Categorie
Musica News & Releases Notizie & Comunicati Recensioni Video

Fuck Knights – Let It Bleed (2011)

Fuck-Knights.jpg
La Cooperative Music non mi ha spedito il nuovo disco dei Black Lips. Il loro distributore italiano gli ha detto che non sono affidabile. Ovvero, non è detto che, come possono garantire con altri, una volta ricevuto il disco a costo zero, non ne parli male. Non sono una garanzia insomma. In più scrivo parolacce che non sono traducibili per la rassegna stampa straniera. Minchiate. Sono un bravo ragazzo e lecco il culo come tutti. Ma lecco il resto meglio degli altri. Sono storie personali che non vi riguardano ma che mi riaffiorano alla mente ascoltando questo primo disco dei Fuck Knights perchè siamo nello stesso terreno dove andavano a pisciare fino a poco tempo fa i quattro georgiani, pure se a mille miglia di distanza. I Fuck Knights (chi è che dice le parolacce, poi?, NdLYS) vengono infatti da Minneapolis. E fanno caciara. Let It Bleed rumoreggia infatti come pochi altri dischi quest’anno. C’è molta della ironia beffarda dei Black Lips ma anche della maleducata e sconcia fanfara mariachi dei Raunch Hands (fino a rasentare il plagio sulla torbida Bind Torture Kiss) dentro queste tredici canzoni zotiche e dementi come un rodeo yankee. Ognuno si diverta come preferisce. Voi andate pure da GameStop. (Franco Dimauro) (Leggi di più)

Categorie
Film al cinema e in TV Recensioni

Carnage di Roman Polański (2011)

800px-Carnage(film).jpg
Carnage è un film che in 79 minuti circa spazza via tutte le false verità dell’umanità e della vita di coppia. Un film strutturalmente claustrofobico per via della sua ambientazione in un appartamento, dove due famiglie americane si incontrano a causa del litigio dei rispettivi figli. Un incontro formale che, irrimediabilmente, si trasforma in uno scontro esistenziale, fisico e filosofico. Incentrato sostanzialmente su dialoghi ossessivi, Roman Polanski con Carnage – la cui trama è basata sull’opera teatrale “Il Dio Della Carneficina” di Yasmina Reza – mette a nudo tutte le ipocrisie di una società contemporanea impachettata negli stereotipi e nei luoghi comuni. Una società nevrotica che si muove sempre più sull’orlo dell’egoismo più becero e imperituro che, però, riesce a nascondersi abilmente dietro stupiditi e accomodanti moralismi. Un film asciutto e schietto quindi, che ribalta ogni sorta di canone borghese e massmediatico e che, proprio per questo, è riuscito a catturare la nostra attenzione. Soprattutto nella parte centrale della pellicola quando gli unici quattro attori protagonisti (Jodie Foster, Kate Winslet, Christoph Waltz, John C. Reilly) mettono in mostra tutta la loro bravura. (Luca D’Ambrosio) (Leggi di più)

Categorie
Cultura Musica News & Releases Notizie & Comunicati Recensioni Video

Kyle Eastwood – Songs From The Chateau (2011)

kyle-eastwood.jpg
Avevamo fatto la conoscenza di Kyle Eastwood anni fa attraverso l’amorevole sponsorizzazione di papa Clint che, pure lui notoriamente appassionato di jazz, ne aveva seguito con orgoglio i primi passi nel mondo del jazz e lo aveva pure voluto a comporre (o collaborare alla composizione di) alcune importanti colonne sonore dei suoi film (“Mystic River” nel 2002, “Million Dollar Baby” nel 2004, “Flags of Our Fathers” nel 2006, “Lettere da Iwo Jima” nel 2006, “Gran Torino” nel 2008 e “Invictus” nel 2009). Lo studio del basso elettrico – avendo come maestro il grande bassista francese Bunny Brunel -, la possibilità di accedere facilmente al backstage di importanti concerti e festival (servendosi come passepartout dell’influente presenza paterna) dove faceva la conoscenza delle icone più amate della scena, una lunga gavetta negli ambienti jazzistici di New York e Los Angeles iniziata al raggiungimento della maggiore età (è nato a Los Angeles nel maggio 1968), la costituzione di una propria formazione, il Kyle Eastwood Quartet, l’incisione di quattro album (il primo, “From There to Here”, un mix di classici e composizioni jazz pubblicato dalla Sony, cui sono seguiti “Paris Blues”, “Now Was”, “Metropolitain”) a partire dal 1998, ne hanno fatto una personalità più che credibile nei circuiti jazzistici internazionali ed una delle realtà più interessanti dell’odierno jazz giovane che non si sogna affatto di rinnegare la grande tradizione. Arriva così questo quinto album che dovrebbe sancire la sua definitiva consacrazione. Un disco che, vuoi per la fondamentale lezione di Brunel, vuoi per i lunghi periodi trascorsi a Parigi, è decisamente influenzato da atmosfere smooth francese ed è stato (‘of course!’) registrato in un castello del 15° secolo (il Couronneau, nella regione di Bordeaux) in terra di Francia con un’affiatata band (Martyn Kaine alla batteria, Andrew McCormack al piano, Graeme Blevins al sax, Graeme Flowers alla tromba). Al di là del jazz predominante, di una fondamentale componente melodica e di una pronunciata ‘eloquenza’ stilistica, vi si colgono licenze di grande originalità costituite da accenni latini e blues (oltre a funk, soul e rythm’n’blues) che fanno parte del bagaglio acquisito da Kyle negli ascolti giovanili (i dischi che circolavano in casa sua) e nel corso degli anni della maturazione. I brani che colpiscono maggiormente la fantasia di chi ascolta sono l’irresistibile “Cafè Calypso” e “Andalucia“, quest’ultimo con un magistrale assolo di basso del titolare del disco, mentre “Moon Over Couronneau” ha qualità eteree grazie ad un magistrale assolo di piano di McCormack. “Soul Captain” è impreziosita dal tocco virtuoso di Blevins e Flowers e dei loro strumenti a fiato, “Down At Ronnie’s“, dall’incedere funky, è dedicata al leggendario locale londinese (il Ronnie Scott’s Club) nel quale sono passati a suonare tutti i più grandi musicisti del jazz. Kyle conferma di essere un musicista preparato ed eclettico, davvero espressione di un modo moderno di intendere il jazz (nonostante il sound si ispiri ai grandi capolavori soul-jazz degli anni Settanta), in virtù di un groove elegante, fresco e trascinante, e per nulla ortodosso. Per promuovere il suo disco Eastwood è venuto quest’estate in Italia proponendo la sua musica alle platee di diversi appuntamenti jazz disseminati lungo la penisola. (Luigi Lozzi) (Leggi di più)

Categorie
Musica News & Releases Notizie & Comunicati Recensioni Video

AA.VV. – Nigeria 70 – Sweet Times: Afro-Funk, Highlife & Juju From 1970s Lagos (2011)

