Giovedì, 8 Dicembre 2011

La voce del padrone: intervista a Giusto Pio

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A colpirti sono gli occhi. Vivi, guizzanti, ebbri di curiosità. Occhi che non hanno mai smesso di entusiasmarsi durante l’intera intervista. Occhi che sarebbe giusto veder accendersi in qualche ventenne, magari pronto a sentire le migliaia di storie che questo signore ha da raccontare. Già, questo signore. Chissà se i più giovani avranno mai sentito nominare questo schivo personaggio (classe 1926, fate voi i conti), sempre rimasto ai margini della scena italiana – pur avendo sacrificato una vita alla musica, come leggerete più avanti – ma titolare di alcune pagine di spettacolare, eclettico (e intelligente, va da sé) pop nostrano, da solo o in compagnia di Franco Battiato.

La sua transumanza nei tardi anni Settanta - dalla musica colta al pop da classifica - fu un evento più unico che raro per l’asfittico giardinetto di note italico. Giusto Pio ci accoglie in un tiepido pomeriggio settembrino, è fuori a raccogliere le foglie del suo giardino. Un sorriso, si pulisce le mani venendoci incontro con uno sguardo quasi stupito e divertito assieme; il suo disagio è palpabile (“mi hanno fatto anche troppi festeggiamenti”, dirà durante l’intervista, “mi sembrano davvero esagerati”), così come la sua curiosità nei nostri confronti. Perdonatemi, dice, mentre accendiamo il registratore, non ho molta memoria, non so quanto potrò esservi utile. E dunque: la voce del padrone.

Intervista a Giusto Pio di Vopos e Francesco Minichiello
(Un particolare ringraziamento a Roberto Dinale)
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Maestro, se dobbiamo fare una cosa da professionisti dovrà armarsi di tanta pazienza, perché vorremmo cominciare davvero dal principio, per quanto possibile, ovvero: ha sempre avuto, sin dalla più tenera età, la passione per la musica?
Sì, mia madre era un’insegnante, e mio padre una persona davvero particolare e ‘avantì’ per quei tempi. Fu tra i primi a comperare una radio, negli anni ‘30, ricordo con precisione che fu l’ottavo apparecchio venduto in tutta la provincia. Passavo intere giornate ad ascoltare le canzoni che uscivano da quello strano marchingegno, appassionandomi sempre di più. Ricordo anche un vecchio furgone, di quelli che giravano per i paesi pubblicizzando qualche prodotto. Aveva un grosso megafono dal quale usciva la pubblicità di un lucido da scarpe – Tana si chiamava, lo ricordo ancora oggi – e un sacco di musica. Rimanevo sempre affascinato ogni volta che quel grosso furgone passava sotto casa mia. Decisi quasi subito che quella – la musica - sarebbe stata la mia strada. Difficile da intraprendere, soprattutto all’epoca, ma quella.

Esatto. Converrà che non era usuale allora (ma nemmeno oggi, a dir la verità) andare dai genitori e dir loro: da grande voglio fare il musicista. Come la presero?
Non era facile, non era facile nemmeno frequentare le scuole – allora obbligatorie fino alla terza elementare – fui però fortunato, perché mia madre era un’insegnante e quando da San Floriano (piccolissimo borgo dell’entroterra trevigiano ndr) ci trasferimmo a Castelfranco Veneto per permettere a mio fratello maggiore di frequentare il Ginnasio riuscii a seguire qualche lezione di violino da un insegnante che veniva da Mestre. Avrei voluto studiare pianoforte, a essere sincero, ma costava troppo come strumento. Ripiegai dunque sul violino… Al momento di scegliere il mio futuro, dopo la terza media, dissi in casa che volevo studiare musica professionalmente.

E cosa le dissero?
Ricordo che le colleghe di mia madre continuavano a dirle che fare il musicista sarebbe stata una pazzia, che ero destinato a una vita di stenti e patimenti. Bene, ero solito rispondere, se questo significa chiedere l’elemosina con il mio violino per le osterie della regione allora farò così.

