Martedì, 2 Ottobre 2012

David Bowie - Low, 1977 | Recensione

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Low. Basso. E in effetti così si sentiva Bowie dopo anni di eccessi tra New York e Los Angeles. Un nanismo psichico che lo schiaccia verso gli abissi dello spirito. Sempre più in fondo. Fino a schiacciarlo. Low. David vuole trovare riparo dalle piogge di cocaina che lo hanno inzuppato e reso ipocondriaco e vuoto. Magro e pallido come il lenzuolo di un fantasma. Così smagrito da poter contare ogni singolo osso del suo corpo.

Così pieno di droga da non riuscire più a dormire. Insonne e disperato, Bowie sceglie Berlino come rifugio per la sua inquietudine e come stimolo per la sua rinascita personale e artistica. Una vera e propria fuga dal centro mondiale della cocaina, della cui dipendenza David comincia ad avere una paura folle. Una fuga dal successo, quello descritto appena due anni prima con John Lennon sulla Fame che chiudeva Young Americans e gli regalava il suo miglior risultato americano. A Berlino, nell’immensità imponente e solenne di quelle strade infinitamente grandi, nell’austerità muta di quel muro che divide il mondo in due, Bowie può tornare ad essere il Signor Nessuno. Struccato e avvolto in un anonimo cappotto va ai funerali di Ziggy Stardust e di Halloween Jack. Poi, si reca agli studi Hansa di Berlino Ovest, dove ad attenderlo c’è Brian Eno, per il missaggio finale di Low e per scalfire assieme a lui quel gelido blocco di granito che è Warszawa.

È il centro gravitazionale di un album che sarà una delle maggiori influenze sul piano estetico delle imminenti esplosioni new wave, synth-pop e neo-romantica. I Tubeway Army, gli Human League, i Duran Duran, gli Ultravox, i Freur, i Japan, i Tuxedomoon, i Simple Minds iniziano da qui. Dai sibili decadenti di Weeping Wall, da Art Decade, da Subterreans così come dalle fiamme fredde che avvolgono il funk di Speed of life, dall’art-rock di What in the world, dalle autostrade di vetro che fanno da pista per Always crashing in the same car. Anche la visione neo-realista e filonazista dei primi Joy Division comincia dichiaratamente da qui. Lontano dalle stanze dell’Hotel California, David Bowie reinventa se stesso, nella fredda notte berlinese. Such a lowely place. Such a lowely face. (Franco Dimauro)