca invece, al centro della tavola, una splendida quiche lorraine. In sottofondo Tom Waits racconta di essersi perso nel culo del mondo. Ne prendiamo atto con una certa soddisfazione, mentre Daniele taglia la prima fetta. A quel punto, tra un morso e una chiacchiera sui massimi sistemi, si finisce come sempre a parlare di musica e allora gli chiedo cosa ne pensa di Backspacer, l’ultimo album dei Pearl Jam. Quello che mi ha risposto suona più o meno: “É un bellissimo disco inutile”. Così, secco, diretto, tranchant. Io ho accusato un po’ il colpo. Qui, però, bisogna fare un passo indietro. Io amo in maniera viscerale i Pearl Jam e la questione non è solo strettamente tecnica, come d’altronde succede sempre con la musica. È qualcosa che ha a che fare con il 1991 (anno di pubblicazione di Ten), con i miei sedici anni, con un walkman rosso e con la sensazione costante di essere in uno di quei meravigliosi pomeriggi di settembre prima che ricominci la scuola, anche se magari era inverno e faceva -15… Ma questa è un’altra storia, signori della giuria (giuro: mi sto alzando in piedi…). Analizziamo i fatti e partiamo dall’album in questione. Trovo che Backspacer sia un disco molto interessante, un lavoro in cui è evidente un cambio d’atmosfera rispetto almeno agli ultimi due lavori (Riot Act del 2002 e Pearl Jam del 2006). La fine dell’era Bush, e il conseguente cambio di amministrazione con Obama, sembra aver influenzato positivamente le dinamiche compositive del gruppo che, negli ultimi anni, aveva apertamente osteggiato la politica dell’ex presidente. L’album, infatti, si presenta più “leggero”, veloce (11 pezzi in circa 37 minuti!) e diretto, e la voglia di suonare viene urlata fin da subito in Gonna see my friend, graffiante pezzo d’apertura in cui esplodono le chitarre e, quasi, le corde vocali di Eddie Vedder. Stesso DNA hanno pezzi come The Fixer (primo singolo dell’album) e Supersonic, canzoni che sembrano concepite con il chiaro intento di essere suonate dal vivo e dare modo alla band di esprimere a pieno la sua innata e oramai proverbiale attitudine live. I riff sparati di queste canzoni lasciano spazio, poi, anche ad altri episodi più strutturati come Johnny guitar, tra i pezzi più interessanti dell’album e Amongst the Waves, in cui la voce (qui più morbida) di Eddie Vedder prepara l’ingresso prepotente delle chitarre e dell’assolo di un ispirato Mike Mc Cready. Ma è su due pezzi in particolare, The End e Just Breathe (musica e parole di Eddie Vedder) che credo, signori della giuria, sia utile soffermarsi. Chiedo che siano aggiunte al resto delle prove in modo che confortino quanto detto fino a ora, anche se, per una serie di motivi che ora andremo a chiarire, queste due straordinarie canzoni possono anche rafforzare la tesi dell’accusa (“un bellissimo disco inut…” non ci riesco: mi si inceppa la lingua e l’anima). Mi spiego meglio. In entrambi i pezzi, accompagnata dagli arpeggi morbidi della chitarra e dalla leggerezza degli archi, a farla da padrone assoluto è la voce splendida di Eddie Vedder, che riesce a toccare, sopratutto in The End, vette interpretative incredibili. Il leader dei Pearl Jam, credo che a oggi possa essere considerato a tutti gli effetti una sorta di moderno “crooner”, tanto da far diventare indimenticabile, se la cantasse, anche la posologia della Tachipirina! Eppure la bellezza e l’intimità struggente di queste due perle sembrano creare un empasse, tracciando un solco netto che le separa dalle pure ottime prove dei pezzi che abbiamo precedentemente citato. In pratica la loro eccezionalità rende evidente come all’interno della band di Seattle oggi sembrino convivere ormai due anime. Da una parte c’è il gruppo con la sua energia che, per quanto grande, a volte rischia di apparire un po’ prevedibile. Dall’altra troviamo Eddie Vedder, che dopo l’ottima prova solista di Into the wild, sembra aver raggiunto una nuova consapevolezza e una maturità compositiva che lo avvicinano al miglior cantautorato americano (non a caso Just Breathe è una reprise, con l’aggiunta del testo, di Tuolumne, pezzo presente solo in versione strumentale nella colonna sonora del film diretto da Sean Penn). La sensazione è che queste due anime, queste due entità compositive, non sempre sembrino integrarsi perfettamente, anche se rimango dell’idea che Backspacer sia un ottimo disco, da ascoltare tutto d’un fiato e regalandosi delle apnee emotive durante i suoi momenti più riusciti. Con questo, signori della giuria, chiudo la mia arringa, convinto che questo rappresenti un capitolo estremamente interessante, ma di passaggio, nella discografia del gruppo, prima di nuove e ci si augura di nuovo indimenticabili prove come quelle degli esordi. Nell’attesa, prenderei un’altra fetta di quiche lorraine. S’il vous plait… (Marco Tudisco) (Leggi di più)