Poi arrivò la guerra…
Sì, ma io mi ero già trasferito a Padova, nel 1940, ricordo una visita di Mussolini nel capoluogo patavino per La Marcia della Giovinezza, stavo proseguendo gli studi deciso a entrare al Conservatorio di Venezia…

Con Ferro, ovvero colui che è unanimemente considerato l’ultimo grande baluardo della Grande Scuola Veneziana.
L’ultimo è stato Carmignola, perché Ferro ha avuto una quarantina di allievi che hanno seguito le sue direttive, diplomandosi con lui. Un insegnante fantastico! E una persona meravigliosa. Un omino di forse 30 chili, piccolo, minuto, ma con una forza spaventosa. Che persona eccezionale…

Vedo che le si illuminano ancora gli occhi nel ricordarlo…
E come potrei dimenticarlo? Fu essenziale per la mia formazione e impostazione classica. Divenne molto amico dei miei genitori e fu quasi un padre per me. Devo quasi tutto a quell’uomo. Seguo ancora oggi le sue massime, hanno fatto da fondamenta a tutta la mia vita. Che uomo fantastico Luigi Ferro. Ho anche una sua fotografia con dedica, inserita su quel libro che hanno fatto per festeggiare i miei 60 anni di carriera.

Esatto, poi parleremo anche dei festeggiamenti in suo onore che hanno fatto da sfondo per i suoi 85 anni a Villa Benzi Zecchini…
Oh, anche troppo, non li meritavo proprio. Sono stati esagerati…

In ogni caso, dopo il diploma a Venezia lei entra alla RAI e alla Scala.
Non proprio. Il ruolo in RAI non poteva avere due posti contemporaneamente. Certo, successivamente facemmo qualche concerto – per esempio al Palazzo del Ghiaccio di Milano – con le due orchestre (quella Rai e quella dalla Scala) fuse assieme, ma non è propriamente la stessa cosa. Ad ogni modo nel 1950, dopo un lungo tirocinio in balere, qualche sala da ballo di provincia, in piccole osterie…

Una bella formazione per un musicista classico…
Beh, insomma, suonavo anche l’organo nella chiesa del paesino qui accanto, dove venivo pagato con sacchetti di farina e delle uova. Beh, dopo questo, nel 1950 venni a sapere di un concorso presso l’Accademia di Santa Cecilia. Un unico posto per un centinaio di concorrenti. Risultammo idonei in tre ma scelsero chi – a differenza mia – aveva dei titoli. Mi risultò comunque utile perché servì per farmi andare a Milano al Concorso Rai, che vinsi.

Nel frattempo, un musicista di estrazione classica come lei aveva tempo per seguire la musica pop?
Ahahahahah, già, il pop… Quand’ero ragazzo, nelle balere, avevo fatto un’indigestione di canzonette; ero costretto a suonarle per sbarcare il lunario. Ne avevo fatto una vera e propria indigestione. Però è anche vero che, una volta entrato alla RAI, cominciai a lavorare assiduamente come turnista in sala d’incisione; avevo un quartetto talmente preciso e affiatato che riusciva a registrare in un terzo del tempo degli altri session man dell’epoca. Ti ricordo che erano i primi, carbonari, tentativi della musica pop di massa, quindi fine Cinquanta o giù di lì. Gente come Tajoli, o… Insomma, un po’ tutti.

Quindi ha partecipato a chissà quante e quali incisioni…
Beh, mi sono comperato la casa con gli straordinari fatti in studio. I turnisti generalmente prendevano 800 lire l’ora per i lavori di studio, noi eravamo così veloci e precisi che ne chiedevamo 1800, quindi…

Ha qualche aneddoto a riguardo? Sarebbe davvero curioso sapere su quanti successi degli anni ‘50 e ‘60 lei sia stato presente…
Beh, li ho seguiti praticamente tutti i divi dell’epoca, ma se proprio devo estrapolare un unico momento ricordo esattamente una domenica a pranzo, avevamo vecchi amici d’infanzia come ospiti, e io arrivai a casa entusiasta dopo una mattinata di registrazioni. Dissi a mia moglie che avevo appena terminato il disco di una ragazzina favolosa, era la prima volta che questa ragazza entrava in uno studio, ma non ci voleva un genio per capire come fosse destinata al successo: aveva una voce duttile ed incredibile, un talento come pochi prima d’allora mi era capitato d’incontrare. In studio eravamo rimasti tutti stupefatti dalle sue capacità, tanto che ricordo ancora oggi come ne parlai a lungo durante il pranzo. Quella ragazza ebbi modo di rincontrarla parecchie altre volte in sala d’incisione: era Mina.