Nigeria70.jpg
Terza compilation (gli altri due volumi sono datati 2001 e 2008) approntata dalla Strut Records e dedicata all’interessante riscoperta del sound pionieristico della Nigeria degli anni ’70, una terra (ha dato i natali a Fela Kuti, Tony Allen, Sunny Ade) che veniva da una sanguinosa guerra civile appena conclusasi (il paese, purtroppo, avrebbe continuato a non trovare pace nei decenni a seguire). Tredici brani vintage, recuperare da vecchi vinili e rimasterizzati, che mai prima d’ora erano stati pubblicati fuori dai confini nazionali. La Strut Records – lo ricordiamo – è oggi la realtà discografica più in vista impegnata nella riscoperta della musica dimenticata di America Latina e Africa. Va seguita, incoraggiata e sostenuta in questo straordinario progetto filologico e culturale curato da Duncan Brooker. L’esplorazione in questo caso punta su Afro Funk, Highlife e sul tradizionale Juju, la musica delle percussioni yoruba diffusa nella zona sud-occidentale del paese, che si fondono in un groove che conquista immediatamente l’attenzione di chi ascolta. Senza dimenticare gli elementi jazz, soul, latin, disco e rock provenienti dall’altra sponda dell’Atlantico che affiorano in questo magnifico blend di sonorità. In quegli anni Lagos (oggi conta circa 15 milioni di abitanti), capitale della Nigeria fino al 1991, rappresentava il cuore pulsante di un fenomeno musicale di grandi proporzioni territoriali (vale la pena ricordare che per popolazione la Nigeria è l’ottavo stato al mondo), producendo un’impressionante quantità di musica, in gran parte ancora da scoprire dalle nostre parti. L’Afrobeat, a tratti psichedelico a tratti sperimentale, e un funk esuberante e contagioso (al quale di certo non deve essere rimasto insensibile allora James Brown), guidati dalla ritmica delle chitarre, sono le colonne portanti di un sound unico e sorprendentemente avvincente. Tra i protagonisti i Don Isaac Ezekiel Combination, trio composto da ex-Koola Lobitos, Admiral Dele Abiodun & His Top Hitters International con la lunga cavalcata psycho-afro (15’) di “It’s Time For Juju Music”, il congolese Ali Chukwumah, con la deliziosa “Henrietta” percorsa da continui riff chitarristici e battiti funk, la leggenda locale Ebenezer Obey, alle prese con l’incantevole “Ajoyio” dall’andatura mid-tempo e l’abbrivio soul, Eji Oyewole con il vibrante funk di “Unity In Africa”; e per farsi un’idea dello juju niente di meglio dell’ascolto di “Inu mimo” di Sina Bakare (figlio di quel Ayinde Bakare, tra i pionieri della musica Juju). In realtà ognuno dei brani presenti nel disco è una piccola perla da non trascurare. Brani questi eseguiti da musicisti di grande qualità e assai ben preparati; prendete per esempio Zeal Onyia (“Idegbani”) che ha avuto modo di studiare musica a Londra e Hannover, o lo stesso Eji Oyewole che ha viaggiato in lungo e in largo per l’Europa. Un booklet interno di 20 pagine completa l’opera con notizie dettagliate sui brani e la riproduzione delle copertine vintage degli originari LP da cui sono stati tratti i brani selezionati. Talmente interessante e piacevole il disco che varrebbe la pena di recuperare i primi due CD pubblicati: “Nigeria ‘70” e “Nigeria ’70: Lagos Jump, sempre su etichetta Strut. (Luigi Lozzi) (Leggi di più)

Categorie
Musica News & Releases Notizie & Comunicati Recensioni

Nirvana – Nevermind (1991)

nirvana.jpg
50% istinto, 50% calcolo. Kurt Cobain ci mette il primo. Butch Vig il secondo. È così che nasce Nevermind, il transatlantico che porta l’indie rock nell’oceano dei piranha. Un cargo da cui traboccano canzoni, così tante che alcune cadono in acqua: Dive, Immodium, Here she comes now, Sappy, Old Age. Even in his youth, Moist Vagina, Aero Zeppelin, Gallons of rubbing alcohol flow through the strip, Marigold, Verse Chorus Verse, Endless, Nameless verranno recuperate da qualche scialuppa di salvataggio perché non meritano di annegare. Tutto il resto rimane sul ponte, a fare questa traversata che porterà il rock di Seattle nei porti affollati di tutto il mondo. “Il resto” sono dodici canzoni. Le dodici canzoni più belle del mondo. Se hai vent’ anni possono diventare le canzoni della tua vita. E infatti lo diventano per tanti. E così mentre qualche rivista bacchettona impegna le migliori firme per scrivere colonne e recensioni boxate per quel monumento ai caduti che è Use Your Illusion dei Guns ‘n Roses dedicando solo un paio di cartelle al “secondo disco dei Nirvana”, Kurt, Chris e Dave demoliscono il rock indipendente e ne fanno un affare colossale, sdoganando il rock underground alle masse. È da lì che Kurt viene. Ed è lì che il suo cuore rimane, per sempre: Meat Puppets, Vaselines, Pixies, Scratch Acid, Butthole Surfers, Young Marble Giants, Shonen Knife, Sonic Youth, Melvins, Beat Happening, Wipers, Saccharine Trust, Marine Girls, Half Japanese, Raincoats. Prende in prestito un po’ da tutti, e ci aggiunge il suo dolore personale. Sono le uniche cose che Kurt vuole condividere, due cose troppo grandi da tenere per sé: dolore e arte pop. Di queste cose è fatta la sua musica, già dai tempi di Bleach, orfano però di quel 50% di calcolo di cui dicevamo in apertura. La produzione di Butch Vig serve a ripulire le scorie metalliche del primo disco: immaginate quell’ album come un tondino di ferro incandescente. E adesso pensate alla mano di Butch che infila per qualche secondo quel tondino infuocato dentro una vasca di acqua fredda e lo ritira fuori sprigionando vapore e sbuffi liquidi di acqua bollente. Ecco, quella è ORA la musica dei Nirvana. La musica di Nevermind. Un album che, non a caso, si intitola come il disco dei Sex Pistols, anche se pare nessuno ci abbia mai fatto caso. Come quello, non solo un disco “generazionale”, ma un disco “epocale”, nato come istantanea di un momento di creatività collettiva e finito col rappresentare la foto definitiva di un percorso personale e universale di ascesa, affermazione e sconfitta. Musicalmente non ci si discosta dal modello reso celebre poco prima dai Pixies: melodia deturpata da improvvisi squarci di rabbia. Un angst che Cobain rappresenta con estrema catarsi e che quindi può diventare anzi, diventa subito immagine iconografica e simbolica di una insoddisfazione che è biologicamente giovanile e concettualmente condivisibile. Come Jim Morrison, nella sua disperata fame di vita Kurt Cobain è già morto prima di morire. La sua musica si trasforma rapidamente da veicolo di fuga in camera iperbarica. Il palco diventa una prigione. La camicia di flanella un deltaplano in picchiata. Ma Nevermind non va giudicato col senno di poi. Non va ascoltato sfogliando la cronaca nera taggata Cobain. Nevermind non merita necrologi, perché è vivo. Disperato, estremo ma vivo. Se ve lo vendono come l’urlo disperato di uno che sta per ammazzarsi, diffidate. Kurt non ve lo venderebbe mai, un disco così. Kurt era così fiero della sua musica che non le avrebbe mai affidato un compito così greve. Nevermind è il ruggito di tre ragazzi che stanno dipingendo il mondo prima di portarselo via con loro. Venticinque anni dopo i Doors. Quindici anni dopo i Sex Pistols. Qualcuno sta provando a farlo dopo di loro. Spero. (Franco Dimauro) (Leggi di più)