Categorie
Musica News & Releases Recensioni Video

Glaxo Babies – Dreams Interrupted: The Bewilderbeat Years 1978-1980 (2006)

glaxo.jpg
Una antologia doverosa e da alcuni anche attesa per una band che in vita non ha avuto alcuna fortuna. L’interesse per il gruppo nasce dall’esser stato uno di quelli anelli di congiunzione tra il rock degli anni ‘70 e la new wave, scaturita poi dal punk, alla fine di quel decennio. Il libretto d’accompagnamento (per la copertina si poteva far di meglio, magari utilizzando i bizzarri manifesti che gli stessi babies appiccicavano in giro per reclamizzare i loro rari concerti, piuttosto che una sfocata e bruttina foto) ne racconta la storia, con un brillante e a tratti irresistibile british humour da parte di Rob Chapman. Una storia comune a molti di quei nomi che sono rimasti ad apannaggio dei soli addetti ai lavori per molti anni. Glaxo Babies (dall’omonima industria farmaceutica) sono stati una meteora un po’ lunga. Nel senso che qualche anno son durati e non tanto per tigna propria quanto perché, come spiega il libriccino, le loro cose si evolvevano davvero lentamente rispetto a ciò che avveniva intorno a loro in quegli anni particolarmente aggrovigliati e creativi. Ah, la provincia! Siamo nel 1977 e i Glaxo (ci sono anche Dan Catsis, ex Pop Group e Tom Nichols) sono un po’ atipici e distaccati rispetto ai coevi Pistols, Siouxie, Stranglers e Clash. Il loro suono scarno e spigoloso non aveva poi in realtà l’urgenza del punk della prima ora, pur possedendo certe caratteristiche che li fecero apparire comunque nuovi e diversi (e quindi assimilabili al punk) dal rock che nel corso dei ‘70 si era dipanato: scarsa indulgenza nei temi sonori, nevrosi, elettricità, forte urbanità, un discreto scazzo ed una voglia di recuperare quell’aria di rock fortemente “vissuto” appartenuto a gente comparsa dieci anni prima (Velvet Underground, tanto per…). Non bizzarramente, dunque, i nostri possono essere considerati tra i progenitori di quella sorta di tribalismo industrial che, pur non arrivando agli eccessi di Cabaret Voltaire e vari altri coevi, aveva comunque poco a che vedere con il punk rumoroso tre minuti tre dei personaggi sopraccitati e sicuramente avrebbe trovato nel decennio successivo epigoni rispettosi in certo gotico industriale che attraversò tutto il decennio (a riprova di ciò il racconto del loro buffo incontro con i Cure di Three Imaginary Boys, siamo nel ‘79). Forse il gruppo più vicino ai Glaxo furono i coevi magnifici Wire dei primi 2 dischi, più concettuali, geometrici nonché molto più convinti della loro arte. Comunque i Glaxo ci misero un bel po’ di tempo ad uscire fuori. Troppo, in effetti. Quando finalmente una audience più numerosa fu sul punto di scoprire la banda di Bristol ecco che loro, semplicemente, non c’erano già più ed ai posteri fu demandato il compito di esaltarne le semplici gesta per procurar loro un culto sotterraneo esile ma duraturo nel tempo. Nel tempo anche i loro testi, satirici, irrazionali ed a volte dissacranti furono rivalutati. Il primo album, Nine Minutes To The Disc, uscì nel 1980, per la Heartbeat. Il gruppo era già una sorta di ricordo per alcuni suoi componenti e per quei pochi che assistettero a quella manciata di concerti che ne segnarono lo sghembo cammino. (Massimo Bernardi) (Leggi di più)