Partecipava anche agli arrangiamenti all’epoca? O si limitava all’esecuzione della partitura?
No, suonavo ciò che era stato scritto, nel minor tempo e con la massima precisione possibile. Tutto lì. Non mi piaceva il pop, era un lavoro e basta. I miei figli erano addirittura costretti a spegnere la radio se arrivavo a casa e li beccavo a ascoltare i successi pop del momento. Poi è arrivato Battiato, veniva spesso a casa mia perché voleva imparare a suonare il violino.

Era bravo?
Se la cavava egregiamente. A forza di frequentare casa mia diventammo amici e cominciammo a comporre musica sperimentale, improvvisazioni, robe così… Prendevamo giusto due soldi per divertirci però servì a creare questa bella, bellissima alchimia tra di noi (tenete presente che io ho 19 anni più di lui). Cominciammo a frequentare circoli alternativi, a tenere concerti in circuiti per giovani, ecc. Finchè un giorno a tavola mi disse: “perché non proviamo anche noi a buttarci sul mercato, a scrivere un po’ di canzoni?” E così abbiamo cominciato. Mi misi a lavorare a tempo pieno con Franco su Clic, o forse era Juke Box, non ricordo più esattamente quale sia stato il disco dove abbiamo cominciato. Forse era Juke Box, sì.

Un disco in cui partecipò anche Roberto Cacciapaglia…
Certo, tanto che Telegrafi – un brano del long playing – venne registrato proprio a casa di Cacciapaglia, che allora stava nei pressi dell’aeroporto. Registravamo con il Revox e ogni tanto entravano nei canali le voci dei piloti.

Vera avanguardia, no? Piuttosto, di Cacciapaglia che ricordi ha? Roberto è stato un altro di quei talenti che si è un po’ smarrito per strada, avrebbe potuto fare cose egregie nel pop, penso a Angelus Rock (Polydor, 1992); invece è sempre rimasto defilato pur componendo ottime cose, ad esempio per la pubblicità…
È vero, avrebbe meritato ben altro successo. È altresì vero che di carattere è sempre stato incostante; si era ritirato in convento, ecc. Ora vive come una specie di eremita proprio a fianco di Battiato.

Un peccato, fu uno dei ragazzi prodigio degli anni ‘70, addirittura incise per la prestigiosa Ohr…
Una persona eccezionale Roberto, davvero… Ci trovavamo spesso nello studio che Franco aveva attrezzato. Mi tornano in mente un sacco di cose ora, tipo la primissima incisione che feci con Franco, un 45 giri dove lui compariva con il nome Astra e – non volendo apparire in copertina – mettemmo la foto di mio figlio, che stava studiando alla Fenice di Venezia e aveva appena terminato il 5° anno di violino. A pensarci bene cominciò tutto da quel 45 giri.

L’esperienza con il pop, intende? O la vostra collaborazione?
Il fare dischi assieme. Dopo quel 45 si fecero avanti parecchi produttori, uno dei quali propose il nome di Franco alla EMI, la quale - dopo qualche resistenza - accettò di dargli qualche possibilità…

Cose impensabili oggi, tanto più che all’epoca Battiato aveva già un suo seguito, per quanto piccolo, di acquirenti.
Sì, ma non erano i grandi numeri che interessavano alla discografia del tempo. Comunque decisero di rischiare e ci diedero carta bianca (e un budget di ¼ rispetto a quello che si era soliti spendere all’epoca) per tre dischi. Se il primo avesse venduto almeno 10.000 copie allora ci sarebbe stato un secondo. Beh, ne vendette 8.000, eravamo convinti che la nostra avventura fosse finita ancor prima di cominciare. Invece ci diedero una seconda chance con L’Egitto prima delle Sabbie.

Poi arrivò lo snodo con “L’Era del Cinghiale Bianco”.
Sì. Quello ne vendette 40.000, cosa impensabile per i tempi, considerato anche il budget messoci a disposizione e la velocità nel registrarlo. Ad ogni modo, quando fu il momento del fantomatico “cambio di passo” ci fu una riunione alla EMI, nella quale consegnammo i nastri di La Voce del Padrone e ci chiesero che aspettative di vendita avessimo, consci che sarebbe stata l’ultima opportunità.