Categorie
Cultura Musica News & Releases Notizie & Comunicati Recensioni Video

Terra Tenebrosa – The Tunnels (2011)

Terra+Tenebrosa+Terra.jpg
Ci sono proposte artistiche che si muovono su un piano diverso, rispetto all’ordinarietà, e relativamente alle quali il termine “straordinario” deve venir utilizzato nella sua accezione originaria di “fuori dall’ordinario”: qualcosa che, una volta assimilata ed esperita, ottiene come risultato lo “spostamento” dei confini del possibile più in là, abbracciando una parte di ignoto, dove una volta campeggiava una (metaforica) dicitura “hic sunt leones”. È in questo quadro che va visto l’album di esordio dei Terra Tenebrosa, sotto le cui inquietanti maschere da spiriti primordiali della natura si nasconde un numero imprecisato di ex componenti dei seminali Breach (la via scandinava al post hardcore, una band che va rivalutata e riscoperta nel suo essere stata così follemente “avanti”, così destabilizzante e psicotica). Un album, premettiamolo subito, strepitoso, intimamente terrorizzante e lovecraftiano, pregno com’è di un sentimento insinuante di paura ancestrale e di siderale ed incontrollabile proiezione verso l’ignoto. Su riff di chitarra dal suono rigorosamente e strepitosamente “analogico”, scarnificati brandelli di noise rock che in alcuni terribili momenti sospendono se stessi in arpeggi di sapore post rock, sorretti da un drumming spesso ossessivo e tribale, si innestano vocals salmodianti ed orrorifiche che tanto ricordano le preghiere che il genio di Providence attribuiva ai bestiali adoratori delle divinità dello spazio vuoto e terribile che concepì. Il flusso di voci, continuo, ossessivo, stregonesco, voci sussurranti, oranti, deformate che si intrecciano davanti allo sfondo metronomico e marziale degli strumenti rende l’ascolto di questo platter un’esperienza che non si può definire in altro modo se non “religiosa”, se con religiosa si intende processionale, ripetitiva, alienante, rituale. A tutto ciò, come è ovvio, non è estraneo un certo mood black metal, non musicale ma attitudinale, per la facilità di approcciare l’”estremo” in genere e per il culto/terrore della natura Onnipotente e Terribile. Menzionare singole tracce non avrebbe senso, l’opera va affrontata, subita o respinta nella sua totalità, consapevoli della sua difficile consistenza, che nulla ha a che vedere col relax o il poco “impegno” richiesto da quanto viene spacciato oggi per arte musicale e che invece, troppo spesso, costituisce mera, superflua appendice. Un’esperienza incredibile, spaventosa, extra ordinaria che contiene un enorme patrimonio di emozioni con cui è diventato difficile, se non impossibile, fare i conti: i mostri, dentro e fuori. A meno di sorprese improvvise e al momento imprevedibili, disco dell’anno. (Valerio Granieri) (Leggi di più)

Categorie
Musica News & Releases Notizie & Comunicati Recensioni Video

Rival Sons – Pressure & Time (2011)

rival-sons.jpg
Se avete ingolfato i vostri scaffali di dischi con il classic rock degli anni Settanta, potete dire di aver ascoltato Pressure & Time anche senza averlo sentito, e farete comunque un figurone. Sparatevi pure qualche nome grosso: Led Zeppelin, Free, Faces, Thin Lizzy, Lynyrd Skynyrd, Guess Who. Dateci sotto. Creedence Clearwater Revival, Allman Brothers Band, Traffic, Humble Pie, T Rex, Doors. Bravi così. L’unica cosa che stupisce realmente è il marchio Earache che fa capolino sullo sticker di copertina e sotto la scaletta sul retro. Per il resto, neppure la copertina disegnata da Storm Thorgerson (uno che ha disegnato per gente come Led Zeppelin, 10cc, Pink Floyd, Genesis) riesce a sorprendere più di tanto, certificando piuttosto le i/aspirazioni della band di Los Angeles, ovvero infilarsi nel comodo lettone del rock turbando i sogni di Andrew Stockdale e dei Virginmarys. Pressure & Time riesce dove Cosmic Egg ha fallito e dove Cast the first stone non è ancora arrivato, soffiare sulla polvere pirica del rock e riaccendere le nostre teste di cazzo come fiammiferi dalla capoccia carica di zolfo. (Franco Dimauro) (Leggi di più)

Categorie
Musica News & Releases Recensioni Video

Pete Sinfield – Still (Expanded Edition) – 2009

petesinfield.jpg
Forse a tanti il nome dice poco o nulla. Nato a Londra, il 27 dicembre 1943, Peter John Sinfield è anzitutto un poeta e un sognatore, prima che musicista (impegnato sporadicamente al synth), produttore e all’occorrenza tecnico delle luci, dotato di una raffinata cultura che ha messo al servizio della scena Rock Progressive inglese negli anni Settanta. È stato tra i fondatori dei King Crimson assieme ai fratelli Giles, a Robert Fripp, Greg Lake e Ian McDonald, colorando con le sue liriche il regno dei Re Cremisi tra il ’69 e il ’72, cioè fino all’anno dell’abbandono del gruppo per divergenze di vedute con il leader indiscusso Fripp sulla strada musicale da seguire;ed è stato autore dei testi (una poetica, la sua, influenzata da Shakespeare, Shelley, Blake e Rilke) di altre importanti formazioni. Nell’arco di tempo in cui Sinfield è rimasto con i King Crimson sono stati realizzati i quattro mirabili capolavori: “In the Court of the Crimson King”, quello che riporta in copertina la mitica faccia urlante dell’uomo schizoide del 21° secolo, “In The Wake Of Poseidon”, “Lizard” e lo splendido “Island”. Album epocali considerati da molti come massima espressione del Progressive. Così nel ’73, dopo la separazione e dopo aver prodotto (l’anno precedente) l’album di debutto dei Roxy Music ed essersi preso cura della Premiata Forneria Marconi (testi e produzione di “Photos Of Ghost”), impegnata nel tentativo di fare breccia sul mercato inglese, Sinfield ha l’occasione di realizzare un album solista, che è rimasto l’unico della sua carriera. “Still” è un disco superlativo, (quasi) dimenticato da quanti hanno seguito le vicende del Rock Progressive inglese dei ’70, e che molti considerano la naturale prosecuzione di quei primi quattro magistrali (e imperdibili) capolavori dei KC prima del cambio di direzione del gruppo registratosi con “Larks’ Tongues in Aspic”. L’album è impregnato di quell’impalpabile misticismo cosmico che ha fatto le fortune dei King Crimson e si compone di una serie di brani espressivi che non avrebbero affatto sfigurato nel repertorio di quel tempo della band, nel rispetto del loro rigoroso e distintivo formalismo riconosciuto dalla critica; peraltro impreziositi dalla presenza di ospiti illustri quali Greg Lake, Ian Wallace, Mel Collins, John Wetton e Keith Tippet. Pete vi aggiunge un tocco di sentimento pop che non guasta. Intanto è entusiasmante il brano d’apertura, “Song Of The Sea Goat“, con le reminiscenze del concerto in Re Maggiore di Vivaldi il piano di Tippet a farla da padrone, ma a seguire tutti gli altri pezzi in scaletta confermano la sensazione già espressa di trovarci dinanzi ad un grande disco, dalle melodie rilassanti e struggenti, dall’architettura sonora ben articolata e dai colori emozionanti che si esplicano in momenti davvero magici. “Will It Be You“, acustico e superbo, “Envelopes Of Yesterday” poggia sul suono magnifico della chitarra acustica sostenuta da una solida linea di basso e dalle tastiere, “The Piper” è una stupenda canzone acustica con un delizioso assolo di flauto di Collins, in chiusura “The Night People” propone un turbolento intreccio di fiati. La ristampa (rimasterizzata) di “Still” si propone in una Expanded Edition con un cd supplementare che contiene differenti missaggi dei pezzi originari più due bonus-track: “Can You Forgive A Fool?” è un brano splendido, forse il più bello di tutti, degno della tradizione romantica dei primi King Crimson, stranamente rimasto fuori dalla scaletta della prima edizione, giocato sulla combinazione di chitarre e mellotron, mentre l’acustico “Hanging Fire“, è struggente e malinconico, ed evoca le emozioni sedimentatesi da lungo tempo nell’animo dei fan dei KC. (Luigi Lozzi) (Leggi di più)