Categorie
Musica Notizie & Comunicati Video

Ivan Graziani – Ivangarage (1989)

I.Graziani.jpg
I tanti appassionati che hanno seguito la scena rock italiana degli anni settanta non possono non conoscere i tratti salienti della carriera di Ivan Graziani, gran chitarrista e artista a tutto tondo con la passione per il disegno. Noto per le collaborazioni eccellenti con la PFM, Battisti, Lauzi e Venditti, Ivan ha lasciato un patrimonio artistico di valore assoluto grazie a lavori come I Lupi, Pigro e Viaggi e Intemperie solo per elencarne qualcuno. Nel 1989, superato un periodo di appannamento artistico, tornò alla riscossa con Ivangarage. Il disco si apre alla grande con l’anticonformismo e il rispolverato sarcasmo di Prudenza Mai un rock/blues che riporta allo spirito del miglior Ivan. La successiva Un Uomo è un highlight assoluto del disco; la fierezza e la volontà dell’artista che non si arrende sono palpabili tra le note del brano più tirato dell’intero lavoro. Come in tanti altri suoi lavori, anche qui Graziani ha dato il giusto spazio al suo lato più intimista e Guagliò Guagliò ne è un esempio lampante, la storia di una bimba un po’ maschiaccio che teneva testa ai suoi coetanei. L’emotività raggiunge il picco massimo con Noi Non Moriremo Mai, un commovente e poetico richiamo a una vecchia e cara amicizia di gioventù, il brano più dolce del lotto e probabilmente uno dei più bei testi scritti da Ivan. Ivangarage è un disco essenzialmente chitarristico, arricchito da arrangiamenti indovinatissimi e mai scontati, puro e viscerale rock, il gran Rock che non tarda a rispuntare nel migliore dei modi con Johnny Non C’entra il cui testo di cronaca riapre il cosiddetto filone nero, quello in cui Ivan ha sempre illustrato fattacci realmente accaduti condendoli con la sua inimitabile ironia ed arguzia. Quando le note della bellissima E Mo’ Che Vuoi? sfumano resta tangibile la sensazione di aver ascoltato lo splendido disco di un grande rocker, un artista profondo e purtroppo inimitabile. (Manuel Fiorelli) (Leggi di più)

Categorie
Cultura Musica News & Releases Notizie & Comunicati Video

Il Bel Paese dei Metrodora

metrodora.jpg
Registrato nell’arco di diciotto mesi al Wander studio di Arezzo sotto la supervisione artistica di Guglielmo Ridolfo Gagliano (Benvegnù, Amore, Chimenti, Tuxedomoon) “Il Bel Paese” è l’EP d’esordio degli aretini Metrodora nonchè una piccola operetta concettuale sui pregi e sui difetti dello Stivale: dagli stereotipi alle radici più profonde della nostra cultura, dai rimpianti del passato alla voglia di cambiare. Il viaggio nel Bel Paese inizia con l’arpeggio di “Capiresentire” dove melodie oniriche si intrecciano con un’atmosfera carillonesca, a salutare un mondo ormai destinato a perire, accennando a qualcosa che non si può esprimere. “Esiste la felicità?” denota la tendenza della band a mescolare generi e arrangiamenti diversi, alternando momenti di pura melodia a scatti improvvisi di violenza musicale, senza per questo rinunciare alla coerenza del testo. “Controllo” e “Vuoto” sono i brani registrati nelle prime sessioni del disco: da un lato le basi ritmiche cupe e ossessive, dall’altro i particolari arrangiamenti quasi esotici ricordano vagamente le migliori sonorità new wave. La title-track “Il Bel Paese” è il nucleo intorno al quale si è formata l’idea del concept: una breve elegia su una immaginaria donna-nazione deturpata dalla violenza del suo tempo. Il viaggio si conclude con la festosa e forse un po’ rassegnata “Semplicità“, canto disperato di un uomo che in bilico fra l’accettare e respingere il pensiero comune, si accorge della difficoltà di trasformare le sue idee in realtà. Così, fra sogni e rimpianti, dubbi e speranze, i Metrodora dipingono il loro piccolo affresco sulla realtà circostante, senza disperare né cedere agli ottimismi più ruffiani. Il Bel Paese è uscito il 30 settembre 2011 per Soffici Dischi con distribuzione Audioglobe. (Fonte: Woodworm)
(Leggi di più)