Me li immagino…
Qualcuno disse 50.000 copie, qualcun altro arrivò a sparare 60.000, Franco mi pare disse che avrebbe potuto venderne anche 90.000. Io sparai alto: 120.000 copie, così per fare una boutade.

Ne vendette un milione mi pare.
Oltre un milione.

Fu il long playing più venduto nella storia della musica italiana per lungo tempo. Ma è vero – se i miei ricordi di adolescente sono ancora attendibili – che fu un disco chirurgicamente studiato a tavolino prima di entrare in sala d’incisione? Molti giornali si sorpresero di questa cosa…
Verissimo. Noi entravamo in studio con le partiture completamente terminate, arrangiamenti, strutture, armonie, tutto. Lavoravamo velocemente: in 20 giorni completavamo un disco, quando la prassi dei grossi nomi della musica italiana era 6/8 mesi. Componevamo in auto durante gli spostamenti; io – per evitare i soliti brutti vizi dei tour manager o della crew – pretendevo di guidare l’auto per muovermi senza dover dipendere da ritardi, sbronze o chissà cos’altro. Franco in genere mi accompagnava in questi spostamenti.

Come Mogol/Battisti, loro in giro per l’Italia a cavallo, voi su qualche utilitaria…
Sì, beh, gran parte dei brani nacquero proprio durante quegli spostamenti. Tutto ciò che ci attirava o semplicemente trovavamo curioso finiva dentro ai brani. Lui magari cantava un’aria, un accenno di ritornello e io – una volta arrivati in albergo – li mettevo su spartito. Quando finivamo la tournèe dopo tre giorni eravamo già in studio a registrare.

E come nacque quest’idea di pop – me lo conceda: nettamente differente dal solito pop italiano – dalla matrice elettronica ma dalla svisate quasi terzomondiste, dai richiami arabi ma dalle tematiche fortemente italiane? Era un cozzare di stili sulla carta inconciliabili…
Non lo so, ci venne così… Probabilmente era quello che avevamo dentro. Prendi “Per Elisa”, ci dissero che eravamo dei pazzi a strutturare un brano in quella maniera e mandarlo a Sanremo. I discografici erano inorriditi quando portammo il provino, anche per l’enfasi sopra le righe che mettemmo sul cantato di Alice e su quell’arrampicarsi eccentrico del ritornello.

Poi sembra che la premiata ditta Battiato/Giusto fosse sempre una sorta di work in progress mai fermo… Quel brano scritto per Alfredo Cohen (altro personaggio del quale sarebbe bene trattare prima o poi ndr) divenne Berlin AlexanderPlatz per Milva.
Ah sì, vero. Lo scrivemmo proprio a Berlino, un freddo della Madonna. Dovevamo fare un paio di date estemporanee a costo zero assieme a dei gruppi tedeschi. Franco dormiva da degli amici e io (con mia moglie) a casa di due professori universitari. Una sera, in Alexander Platz ci venne l’idea…

Lasciando un attimo da parte Battiato, mi piacerebbe soffermarmi sulla sua carriera solista. Ad esempio: Motore Immobile, quel disco ormai diventato una chimera…
Aahahaha, sì e vale anche un sacco di soldi mi hanno detto. È un disco che vendette una stupidaggine, credo 800 copie. Fu Franco a darmi l’idea. Un giorno, venendo a lezione di violino, mi portò un disco – non ricordo il titolo – dove c’erano delle note lunghissime, quasi infinite, era un lavoro che mi ricordava alcune cose che facevo da ragazzo, fu quello a darmi l’input per “Motore Immobile”. Fondamentalmente fu una ricerca sui suoni del pianoforte, nient’altro. Lo portammo da Sassi alla Cramps e lo pubblicò.