Categorie
Musica News & Releases Recensioni Video

Monster Magnet – Superjudge (1993)

Monster.Magnet-band-2004.jpg
Agli inizi degli anni Novanta i Monster Magnet sono la più drogata rock band in circolazione. Menti alterate e tossiche che producono un hard rock insudiciato di stoner, space-rock, Detroit-sound, garage e psichedelia: un mostro tentacolare che ha attaccato le sue ventose sui corpi marci di Grand Funk Railroad, Hawkwind, Stooges, Blue Öyster Cult, Blue Cheer, Motörhead, Third Barbo, Mountain, DMZ, Frijid Pink, Black Sabbath. Quando arriva il contratto con la major di turno però i rapporti tra i due fondatori Dave Wyndorf e John McBain sono già andati in fumo, assieme a gran parte dei loro neuroni. John vuole preservare l’ anima del gruppo, il suo lato più sperimentale che ha già generato un mostro come Tab e il lato sporco che si era impossessato dei loro primi dischi per Glitterhouse e Caroline. Sa che dentro le multinazionali dimora il diavolo e che verrà a chiedere la loro anima. Dave invece vuole la carne e ha dalla sua parte tutta la band, assetata di droghe, donne e successo. Il capitano Dave vuole che la sua sia la band più heavy in circolazione e cede al compromesso, un passo per volta. Quando viene fuori Superjudge McBain è già saltato giù dalla navicella spaziale, sostituito dal biondo Ed Mundell. Con lui al timone la band prosegue il suo viaggio galattico popolato da minotauri e ciclopi, fino a raggiungere la costellazione del Superjudge. Non sono le Aquile di Spazio 1999, non è l’Enterprise di Star Trek e nemmeno il Falcon di Star Wars. Sull’ astronave dei Monster Magnet si viaggia dentro una tempesta di meteoriti, risucchiati da un mealstrom di chitarre che ti inghiotte fino a farti sparire nel vento stellare. Superjudge è un enorme amplificatore Marshall piazzato al centro dell’ universo, un monolite spaziale che diffonde un blues iperamplificato, metallico e dopato. La musica dei Monster Magnet è una gigantografia di Giger proiettata nello spazio, uno sconquassante trionfo di riff mastodontici ed assordanti solcati da una voce che pare voler dominare ogni galassia, un rimbalzo di echi e riverberi evanescenti che percorrono i nostri canali uditivi come fossero lunghe budella dentro cave di tufo. Dall’iniziale Cyclops Revolution alla rendition di quella lunga cavalcata spaziale che fu Brainstorm degli Hawkwind, la musica di Superjudge è una colata di bronzo rovente pronta ad ustionare la carne, concedendosi solo negli ultimi tre minuti di Black Balloon lo spazio di decombustione necessario prima dell’ apertura delle porte che segna l’ allunaggio, con un dolce ricamo orientale a metà strada tra le visioni indiane dei Sam Gopal e quelle psichedeliche dei Pretty Things di S. F. Sorrow. Mentre tutti cercavano l’Inferno nelle viscere della Terra, il Capitano Wyndorf trovava l’ingresso alle terre di Lucifero tra le orbite retrogradate di Tau Boötis A. Il Mostro era ancora salvo. (Franco Dimauro) (Leggi di più)

Categorie
Live Rewiew Musica Notizie & Comunicati Recensioni

PJ Harvey, Ferrara Sotto Le Stelle (6 luglio 2011)

pj.jpg
Gli eschimesi utilizzano un considerevole numero di termini per esprimere le diverse gradazioni del bianco: l’abito, rigorosamente d’antan, indossato questa stasera da PJ, ordinato, affascinante, allacciatissimo, stretto alla vita, sarebbe senza dubbio il più luminoso di tutti: paradisiaco; per non parlare dell’ostentato piumaggio intrecciato ai capelli da fare invidia alle native d’America. Il pubblico di Piazza Castello, accorso in massa per l’unica data italiana della Cantantessa, è eterogeneo e palesemente pervaso di sentimento di vero amore. Il concentro è incentrato sullo stupefacente “Let England Shake“, ultima fatica di PJ Harvey, di cui ripropone quasi tutti i brani, raggiungendo l’apice d’intensità con All And Everyone, The Last Living Rose e il tambureggiante crescendo di The Words That Maketh Murder. Tra i gregari Mick Harvey rappresenta il “numero 10” del rock odierno, colui che tutte le band vorrebbero in formazione (cruciale la sua esperienza con i Bad Seeds di Nick Cave), mentre John Parish è il fantasista della squadra, l’altro polistrumentista tutto fare; due punte di diamante incastonate in un quadrato perfetto, con la direzione impeccabile di Polly Jane – che di par suo alterna il particolare ‘auto-harp’ a chitarre acustiche e elettriche – e la fondamentale complicità di Jean-Marc Butty a suonare pelli, piatti e tamburi. Tra i ripescaggi più toccanti ci sono The Piano e The Devil, entrambe derivanti dal penultimo lavoro in proprio: l’introspettivo, ammaliante e intenso “White Chalk”; poi C’mon Billy e Down by the water riprese da “To Bring You My Love” e Big Exit, brano di apertura del bellissimo “Stories From The City, Stories From The Sea”. La piazza si abbraccia intorno alla cantante inglese osservando l’intero spettacolo con energico trasporto (emozionale devozione) e occhi lucidi, scandendo tutti versi a memoria. A non convincerci pienamente è stata la durata relativamente breve del concerto, appena un’ora e mezza, e un approccio abbastanza distante con il pubblico: senza interazione se non un “grazie” e un sentito sorriso a fine concerto. Comune la convinzione di avere assistito a uno spettacolo memorabile. (Testo e foto di Jori Cherubini) (Leggi di più)

