Venerdì, 9 Settembre 2011

PJ Harvey, Ferrara Sotto Le Stelle (6 luglio 2011)

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Gli eschimesi utilizzano un considerevole numero di termini per esprimere le diverse gradazioni del bianco: l’abito, rigorosamente d’antan, indossato questa stasera da PJ, ordinato, affascinante, allacciatissimo, stretto alla vita, sarebbe senza dubbio il più luminoso di tutti: paradisiaco; per non parlare dell’ostentato piumaggio intrecciato ai capelli da fare invidia alle native d’America. Il pubblico di Piazza Castello, accorso in massa per l’unica data italiana della Cantantessa, è eterogeneo e palesemente pervaso di sentimento di vero amore. Il concentro è incentrato sullo stupefacente “Let England Shake“, ultima fatica di PJ Harvey, di cui ripropone quasi tutti i brani, raggiungendo l’apice d’intensità con All And Everyone, The Last Living Rose e il tambureggiante crescendo di The Words That Maketh Murder. Tra i gregari Mick Harvey rappresenta il “numero 10” del rock odierno, colui che tutte le band vorrebbero in formazione (cruciale la sua esperienza con i Bad Seeds di Nick Cave), mentre John Parish è il fantasista della squadra, l’altro polistrumentista tutto fare; due punte di diamante incastonate in un quadrato perfetto, con la direzione impeccabile di Polly Jane - che di par suo alterna il particolare ‘auto-harp’ a chitarre acustiche e elettriche - e la fondamentale complicità di Jean-Marc Butty a suonare pelli, piatti e tamburi. Tra i ripescaggi più toccanti ci sono The Piano e The Devil, entrambe derivanti dal penultimo lavoro in proprio: l’introspettivo, ammaliante e intenso “White Chalk”; poi C’mon Billy e Down by the water riprese da “To Bring You My Love” e Big Exit, brano di apertura del bellissimo “Stories From The City, Stories From The Sea”. La piazza si abbraccia intorno alla cantante inglese osservando l’intero spettacolo con energico trasporto (emozionale devozione) e occhi lucidi, scandendo tutti versi a memoria. A non convincerci pienamente è stata la durata relativamente breve del concerto, appena un’ora e mezza, e un approccio abbastanza distante con il pubblico: senza interazione se non un “grazie” e un sentito sorriso a fine concerto. Comune la convinzione di avere assistito a uno spettacolo memorabile. (Testo e foto di Jori Cherubini)

La scaletta:

Let England shake / The words that maketh murder / C’mon Billy / Down by the water / The devil / The glorious land / The guns called me back again / The piano / England / The last living rose / All and everyone / Written on the forehead / In the dark places / The sky lit up / Angelene / Pocket knife / Bitter branches / On battleship hill / The colour of the heart / [encore]: Big exit / Silente.



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