Ma cosa c’era dietro al concetto del motore immobile?
L’idea dell’ossimoro: un motore, quindi un nucleo di energia sempre in movimento che però sembra ferma. Pensa al centro della ruota, è lo snodo portante dell’intero apparecchio, però è fermo su se stesso. Quello era il mio motore immobile. Giocai molto con i pedali tonali del pianoforte, cercando di far entrare in risonanza le note, perché talvolta – per simpatia – le note si fondono in qualcosa di maestoso, qualcosa che trascende il mero suono per entrare nella sfera della spiritualità. Franco mi portò una serie di tastiere sulle quali io scrissi degli accordi lunghi e lenti che si intersecano. Ti dico una cosa: la voce su Motore Immobile avrebbe dovuto essere quella di Demetrio Stratos, ma si ammalò proprio in quel periodo e quindi non se ne fece più nulla. Venne da me a provarci, ma ormai la voce non teneva più purtroppo, così Franco si propose di sostituirlo…

Legione Straniera invece? Fu il momento esatto in cui Giusto Pio arrivò anche in TV! Provò imbarazzo nel cimentarsi in proprio con il pop?
Sarò sincero: no. L’aver lavorato con Franco in maniera netta e senza preconcetti mi fece vedere il pop sotto un’altra luce. Non c’era niente di preconfezionato o inscatolato come succede nel 99% delle uscite pop, si lavorava privi di paraocchi e steccati. Si poteva suonare musica da camera, medievale, pop, ecc. Questa fu la grande lezione di Franco, capii che alcuni brani di – chessò – Paul McCartney non avevano nulla da invidiare a Schumann, ad esempio. Tieni presente che io non ho mai comprato un disco di pop, del resto non avrei avuto il tempo di ascoltarlo visto che vivevo in studio di registrazione.

E Restoration? Prese un brano di Faurè e lo riarrangiò secondo un sentire attuale…
Sì, fu il mio secondo e ultimo tentativo di avvicinarmi al pop. Dovetti depositare alla SIAE la partitura con tutte le modifiche.

Eppure poi non disdegnò di scriverne conto terzi. Alcuni suoi brani sono diventati dei veri e propri tormentoni di un’epoca.
Capisco cosa vuoi dire: ho rivisto proprio l’altra sera uno spezzone di “Un Estate Al Mare”. Non rinnego nulla di ciò che ho fatto, anzi. Di molte cose sono orgoglioso.

Eppure l’idea che ci si era fatti della Premiata Coppia Franco Battiato – Giusto Pio era quella di due musicisti seriosi e musoni chini sulle tastiere e rinchiusi in qualche studio di registrazione a discutere di sufismo o avanguardie letterarie. Invece sono ragionevolmente tenuto a credere che ci sia stato anche tanto divertimento nei vostri lavori e nel vostro sodalizio, altrimenti brani come appunto “Un’Estate al Mare” non avrebbero mai potuto nascere…
Tutto era fatto con gusto e con un aspetto ludico di sottofondo, non era mai solamente un lavoro per noi, era divertimento e sperimentazione. Con Alice sperimentammo davvero molto; prima parlavamo di Per Elisa; fu un discografico a proporci questa ragazza che aveva allora appena vinto Castrocaro ma non riusciva a trovare una sua strada. Scrivemmo una cosa davvero fuori dalle righe per lei.

Capisco dove vuole arrivare…
Sì, parlo de “Il Vento Caldo dell’Estate”. Fu uno dei successi di quell’anno. Il primo brano ad entrare in classifica privo di ritornello. O meglio che aveva un ritornello nel quale non c’era una minima parvenza di ritmica. Un sacrilegio per gli standard compositivi del pop. Laddove avrebbe dovuto giungere lo strappo del refrain noi mettemmo un buco, un’interruzione. Ma funzionò. Si lavorava così, tra anarchia e sperimentazione. Ma sempre con gusto. Pensa solo all’introduzione del pezzo, tutto uno svolazzo di tastiere in 7/8 e 9/8. Quando lo portammo alla EMI scoppiarono a ridere. “Nemmeno per sogno pubblicheremo una cosa del genere!”, dissero. Invece un dirigente volle scommettere sul pezzo.

Impensabile dunque, anche per gli azzardi del tempo…
Guarda, forse dirò una cosa controcorrente, ma in tutta la musica italiana c’è sempre stato un sottile filo di jazz a tirare le fila: stilemi, partiture, schemi e regole andavano sempre a finire da quella parte. Bene, noi ci staccammo completamente. Franco scherzava sempre dicendo: “Quelli del jazz? Se non è in quindicesima non la vogliamo”; era per sottolineare quanto difettassero di ricchezza armonica. Anche oggi funziona così, ed incontra i favori del pubblico; certo di armonie vere e proprie ne sento ben poche.