Categorie
Cultura Eventi Musica Recensioni Video

The Morlocks – Emerge (1985)

the-morlocks.jpg
Strumenti di fortuna (recuperati dopo un concerto dei Tell-Tale Hearts particolarmente out of mind, NdLYS) e due giorni di registrazione: il 3 e il 4 Dicembre del 1984. Così nasce Emerge, il più rovinoso disco garage punk dell’ epoca. Cinque cover che quasi nessuno conosce e tre pezzi scritti da Leighton Koizumi e dal suo fido compare dell’epoca Jeffrey “Luck” Lucas. Il primo ha già preso a morsi il beat primitivo di band come Stoics e Larry and The Blue Notes con i suoi Gravedigger Five, quando era appena un adolescente, il secondo ha suonato invece con una minuscola band psichedelica locale chiamata The Mirrors. Storie durate una stagione. Storie perdenti. Born Losers. Leighton non ha che il tempo di assaggiare l’antipasto che il tavolo viene sparecchiato, cosicchè quando va allo Studio 517 di San Diego ha la fame di una iena. E si sente. La sua voce su Emerge è il ringhio di una belva arrapata. La produzione del disco è affidata a Jordan Tarlow (all’epoca chitarrista in quell’altra band troglodita chiamata Outta Place e in seguito axe-man dei Fuzztones di In Heat, NdLYS), che però non deve fare niente: solo attaccare i cavetti dei microfoni a uno scassato registratore a due canali e alzare i volumi. Il suono è sporchissimo, deragliante, psicotico garage suonato da un treno in corsa con gli strumenti che suonano all’ unisono le più sporche cover dell’epoca e l’ugola di Leighton che scartavetra le pareti rocciose del più assurdo beat cavernicolo della stagione, raschiandone la superficie fino a sputare sangue come avviene nella devastante resa di Project Blue dei Banshees, nel finale al fulmicotone di It don’t take much (ancora oggi uno dei migliori pezzi partoriti dalla mente di Koizumi) o nella zozza One Way Ticket che chiude il disco con la grazia di una deflorazione anale. Feroce e assordante, Emerge lascia una striscia di sperma su qualunque piatto passi, lasciando la voglia perversa di essere posseduto da un morlock. Erano in tanti a divertirsi scavando fosse all’epoca. Ma loro furono i soli a trovare una fossa colma di corpi ancora vivi, in un’ eterna agonia senza quiete. (Franco Dimauro) (Leggi di più)

Categorie
Cultura Musica News & Releases Notizie & Comunicati Recensioni

The Whole Love, il nuovo lavoro dei Wilco in streaming

Wilco-2011-By-Zoran-Orlic.jpg
Bella l’idea dei Wilco di far ascoltare in streaming (sembra, però, solo per 24 ore) il loro ultimo lavoro intitolato The Whole Love. Dodici brani ascoltabili in sequenza, senza la possibilità di poter passare da questa a quell’altra traccia. Un tasto play, infatti, farà girare un vinile virtuale che, a partire dal caos apparente di Art Of Almost, zeppa di beat elettronici, vi condurrà alla conclusiva One Sunday Morning (Song For Jane Smiley’s Boyfriend) attraverso un sound pop-rock ipnotico e discretamente “stravagante” e “audace”. Canzoni che, tuttavia, continuano a custodire il segreto dei Fab Four e che sanno toccare le corde del cuore come soltanto i Wilco sanno fare, basta ascoltare Sunloathe, Open Mind, Black Moon, Rising Red Lung oppure la commovente One Sunday Morning (Song For Jane Smiley’s Boyfriend) per rendersene conto immediatamente. Una formazione che alla stregua dei R.em. non ha mai sbagliato un colpo e The Whole Love, nonostante un paio di ascolti online, è l’ultima ennesima riprova dell’inconfondibile talento della band di Chicago. Una questione di cuore. Una questione di qualità. (Ovviamente, una volta acquistato, ci torneremo su con più attenzione) – Luca D’Ambrosio (Leggi di più)

Categorie
Musica News & Releases Recensioni Video

Violent Femmes – S.T. (1983)

violentfemmes.jpg
Se fosse lecito uccidere per un disco, lo farei per questo. Un piccolo fiore piantato nella musica americana e sbocciato proprio mentre i campi venivano stuprati da milioni di anfibi dell’ hardcore generation oppure riconvertiti in capannoni industriali dove si lavoravano tessuti sintetici e polivinilcloruro. Dirlo adesso non fa più nessun effetto ma allora, in quel 1980 stretto tra la furia cieca del dopo-punk e l’ elettronica polare, era difficile pure immaginarla, una roba simile. Una chitarra folk, un basso acustico da orchestra mariachi, un rullante, un secchio di latta, una voce implorante e atonale, dementi coretti beat e doo-wop, all’ occorrenza delle marimbas per supplire alle estemporanee assenze del piccolo tamburino americano. Un’ orchestrina da strapazzo, buona giusto per colorare le strade di Milwaukee e far sorridere qualche passante, per far tirare di canestro a qualche bambino che ha uno spicciolo da sprecare o accompagnare il passo malfermo di qualche ubriacone della città e offrire riparo a qualche randagio dentro la custodia troppo vuota e troppo grande del basso. La leggenda narra che a toglierli dall’incrocio tra la North Farwell Avenue e la E North Avenue per una notte siano stati Jame Honeyman-Scott e Chrissie Hynde dei Pretenders che proprio quella notte suonavano nel teatro alle loro spalle. A tirarli via da lì per sempre ci penserà l’ ostinazione di quei tre balordi che si sono scelti un nome da assorbenti e di Mark Van Hecke, il produttore che registra la loro prima demo nel suo studio casalingo e che si porta dietro quella cassetta ovunque vada abbandonandola sulle scrivanie di ogni etichetta dell’ area urbana di New York, come piccole zattere costrette al naufragio in quei mari troppo vasti per quelle travi di legno marcio. Ma ci pensa pure Robert Palmer, accreditato critico musicale per il New York Times che resta folgorato dalla forza del trio dopo averli visti in azione sul palco del CBGB‘s in apertura dello show di quello scoppiato di Richard Hell. E’ lui a offrire alla band un riparo sotto il tetto della Shake Records del suo amico Alan Betrock. Senonchè il tetto crolla quando la band è ancora chiusa ai Castle Recording Studios in compagnia del fido compare Van Hecke per registrare, finanziati dal papà di Victor DeLorenzo, i dieci pezzi che hanno destinato al loro album di debutto: sei pezzi dalla vecchia demo e altri quattro brani scelti dal repertorio a cui, ancora per qualche anno, i nostri attingeranno idee per i dischi successivi. L’idea è quella di un disco “old style”: dieci pezzi, cinque per facciata, con una ballata a chiudere ogni lato, come vogliono le vecchie esigenze viniliche diventate consuetudine di formato. Le registrano nella stessa sequenza con cui le suonano dal vivo, quelle dieci canzoni bislacche, quelle filastrocche balbuzienti, quelle folk songs con le linguacce, suonando di getto, errori e scordature comprese. Gordon Gano, Brian Ritchie e Victor DeLorenzo sono, in quel momento, un’alchimia perfetta. Il primo porta in dono il suo amore per menestrelli urbani come Lou Reed e Jonathan Richman e per il vecchio country di Hank Williams e della Carter Family, il secondo la sua passione per le svisate free e l’ epica dissonante e pazzoide di Sun Ra e Frank Zappa, il terzo un secco e rotolante effetto percussivo che suona come una massa di tamburi tirati giù per le scale di una villetta a due piani come le tante che affollano la periferia di Milwaukee. Eppure la loro ricetta non piace a nessuno, tra i grigi palazzi delle case discografiche. A nessuno tranne che ad Anna Statman della Slash. Quando Violent Femmes arriva nei negozi di dischi nell’aprile del 1983 nessuno sa bene in quale reparto piazzarlo. Nessuno sa cosa ci sia dietro quella finestra chiusa dai vetri ammuffiti da cui Billie Jo Campbell sbircia in punta di piedi sulla splendida copertina di Ron Hugo. Qualcuno lo mette in vetrina, come una stampa di inizio secolo ritrovata per caso in soffitta. E qualcuno entra dentro a comprarlo. Qualcun altro lo segue, fino a raggiungere quota 1.000.000 a fine decennio. E nessuno è mai tornato indietro a protestare. Ogni copia venduta, un prigioniero. Ogni canzone un altro giro di vite alle manette. Le corde del basso di Brian Ritchie si aggrovigliano come cime di un veliero in balia delle onde mentre Gordon affida i suoi tormenti (To the kill, Please do not go, Confessions, Prove my love, Good Feeling) e i suoi piaceri (Blister in the sun, Add it up) giovanili alle sue adenoidi e Victor picchia come un suonatore da marching band durante una parata. I tre soldatini di fango chiusi dietro i vetri carichi di fuligine sembrano divertirsi ma tutto è sormontato da un’ enorme risata amara. Dopo quarantatre minuti gettano a terra gli strumenti sfiniti e guardano verso la finestra. Billie Jo fugge via calpestando le squame di vernice secche come foglie d’ autunno e tagliandosi le dita su qualche coccio di vetro. Un attimo. E dietro le imposte divorate dal sole non resta che la luce accecante della prima estate folk-punk, di Billie Joe non rimaneche qualche goccia di sangue e l’eco delle sue risate. “Beautiful girl lovely dress where she is now I can only guess. She ‘s gone, daddy, gone.” (Franco Dimauro) (Leggi di più)