Categorie
Live Musica News & Releases Notizie & Comunicati Video

St. Vincent dal vivo in Italia

st-vincent.jpg
Annie Erin Clark, la giovanissima cantautrice americana, che si cela sotto il nome St. Vincent, arriva in Italia per un’unica data per presentare il nuovissimo album Strange Mercy, uscito in Italia il 13 settembre per la prestigiosa 4AD/Self. L’appuntamento è per il 23 novembre 2011 al Teatro dal Verme di Milano. (Fonte: DNA Concerti)
(Leggi di più)

Categorie
Live Musica News & Releases Notizie & Comunicati Video

È uscito il nuovo lavoro di Dente

dente-mine-sanny.jpg
È uscito l’undici ottobre “Io Tra Di Noi” il nuovo disco di Dente. È uscito nel giorno in cui il cantautore italiano inizierà, a partire da Milano, un giro di presentazioni del nuovo disco nei vari store FNAC, in vista del vero e proprio tour che invece partirà il 28 Ottobre 2011 dal Fillmore di Cortemaggiore a Piacenza. (Fonte: Ghost Records)
(Leggi di più)

Categorie
Musica News & Releases Notizie & Comunicati Spot Video

“Liberamente Tratto”, il nuovo album dei Legittimo Brigantaggio

legittimo-brigantaggio.jpg
Dopo una ghost release il 2 settembre, esce oggi per Cinico Disincanto/Audioglobe “Liberamente Tratto”, il terzo album dei Legittimo Brigantaggio. Un progetto estremamente interessante in cui ogni canzone prende spunto da un’opera d’arte seguendo il filo conduttore dell’abitudine. Co-prodotto dalla stessa band con Roberto Cola al “Piano B Progetti Sonori” di Roma, registrato da Roberto Cola e Gianluca Agostini e masterizzato al “Reference Studio Mastering” da Fabrizio De Carolis, il disco contiene dieci nuove canzoni liberamente ispirate ad opere di varia natura artistica. Romanzi, saggi, film, poesie, quadri e fotografie sono i protagonisti, seppure in trasparenza, di scene narranti una realta che si difende dall’Abitudine e a volte difende l’Abitudine da sé stessa. Il tutto filtrato attraverso l’esplosivo ed elegante folk-rock elettronico della band di Latina sempre in equilibrio tra le distorsioni delle chitarre e le atmosfere create dai synth. José Saramago, Bohumil Hrabal, Antonio Pennacchi, Erich Maria Remarque ed Ennio Flaiano tra i romanzieri scelti dai Legittimo Brigantaggio; Umberto Galimberti per la Saggistica; Joseph Nicéphore Niépce per la Fotografia (il gruppo ha dedicato un brano alla prima fotografia della storia del mondo), Giuseppe Pellizza da Volpedo per la Pittura, Pier Paolo Pasolini per la Poesia, François Truffaut per il Cinema. L’album pone in evidenza una cinica e disillusa presa di coscienza sui cambiamenti: mutazioni al di la delle mode e delle apparenze che si rincorrono negli anni, mutazioni che, allo stesso tempo, non apportano cambiamenti. Da qui il considerare l’Abitudine tanto come uccisione della scoperta e della curiosita intellettuale quanto come condizione indispensabile alla sopravvivenza. Abitudini in filigrana tra le parole del disco, abitudini dure a morire (come quella di uccidere, che non si estirpa neppure quando si ama),l’abitudine all’arrivismo di un collega troppo zelante che prenderà il merito di una scoperta, l’abitudine alla Pittura improvvisamente sconvolta dall’avvento della Fotografia, l’abitudine alle paludi trasformate in nuove città. “Abbiamo scelto romanzi, film, dipinti che più avessero a che fare con lo sconvolgimento e lo schiaffo che una novita rivoluzionaria apporta ad una situazione di stasi – dichiara Gaetano Lestingi, leader della band -: ecco che in un paese imprecisato d’Europa non si muore piu; che la scoperta-invenzione della Fotografia porta i benpensanti a dubitare che essa sia opera del diavolo; che le nuove forme di pedagogia trasportano i bambini verso un non-ritorno virtuale e cosi via. Dal punto di vista del sound abbiamo fatto ricorso con piu decisione all’elettronica: l’apporto dei synth ha prodotto una ventata di freschezza alle chitarre elettriche gia presenti nella band. Il messaggio che vogliamo trasmettere e molto semplice: la vita è impegno. Pensiamo che questo album suscitera la curiosita a ricercare le opere da cui le canzoni sono tratte: a leggere, a guardare, a toccare. E’ un album pieno di muscoli, di cuore e cervello: non è tanto l’idea di portare gli ascoltatori a leggere o studiare le opere, quanto il trasmettergli il desiderio di partire alla ricerca, di mettersi in viaggio fisico oltre che mentale verso lande quasi ignote.” L’album è stato anticipato dal primo singolo “La lettera viola”, accompagnato da un suggestivo videoclip di Giuseppe Lombardi e Davide Ciccarello gia in programmazione su Rai Music. (Fonte: Libellula Music) (Leggi di più)