Ancora oggi non si riesce a capire esattamente dove finisse il coinvolgimento di Battiato e cominciasse il suo, era un’alchimia strana la vostra. Quasi impenetrabile da fuori…
La linea principale era sempre sempre sempre di Franco, su questo non c’erano dubbi. In un’intervista dissi che il mio apporto era dell’uno per cento. Beh, forse avevo esagerato, facciamo il due, dai.

Mi sembra un po’ troppo arrotondato per difetto e modesto, il suo commento…
Senza Franco io non avrei fatto assolutamente niente. Niente.

E degli altri artisti con i quali ha collaborato, che ricordi ha? Milva, ad esempio.
Milva? Vocalmente una cosa formidabile, però, credimi, tutti gli artisti con i quali ho avuto la fortuna di venire in contatto erano dei veri talenti. La serietà che c’era allora nella musica leggera italiana è – e rimane - leggendaria. Forse suonerà strano ma la serietà e precisione che si pretendeva nella musica leggera erano anni luce avanti rispetto alla musica classica che si incideva al tempo, spesso approssimativa.

Di Giuni Russo che ricordo ha? Non scopro l’acqua calda dicendo che forse è stato il più grosso talento vocale mai apparso in Italia.
Giuni era eccezionale. C’è un brano, ora non ricordo il titolo (Il Sole di Austerlitz, ndr) dove in studio fece una cosa pazzesca, andò a prendersi delle note acute che stavo facendo al violino. Vi si attaccò perfettamente e andò su oltre l’umano. Incredibile, davvero.

La si è sempre dipinta come un personaggio difficile da gestire, è vero?
Macchè, forse qualcuno del suo entourage più che lei.

Come si chiuse la sua collaborazione con Battiato?
Dissi semplicemente basta, ma solo perché stavo diventando troppo vecchio. Cominciai a diradare le collaborazioni, limitandomi a qualche arrangiamento. Ovviamente la forte amicizia è rimasta, ma dopo tutti quegli anni era giunto il momento di farmi da parte. Anche per rispetto di Franco.

È allora che ha cominciato a dipingere?
No, figurati. Dipingo da anni. Fondamentalmente cerco di dipingere i suoni, che - detta così - sono conscio sia una cosa abbastanza ermetica.

Lei è anche un appassionato di montagna, il nostro Francesco è un ottimo scalatore, potreste scambiarvi qualche dritta sulle cime maestose delle Dolomiti…
Io sono troppo vecchio per scalare, e quando ero giovane avevo paura di farmi male alle mani, sai, per un violinista…

S’aspettava tutto l’affetto e le dimostrazioni di stima che le sono giunte quando le hanno dedicato la retrospettiva sulla sua carriera a Villa Benzi di Caerano San Marco?
Oh, esagerato. Esagerato davvero. resto sempre sorpreso da queste cose. Sono stato fortunato perché per tutta la vita ho avuto grandi dimostrazioni di affetto.

Però è sempre rimasto defilato. Eppure – ed è questa la cosa curiosa – il suo nome rimbalza e rimbomba ancora oggi, magari non tra i quindicenni, però è un nome rimasto nell’immaginario pop italiano. Forse perché lei e Battiato avete davvero marchiato a fuoco un passaggio fondamentale della società italiana.
Sarà, però questa è l’ultima intervista che ho deciso di fare.

Tanto per tenere fede a ciò che stiamo dicendo…
C’è gente che salva delle vite ogni giorno, quelli dovrebbero avere dimostrazioni di affetto, di quelli bisognerebbe parlare sempre. Invece si parla solo di quattro canzoni…

È anche vero che spesso quelle “quattro canzoni” ti fanno affrontare meglio l’esistenza. Lei ha ragione, però converrà che la musica può cambiare – in meglio - la vita.
Sì, ma quelli dei quali parlavo io la vita te la danno. E la differenza tra le due cose è abissale.