Categorie
Musica Recensioni Video

Mosquitos – Electric Center (2003)

MosquitosBig061009.jpg
Un pizzico d’amor di patria non guasta mai, soprattutto quando ci si accorge che in giro ci sono formazioni semplici e di chiara onestà intellettuale come i Mosquitos, abili nel consumare – attraverso trasfigurazioni sonore rigonfie di feedback e passaggi di forma-canzone – il fuoco di un’autentica passione, quella per il rock’n’roll. L’effetto prodotto prende il nome di Electric Center – terzo CD della band frusinate dopo i precedenti I Only Use My Gun Whenever Kindness Fail (1999) e The Sophomore EP (2000) – un delizioso turbine di emozioni in cui le tiepide allucinazioni del paisley underground si mescolano gradualmente, ora con fiotti psichedelici, ora con penetranti vagiti elettrici e, talora, con motivi di pop d’autore imbrattato di new wave. L’album traccia un percorso immaginario – da Los Angeles (il cuore) a New York (il cervello) – che scava nella memoria e nelle coscienze, sconquassando il cervello e realizzando stati d’esaltazione frammisti a lampi d’estremo torpore: un lungo viaggio che unisce i Dream Syndacate ai Velvet Underground. E così nascono dischi come Electric Center, capaci di custodire antichi segreti, canzoni lo-fi e armonie dalle moderne propensioni. I vuoti elettrici di “In Mid Air” e le cadenze ritmiche di “Wounds”, scandite da un disciplinato e puntuale Fabrizio Gori, ricordano i Calla; le estensioni temporali di “The Flowers and The Story Stacks” portano alla mente essenze slow-core alla Low; mentre “Carcrashair” e “Ten Pictures Reversed” sono deliranti e tracimanti composizioni alt. country. “The Inarticulate Speech” è una sorta di brano alla Grandaddy, meno melodico e abbondantemente visionario, dove si snodano i morbidi accordi di tastiera dell’unica donna del gruppo (Simona Fanfarilli) e, poi, c’è la devastante “Heartcake”: una cascata di suggestioni che fa trepidare lo spirito e il muscolo cardiaco, praticamente un sogno che diventa realtà e che si propaga attraverso le vigorose linee di basso di Gianluca Testani. La voce di Mario Tartufi, che è anche il solo chitarrista, è davvero singolare: in canzoni come “Trash Picking Hours” sembra accostarsi a Paul Banks degli Interpol, invece, con “Solvency” pare approssimarsi a quella di Thom Yorke dei Radiohead (unico riferimento inglese di tutta la recensione!). Se provo a fare un salto indietro con la memoria, simili eccitazioni – così cariche di background – sono rinvenibili soltanto nelle lontane produzioni dei senesi Funhouse (1989) e dei catanesi Flor de Mal (1991). Ora, però, ci sono i Mosquitos e l’America, una volta tanto, non è mai stata così vicina a casa mia. Che Dio li benedica! (Luca D’Ambrosio) (Leggi di più)

Categorie
Musica News & Releases Recensioni Video

The Pains of Being Pure at Heart – S.T. (2009)

The-Pains-of-Being-Pure-at-Heart.jpg
Travolgenti e leggeri. Sono questi gli aggettivi più appropriati per descrivere i Pains Of Being Pure At Heart, formazione con base a New York che infiamma questo inizio d’anno[1] con sonorità noise/pop lievemente lisergiche. Un sound vigoroso che dapprima ci frastorna e poi, nel giro di un paio di ascolti, ci appassiona attraverso un incastro perfetto di voci e refrain estremamente ruffiani, impossibili da non canticchiare (tra tutte, l’ammaliante Young Adult Friction). Una leggerezza melodica dilaniata da chitarre elettriche, ora distorte, ora pulite e ora cariche di feedback, in cui si ravvisano echi di new wave e passaggi dalle glasse sixties. Quelle realizzate da Alex, Kip, Kurt e Peggy sono canzoni che entrano direttamente nella pelle; schegge di pop adrenalinico (Contender, Hey Paul, Everything With You e Come Saturday) da cui debordano piacevolissime eccitazioni di adolescenziale memoria che prendono il titolo di A Teenager In Love, The Tenure Itch e This Love Is Fucking Right. Un susseguirsi di richiami stilistici (college rock, noise, shoegaze) rivisitati in chiave decisamente personale, dove è possibile fiutare atmosfere alla Cure (Stay Alive) e rimandi di psichedelia cari agli Stone Roses (Gentle Sons). Potrebbero essere i My Bloody Valentine a braccetto con gli Smiths, i Ride che fanno colazione con i Field Mice oppure ancora i Jesus And Mary Chain che strizzano l’occhiolino ai Black Tambourine. In realtà sono semplicemente i Pains Of Being Pure At Heart, ovvero: il lato più elettrico, coinvolgente e brillante di certa musica pop in odore di revival. E, in uno slancio di “gioventù”, tanto basta per annoverarli tra le scoperte più entusiasmanti e corroboranti della fine degli anni zero. (Luca D’Ambrosio) (Leggi di più)