Categorie
Eventi Musica Notizie & Comunicati Video

“Roll Roll Roll”, il nuovo video dei Rock’n’Roll Kamikazes

the_rock_n_roll_kamikazes.jpg (Leggi di più)

Categorie
Musica News & Releases Notizie & Comunicati Video

Eva’s Milk, a fine ottobre il nuovo album

Eva.jpg
Il 25 ottobre 2011 uscirà “Zorn”, il nuovo album di Eva’s Milk. In Italia, si sa, c’è una fuga di talenti in essere. Succede anche nella discografia; è il caso di Eva’s Milk, band di Novara che si è trovata un contratto all’estero, precisamente in Germania, presso la label Fuego Records di Friedel Muders. A tre anni di distanza dal loro disco d’esordio (“Cassandra il Sole che Oscura”), tornano in scena con un nuovo album, Zorn, disco duro, consistente e resistente, figlio di sonorità degli anni 90, in cui emergono reminiscenze post grunge, alternative e indie-noise, tutto filtrato da una indubbia sensibilità che rende il tutto personale e attualizzato ai nostri tempi. I feedback, tutti positivi, avuti finora in giro per il mondo (nonostante il cantato in italiano) è la prova della qualità della proposta di Eva’s Milk. (Fonte: Lunatik) (Leggi di più)

Categorie
Musica News & Releases Recensioni Video

Eleventh Dream Day – Prairie School Freakout (1988)

eleventhdreamday.jpg
Acquistato per pura casualità in un’epoca contraddistinta soltanto da riviste musicali e da qualche buon programma radiofonico notturno (stiamo parlando degli anni Ottanta), Prairie School Freakout degli Eleventh Dream Day fu una piacevole rivelazione soprattutto per chi, non soddisfatto di band imprescindibili quali R.E.M., Hüsker Dü, Dream Syndicate e Sonic Youth, continuava a scavare in quel fertile substrato rock cosiddetto “underground”. Formatisi agli inizi degli anni ‘80 grazie al sodalizio tra Rick Rizzo (voce e chitarra) e Janet Beveridge Bean (batteria e voce), la formazione di Chicago realizzò, con l’ingresso del chitarrista Baird Figi e del bassista Douglas McCombs (già nei Tortoise), il suo primo lavoro sulla lunga distanza che seguiva l’omonimo EP d’esordio, o meglio ancora mini album, datato 1987. Correva l’anno 1988 e Prairie School Freakout, registrato l’anno precedente a Lousiville (Kentucky) in appena sei ore, rappresentò un buon viatico per chi in quel periodo stava aspettando qualcosa di nuovo ed esplosivo. Gli Eleventh Dream Day riuscirono infatti ad anticipare, seppure in maniera empirica e confusa, quell’esigenza di trasformazione che da qualche tempo si avvertiva nell’aria e che, nel 1991, sarebbe culminata alla perfezione (e altrove) nel post punk melodico e rumorista (leggasi grunge) di Nevermind dei Nirvana. Ne venne fuori un album “a bassa fedeltà” e dalle sonorità decisamente corrosive capaci di mettere insieme il paisley underground con l’hardcore punk, il folk rock con la psichedelia, il noise con il garage. Dieci brani di una “classicità trasversale” che fecero incontrare Neil Young & Crazy Horse con i Television e i Gun Club con i Dream Syndicate. Un alternarsi di voci, chitarre distorte e passaggi ritmici che trovarono gli episodi migliori nella bruciante apertura di Watching The Candles Burn e nella sequenza composta da Tarantula, Among The Pines, Through My Mought e Beach Miner (quattro tracce da ascoltare tutte d’un fiato). Un disco “minore” per chi, oggi come allora, non hai mai smesso di rovistare nel sottosuolo della musica rock. (Luca D’Ambrosio) (Leggi di più)