Nel frattempo però elude il discorso, volevamo sapere della festa…
Ripeto, una cosa esagerata. È venuto persino Franco da Catania, e l’avevo tanto pregato di non farsi il viaggio per una cosa del genere.

Vi sentite ancora spesso dunque?
Sì, certo, compatibilmente con i suoi impegni, ma al telefono ci sentiamo molto spesso.

La mette ancora al corrente di ciò che sta facendo, chiede ancora consigli al suo vecchio maestro?
Qualche volta sì…

Lei è stato quasi una sorta di padre per Franco.
Quasi, sì. Sai, 19 anni di differenza hanno influito. In ogni caso io e lui ci sentiamo molto liberi l’uno con l’altro, anche nel discutere i nostri lavori. Non lesiniamo in critiche, se sono necessarie. Tra l’altro continuiamo a darci del Lei ancora adesso, dopo 40 anni di conoscenza reciproca.

Una forma di rispetto d’altri tempi
Capita che io dia del Lei anche a ragazzi di 18 anni, a dir la verità. Non sempre, ma capita.

Tornando alle sue produzioni, per finire la trilogia fece Note e poi quel particolare lavoro chiamato “Attraverso i Cieli”.
Sì, Note fu il mio ultimo lavoro a largo respiro, se così possiamo dire. Una cosa molto semplice di capricci (i capricci sono stilemi di composizioni classiche dalla libertà di realizzazione ndr) con parecchi rimandi al mio passato. Con Attraverso i Cieli volli fare un omaggio ai moti di Piazza Tienanmen senza però specularci troppo sopra. Chiamai Franco – che ha una facilità impressionante nello scegliere e plasmare le parole - affinché mi suggerisse un titolo, se ne uscì appunto con questo.

Lei era una presenza aliena nella televisione di quei tempi, mi spiego: quando uscì Legione Straniera finalmente il grande pubblico potè vedere ‘de visu’ Giusto Pio in azione, partecipò a qualche trasmissione televisiva – se non erro anche Discoring – ed era davvero uno scarto temporale vedere questo signore con il suo violino e un’espressione curiosa sul volto, tra il sornione e l’ironico. Come a dire: sono qui, mi sto divertendo e dovete portare pazienza.
Ahahahaha sì, me lo dicevano sempre tutti. Lo so, è un mio difetto. C’era un direttore dell’Orchestra Rai che mi diceva sempre: Giusto lei mi parla ma mi ride in faccia, mi sta prendendo in giro?. È proprio una peculiarità della mia espressione, non ci posso far nulla. Avvertivo sempre, nei camerini prima di andare in onda: attenzione ragazzi, guardate che io ho questa faccia, poi non lamentatevi.

In effetti la sua espressione lasciava sempre un po’ sgomenti.
Diciamo che la mia espressione era come sono solite essere le donne, più rifuggono più creano attenzione (ride, ndr).

Forse, e mi perdoni se mi ripeto, ma a sentirla pare che lei non si rende conto dell’impatto che ebbe il suo lavoro all’epoca…
No no, ne sono consapevole, ma appunto era il mio lavoro, le cose extra non avevano alcun valore per me. Tra l’altro la maggior parte delle persone crede che io mi chiami Giustopio tutto attaccato.

Guardi che in internet, nei vari forum, nei siti di appassionati è ancora zeppo di gente che reclamano a gran voce il suo nome.
Sì, lo so, continuano a chiamarmi per conferenze, concerti e quant’altro da tutta Italia. Aosta, Macerata, Pordenone, ecc. Vogliono addirittura pagarmi il viaggio. Ieri mi han chiamato da Chioggia. Benedetti ragazzi, io a Chioggia andavo in bicicletta col violino in spalla quand’ero adoelscente, a suonare per qualche lira.

Entra la moglie a ricordare un pressante impegno del tardo pomeriggio, decidiamo così di non approfittare ulteriormente della gentilezza e disponibilità dimostrataci e chiudere qui la lunga chiacchierata. Pio si alza e ci accompagna alla porta dopo mille ringraziamenti. Abbraccia la moglie mentre ci saluta dalla veranda di casa con un sorriso senza età. Sì, spero che ritorni presto l’era del cinghiale bianco.

Intervista a Giusto Pio | © MUSICLETTER.IT

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