Categorie
Musica News & Releases Recensioni Video

Isobel Campbell & Mark Lanegan – Hawk (2010)

isobel-campbell-mark-lanegan.jpg
Anche se l’idea iniziale di Isobel Campbell era quella di fare un disco con Tom Waits e non con Mark Lanegan, col senno di poi, visti i risultati ottenuti, possiamo ritenerci soddisfatti della “scelta di ripiego”. Non che la collaborazione con il Gran Maestro di Pomona ci avrebbe fatto schifo, anzi, neanche a pensarlo, ma soltanto perché il sodalizio tra l’ex Gentle Waves (nonché Belle & Sebastian) e l’ex Screaming Trees è partito da subito con il piede giusto. Un affiatamento iniziato all’indomani del diniego, per mancanza di tempo, di Tom Waits (personaggio sempre più imprevedibile) e che ha dato i suoi primi buoni frutti già con Ballad of the Broken Seas del 2006, disco d’esordio che conquistava quasi ovunque i favori della critica specializzata, consacrando la coppia agli onori della “musica alternativa”. Un successo che è andato oltre ogni più rosea aspettativa e che ha di fatto dimostrato che quelle differenze di timbriche/tonalità vocali (lei così soave, lui così cupo) e di stili (lei così deliziosamente pop, lui così profondamente rock) talmente marcate diventassero qualcosa di unico nel panorama indie rock mondiale e non di catastrofico come qualche solito menagramo pensava. Un esito positivo che ha avuto la riprova con Sunday at Devil Dirt del 2008 ma soprattutto con questa terza fatica del 2010, a nostro avviso la migliore della serie Campbell-Lanegan. Forse perché Hawk con le sue ballate country folk (No placet to fall, Cool Water, Snake Song e Eyes of green) e con le sue scorribande rock (You won’t let me down again, Get behind me e Hawk) ha un sapore leggermente più roots e americano piuttosto che pop e inglese, anche se canzoni come Time of the season, Come undone, Sunrise e To hell & back again mantengono quella leggerezza e quella impalpabilità melodica care a Isobel Campbell e molto più simili ai lavori precedenti. Resta invece un episodio quasi atipico, ma allo stesso tempo intrigante, Lately, ballata soul pop cantata magnificamente da Mark Lenegan con il supporto di un coro spiritual/gospel, quasi a voler sottolineare la complessità della vita capace di unire gioia e tristezza, odio e amore, fede e disperazione. Siamo convinti, inoltre, che questo sodalizio (e soprattutto quest’ultimo album) abbia, da una parte, fatto dimenticare molte collaborazioni e molti interessanti progetti solisti della bella scozzese (si ascolti, per esempio, il piacevolissimo Amorino del 2003), mentre dall’altra abbia donato nuova linfa (o forse meglio una seconda pelle) al cantautore americano che, dopo quel monumentale Field Songs del 2001, avevamo in qualche modo perso di vista, nonostante le eccellenti cooperazioni con Greg Dulli (The Gutter Twins, Saturnalia, 2003), con i Queens of the Stone Age (alzi la mano chi non conosce e non adori Songs for the Deaf del 2002) e con i Soulsavers (consigliato It’s Not How Far You Fall, It’s the Way You Land del 2006). In definitiva Hawk è il disco che fino a questo momento preferiamo, con Isobel alla guida e Mark di fianco a indicare la strada. Un legame artistico che, idealmente, nel nostro immaginario musicale/sentimentale ci piace accostare a quello di June Carter & Johnny Cash; e chissà se Tom Waits è lì da qualche parte a mordersi le mani… (Luca D’Ambrosio) (Leggi di più)

Categorie
Musica News & Releases Recensioni

The Smiths – Strangeways, here we come (1987)

the_smiths.jpg
Dopo cinque anni, tre album e una raffica spietata di singoli, la storia della più influente band inglese si incrina, lacerandosi assieme ai rapporti umani ed artistici tra Morrissey e Marr. E tra loro due e gli altri. Andy Rourke viene invitato a lasciare il gruppo, senza venire interpellato. Una fredda sera di Marzo trova un bigliettino appiccicato sul finestrino della sua auto, firmato da Morrissey in persona: “ti comunico che hai appena lasciato gli Smiths. Addio e buona fortuna”. Gli Smiths annegano e per la prima volta hanno bisogno di aiuto. Chiamano dapprima Craig Gannon, poi Roddy Frame che declina l’offerta, infine Ivor Perry. Ma non c’è niente da fare: l’ammiraglia del pop inglese sta affondando e nessuno è in grado di salvarla. Quando esce il loro ultimo, quarto album, è già una carena arrugginita in fondo all’Oceano. Questo senso ineluttabile e greve di fine del viaggio incombe su questo loro canto del cigno. I started something I couldn‘t finish ammette Moz in uno dei titoli più lapidari di un disco che suona un po’ ovunque come un epitaffio, come una disfatta e che tratteggia nella bellissima Paint a vulgar picture tristi presagi di sciacallaggio commerciale puntualmente rispettati già pochi mesi dopo con la pubblicazione del live “Rank”. Musicalmente Strangeways prosegue l’evoluzione stilistica della band di Manchester. Il jingle jangle di Johnny Marr, già parzialmente tradito su Meat is Murder e The Queen is dead è qui completamente cancellato, travolto da un desiderio vivido di mutazione che potrebbe sembrare anche paradossale e irragionevole vista la crisi comunicativa che asserraglia il gruppo. E invece è sintomatica di questi nuovi (dis)equilibri che stanno sbranando il gruppo. Strangeways si muove infatti mettendo a nudo un suono sovente affrancato dalle eleganti fogge chitarristiche di Marr. Johnny Marr che qui non è più il chitarrista degli Smiths ma il Brian Jones degli Smiths. È lui che, in complicità con Stephen Street, sperimenta arrangiamenti inediti, (sassofoni, archi, pianoforti, armonica, sintetizzatori, addirittura una drum machine), profetizzando egli stesso una strada inedita in cui il suo ruolo, tuttavia ancora enorme, diventa meno caratterizzante e rappresentativo dal punto di vista stilistico. La sua impronta diventa più audace ed eclettica ma anche meno costrittiva in termini di carattere musicale. È come se Marr aprisse le gabbie e lasciasse gli Smiths liberi di disfarsi del suo ingombro. Stanno mentendo, tutti. Mentre ci lasciano in mano le ultime pagine della più bella favola pop degli anni Ottanta, stanno già scrivendo acide e rancorose parole di commiato. “Non sarò con te / Non sarò con te / Ci vedremo prima o poi / Ci vedremo da qualche parte, caro.” (Franco Dimauro) (Leggi di più)

Categorie
Musica News & Releases Recensioni

Sangue Misto – SxM (1994)

