Mercoledì, 4 Luglio 2012

(Ri)visti in TV: Kill Bill, Vol. I e Vol. II, di Quentin Tarantino (2003)

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Quentin Tarantino sin già con Pulp Fiction mostrò la propria scaltra capacità di sedurre il pubblico - poco a poco - fino a conquistarlo nell’assoluta padronanza dei meccanismi cinematografici e nella completa conoscenza delle regole dello star system. La divisione in due parti, però, della contesa fra Bill e la sposa non fu decisa (solo) per ragioni economiche ma soprattutto per esigenze di natura squisitamente narrativa. Il volume 1, infatti, è solo il preambolo che lancia un’esca a cui abboccheranno gli spettatori del volume 2 perchè Kill Bill, in fondo, è un gigantesco gioco o, meglio, una sfida sottile tra Tarantino e il pubblico alla pari di quella (ben più pericolosa, però) che la Sposa lancia alle sue rivali e a Bill stesso. Il guanto viene scagliato dall’autore americano nel primo volume che è una straordinaria iper-realistica vertigine citazionista di più tòpoi cinematografici: il kung-fu, gli spaghetti western, Seijun Suzuki, Akira Kurosawa, Bruce Lee, Luis Bacalov, Ennio Morricone, Brian De Palma per finire ai manga-anime del sol levante. Rutilante e fumettistico, sebbene in alcuni punti forzato e farraginoso, colmo, però, di indimenticabili sequenze: i duelli con cui la sposa Thurman - icona tarantiniana - sconfigge le 88 guardie del corpo di O-Ren e il ritualistico confronto fra le due rivali nel cortile sotto la neve. Prolegomeni affascinanti e suggestivi al “volume 2”, più lineare e soprattutto concentrato sullo svolgimento delle premesse iniziali, più (apparentemente) dimesso nelle riprese che utilizzano in alcuni momenti la macchina a mano e una fotografia sgranata ma funzionale al nuovo registro narrativo. Una magistrale introduzione in bianco e nero rievoca la strage di El Paso (che tutto ha originato) collegandosi al prologo del volume 1, sempre in bianco e nero, che si apriva, a sua volta, con il primo piano della sposa ferita. Uscita a forza di pugni dalla bara in cui l’aveva sepolta viva Budd (un momento di grande tensione e di sicuro effetto in cui Tarantino rimanda al Fulci di “Paura nella città dei morti viventi”), la Sposa, già Black Mamba, che ora si chiama Aileen, si sbarazza di Elle Driver e si trova faccia a faccia con Bill. È l’ultima meravigliosa lunga sequenza in cui si rivela il feroce amore che lega Bill ad Aileen, ora chiamata con il suo vero nome: Beatrix. Era stato lui ad ordinare per gelosia la strage di El Paso - “ero un killer che uccideva per te” - e quello che era un grande amore si conclude con un duello alla spada e con il colpo delle cinque dita che fa scoppiare il cuore a Bill…fino al ricongiungimento con la piccola figlia Bibi. La violenza esasperata di una specie di western “leonino” si trasfigura, pertanto, in un dramma che è al contempo travolgente ed infantile - tarantiniano allo zenith quindi - dove amore e morte finiscono per mescolarsi e confondersi in un processo di totale identificazione. E’ la pagina più alta di un film gonfio, assurdo ma tenerissimo che è in costante bilico tra avventura ed un amore, urlato e dolente, che riscatta l’ipercinesi alla “Shaw Brothers” delle premesse. Una (de)mistificazione del thriller, del western, degli hong kong wuxiapian, del melodramma, dell’horror, citazionisticamente narcisista e compiaciuta, non manierista però, ma autenticamente e rispettosamente nostalgica che, grazie alla spregiudicatezza tracotante ed ironica del suo autore, diventa il capolavoro “emblematico” di un cinema che si ciba dei suoi generi per sorprendere, spaventare, irretire e, in definitiva, divertirci. (Nicola Pice)

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