The Felice Brothers – S.T. (2008)

The-Felice-Brothers.jpg
Tre fratelli – Ian, Simone e James Felice – della periferia di New York che vivono la strada suonando in ogni angolo di metropolitana, facendo i lavori più disparati e saltando come dei perfetti hobos di treno in treno. Un continuo peregrinare che li porta dapprima all’incontro con Christmas, abile giocatore di dadi che si unisce alla band, e successivamente a un contratto discografico con la Loose Music con la quale – dopo aver autoprodotto Through These Reins and Gone (2006) – realizzano nel 2007 il primo vero album d’esordio intitolato Tonight At The Arizona. Passa soltanto un anno ed ecco, però, che i “Fratelli Felice” stringono un nuovo accordo discografico, questa volta con l’encomiabile Team Love Records, con cui producono questo nuovo e omonimo lavoro che, quantunque ricalchi timbriche vocali e sonorità che ricordano Bob Dylan e la Band, ci entusiasma e ci travolge emotivamente come pochi dischi hanno saputo fare nel corso dell’anno appena trascorso.[1] Con alcuni brani che sembrano usciti direttamente da Blonde On Blonde e con passaggi che vanno dritti al cuore quali Little Ann, Goddamn You, Jim, Saint Stephen’s End e Murder By Mistletoe, questa seconda meraviglia della formazione yankee passa in rassegna tutta la tradizione folk rock americana (e non solo). Un disco che ci accarezza e ci ubriaca di emozioni, prima con la baldanzosa Frankie’s Gun!, che sembra provenire addirittura da Rum, Sodomy & the Lash dei Pogues, e poi con il country-western di Whiskey in My Whiskey e Take This Bread, quest’ultima quasi – e ribadisco quasi – dagli approcci e dalle espressioni dixieland. Helen Fry, Greatest Show On Earth e Wonderful Life, invece, sono pezzi dai sigilli blues che racchiudono lo spirito del mai dimenticato Woody Guthrie e che fanno di questa seconda fatica ufficiale dei Felice Brothers una delle migliori uscite del 2008. E non è certamente colpa di Ian Felice se la sua voce ricorda un illustre personaggio della storia della popular music che all’anagrafe è registrato come Robert Allen Zimmerman. (Luca D’Ambrosio) (Leggi di più)

Categorie
Musica Recensioni Video

Joseph Arthur – Redemption’s Son (2002)