sangue-misto.jpg
La stagione del rap italiano ci restituì la voglia di pensare. E ci fece riappropriare della libertà di poter dire quello che pensavamo. E di dirlo in italiano. Questa fu la sua forza più grande. Il messaggio. Quella roba che avevamo sotterrato assieme ai dischi dei cantautori degli anni Settanta e che adesso stava nuovamente venendo fuori. Senza ambiguità poetiche o ermetismi da letterati perché chi fa il rap viene spesso dalla strada o dal punk. Non ha masticato la cultura beat di Fernanda Pivano o Jack Kerouac, non ha vissuto gli anni di piombo ne’ studiato Pasolini. Rivendica i suoi spazi sociali e la sua identità culturale. Usa il dialetto come arma di riconoscimento dentro un’ Italia che comincia a vivere il dramma dell’ immigrazione, dei quartieri dormitorio, della politica collusa col malaffare organizzato. L’altra novità è che non serve suonare bene. Anzi, non serve neppure suonare male, come era stato per il punk. Tutto il messaggio viene convogliato su un tappeto di beat e di campionamenti. Si rimettono in circolo vecchi groove spolverando qualche disco degli Ohio Players o spulciando tra i tanti tamarrissimi album di rock anni Settanta e si ci stende sopra uno Spuntì di parole spesso scontate ma che però fanno “tribù” (“Uniti è una potenza” gridavano ai tempi dell’ Isola Posse All Stars, NdLYS). Ci si sente tutti in trincea, come quando di cantava Contessa alle parate della FGCI. Di parole, insomma, ce ne furono tante. In napoletano, in torinese, in genovese, in veneziano, in siciliano, in romano, sardo e salentino. Ma di dischi che anziché pascolare su questo terreno fertilizzato a semi di James Brown e Afrika Bambaata incidessero nuovi solchi e lasciassero il segno del loro passaggio ce ne furono pochi. Se doveste contarli, le dita di una mano dovrebbero avanzarvi. E se state proprio provando a farlo mentre leggete sono sicuro che inizierete alzando il pollice accompagnandolo con la sigla SxM. Sangue Misto nel 1994 firmano col loro unico album il primo, forse l’ unico vero capolavoro del rap italiano. Un disco lucidissimo, malgrado sia avvolto in foglie di marijuana grandi quanto un Barbetti modificato. Deda, Neffa e DJ Gruff sviluppano quanto sperimentato dentro La Rapadopa: basi spesso lente, dopate, psicotrope e dilatate come vasche di Belladonna. Poi un flow suggestivo, ben scandito e molle elaborato su un dizionario ricchissimo di nomi e personaggi della nostra infanzia domestica (Domenico Modugno, Mina, Mr. Magoo, Superman, Ten Ten, il signor Bonaventura, il dado Knorr) e di citazioni da manuale tossicologico (THC, skunk, ciocco, kif, cilum, trip) e ampliato con l’ uso di uno slang che diventa subito di uso comune (la “ballotta”, la “porra”, “piglia male”, la “fotta”, il “guaglione”, la “fattanza”, la “mone”, il “chico”, la “dopa” e via così delirando). Dodici canzoni e almeno cinque capolavori: Lo Straniero (una delle tracce più vecchie, già pubblicata su un beat più asciutto e un groove ancora vicino a quello di Kool Herc e dei Public Enemy col titolo Straniero nella mia nazione sulla raccolta Senza tetto non ci sto curata dalla Lion Horse Posse), Cani sciolti (con un basso profondissimo che spacca i vetri dell’ auto), La Porra (un elogio delle “trombe” realizzata innestando un vecchio groove di Pierre Henry sulla base di Good Old Music dal primo album dei Funkadelic, NdLYS) e le drogatissime Piglia Male e Fattanza Blu dove sembra di nuotare dentro una nuvola di fumo carico di THC. Il lato più funky, quello che si ciba dei resti di O Jays, Miles Davis e Rhythm Heritage e che spunta fuori su pezzi come Manca Mone, La parola chiave, Notte o In Dopa è ugualmente pieno di vibrazioni anche se la dipendenza dall’esperienza de La Rapadopa è più invasiva, quasi fino alla (voluta) parodia. SxM è lo scoglio su cui si infrangono le speranze di tante comparse buone per lo spot del Vat 69. Un disco che crea dipendenza, assuefazione anche senza Rizla lunghe a portata di mano. SxM è una lezione di stile, di “tocco”, di mood. E nonostante Neffa ci abbia ormai abituato al voltastomaco, non riuscirà a farcelo odiare. Neppure chiamando in soccorso uno come J. Ax. (Franco Dimauro) (Leggi di più)

Categorie
Recensioni

Recensione: The Housemartins – The People Who Grinned Themselves To Death (1987)

the-people-who-grinned-themselves-to-death.jpg
Non saprei dirvi fino a che punto “La Gente Che Sogghignava Fino a Morire” possa essere considerato “un disco per l’estate[1] ma questo secondo e ultimo lavoro in studio degli Housermartins, che segue il ben più noto e seminale London 0 Hull 4 del 1986, è quanto di più leggero e allo stesso tempo vibrante abbia potuto ascoltare sul finire degli anni ottanta e che, a distanza di 24 anni, torna ad accompagnarmi in questo nuovo solstizio d’estate. Anche se meno cristalline e sorprendenti delle tracce contenute nell’album d’esordio (si pensi, per esempio, ai singoli Flag Day, Happy Hour e Sheep che, in qualche modo, riuscirono a scombinare le classifiche inglesi di quegli anni), quelle messe in scena da P. d. Heaton (voce), Stan Cullimore (chitarra), Norman Cook (basso) e Dave Hemigway (batteria) con questo The People Who Grinned Themselves To Death sono brani che, nonostante una formula più “ragionata”, riescono ugualmente a trastullare lo spirito senza mai allontanarsi dalle corde del cuore. Un mix ben equilibrato di inebrianti motivi sixties e testi di denuncia sociale capaci di essere tanto ironici quanto toccanti a partire dall’iniziale title track, che pigia subito sull’acceleratore assieme alle spumeggianti The world’s on fire, Me and farmer, Five get over excited, passando attraverso le cedevolezze pop e acustiche di The light is always green e Johannesburg, fino a immergersi nella meravigliosa ballata conclusiva di Build che, come ogni estate che si rispetti, riesce ancora oggi a trasmettermi quel pizzico di amorevole nostalgia. (Luca D’Ambrosio) (Leggi di più)

Categorie
Musica News & Releases Notizie & Comunicati Recensioni

Recensione: The War On Drugs – Slave Ambient (2011)

warondrugs.jpeg
L’ultima fatica dei War on Drugs è qualcosa di estremamente emozionante, soprattutto per chi, nonostante sia cresciuto a suon di Springsteen, Dylan e Petty, non ha mai perso il piacere della scoperta. Ecco quindi che Slave Ambient si rivela il disco giusto nel momento giusto. Il classico album che ti fa fare un salto indietro nella memoria ma anche un salto avanti nel futuro. Adam Granduciel e soci questa volta ci riescono alla grande, mettendo su un lavoro che unisce abilmente il rock mainstream, quello fatto di belle melodie e sentimenti, con quello underground e alternativo di cui ormai non possiamo più fare a meno. Dodici belle canzoni che travolgono, commuovono e riempiono il cuore di suggestioni e di turbamenti e che ci lasciano con il fiato sospeso. Da Best Nights alla conclusiva Blackwater quelli realizzati dai War on Drugs sono brani di una bellezza cristallina che uniscono folk, pop, rock e porzioni ben spalmate di beat e psichedelia. Perle assolute di cantautorato moderno e visioni nostalgiche (Brothers, I Was There e It’s Your Destiny), ma anche passaggi sperimentali come, per esempio, The Animator, Come For It, Original Slave e City Reprise che, più di ogni altra, sembrano drogarsi di atmosfere shoegaze e disturbi noise. Splendide anche Come to the City e Baby Missiles che confermano la qualità di questo nuovo lavoro della formazione americana (Philadelphia, Pennsylvania) che, ascolto dopo ascolto, dà sempre più l’impressione di unire certe cose di Bruce Springsteen, Bob Dylan e Tom Petty con quelle di band quali Ride, Slowdive e My Bloody Valentine. Il risultato è strepitoso e, parafrasando Jon Landau, possiamo tranquillamente affermare che “abbiamo visto il futuro dell’indie rock e il suo nome è The War On Drugs”. Quasi disco dell’anno. (Luca D’Ambrosio) (Leggi di più)