josepharthur.jpg
Nel marasma musicale d’oggigiorno, fitto di nuove e repentine uscite discografiche che il più delle volte rendono spasmodici i nostri ascolti, capita sempre più spesso che alcuni dischi, così particolarmente piacevoli, durino giusto il tempo di una breve stagione musicale per poi essere dimenticati in un angolo recondito dei nostri scaffali. È il caso di Redemption’s Son, terzo album in studio del musicista americano Joseph Arthur, lasciato in disparte per un lungo periodo e ripescato casualmente in occasione della solita riorganizzazione di fine anno. Scoperto da Peter Gabriel attraverso la sua Real World Records, l’artista statunitense (originario di Akron, Ohio, ma trasferitosi da diverso tempo a Brooklyn, New York), dopo alcuni EP e due full-length, rilascia questo lunghissimo CD contenente, appunto, ben 73 minuti di vibrante pop rock d’autore. Sedici oneste canzoni che si muovono tra Beck e Jeff Buckley, capaci di corrompere cuore e cervello attraverso le atmosfere folk di Honey And The Moon, le pieghe soul di Could Be In Jail e i riverberi etnici e psichedelici di National Of Slaves. Un lavoro che coniuga fragilità elettroacustiche (Termite Song), motivi ruffiani (September Baby) e miscugli di rumore e melodia (Permission) senza mai perdere, tuttavia, quell’equilibrio fatto di intensità e romanticismo rintracciabile nella dolce ma rockeggiante Blue Lips e in Favorite Girl, talmente intima da sembrare scolpita nell’anima. Una fatica, leggera e malinconica, suggellata da tracce come Innocent World, passaggio che sembra sospeso tra i Radiohead e Neil Young, e Buy A Bag che, invece, dà l’impressione di riecheggiare qualcosa di Prince. Segnaliamo, infine, You Are The Dark, nenia dalle tinte country, e la ballata conclusiva You’ve Been Loved. Dopo Big City Secrets del 1997 e Come To Where I’m From del 1999, Redemption’s Son è un altro lavoro pieno d’energia che, nonostante la durata eccessiva, non scade mai nella mediocrità. (Luca D’Ambrosio) (Leggi di più)

Categorie
Musica News & Releases Notizie & Comunicati Recensioni Video

AA.VV. – Norman Jay MBE Presents Good Times 30th (2011)

mbe.jpg
Molti di voi certamente conosceranno il Carnevale che da oltre trent’anni si tiene l’ultimo week-end di agosto (nei giorni del ‘bank holiday’) nel quartiere di Notting Hill a Londra, coinvolgendo la comunità caraibica che risiede nella zona e i turisti che affollano la capitale londinese in quel periodo. Norman Jay (vero nome Norman Bernard Joseph), a sua volta, è uno tra i più apprezzati, innovativi e seminali DJ ad aver fornito il proprio contributo alla costruzione di un groove danzereccio distintivo della festa con la formula consolidata del ‘Good Times Sound System’, uno stile che nel rispetto della dominante reggae che contraddistingue il Carnevale ha provveduto ad introdurre elementi ‘soulful’ sporchi complementari che costituiscono il cuore pulsante (l’anima ed una delle principali attrazioni) della manifestazione così com’è oggi conosciuta. Una formula eclettica (avviata allora con il fratello Joey) che mescola abilmente soul, funk, disco, house della prim’ora, reggae e hip hop ed ha permesso a Jay di affermarsi sulla scena pionieristica londinese, dagli Ottanta in poi, nei club più alla moda (Shake’N’Fingerpop, High On Hope, Bass Clef), di farsi promotore di tante iniziative (tra cui lanciare la stazione radio pirata Kiss FM e l’etichetta ‘culto’ Talkin’Loud, in seguito, nel ’97, condurre lo show ‘Giant 45′ alla BBC) e di diventare un punto di riferimento importantissimo per chiunque bazzichi questi territori. Ora per celebrare i 30 anni di ‘Good Times’ (nove in tutto le compilation assemblate da Norman Jay sotto questa sigla, di cui due ‘speciali’ dedicate a Londra e all’Australia) è stata data alle stampe una superba collezione per la Strut Records composta da classici brani che hanno fatto fortuna assieme ad altri ‘speciali’. Tra i brani presenti – schegge di universi musicali diversi – segnaliamo “Forever This” di Fries & Bridges, “Dreamin’” di Zalmac, l’hip-hop “Everybody (L I F E)” dei Basement Khemist, il jazz groove di Kira Neris con gli Attic Tree (“Voar”), il reggae shakerato di Jacob Miller & Inner Circle (“Tired Fe Lick Weed in a Bush”), il più classico doo-wop di Little Anthony & The Imperials (“I Don’t Have Time to Worry”) e l’imperiale Curtis Mayfield di “Victory”. È un sound che invita al ballo, energico e così poco viscerale, trascinante e per nulla psichedelico, un’autentica coinvolgente experience per tutti coloro che amano questo tipo di cose e (forse) una sorpresa per gli altri.(Luigi Lozzi) (Leggi di più)