Mercoledì, 16 Gennaio 2013

Allah-Las - S.T. (2012)

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La prima domanda è “perchĂ© proprio loro?”. E non so ancora darmi una risposta precisa anche se qualche ipotesi la azzardo con la presunzione di non andare troppo lontano dalla realtĂ . La digitalizzazione del mercato della musica (intesa come presenza massiccia sulle piattaforme digitali divorate dal grosso pubblico ma pure come presupposto necessario per raggiungere un numero di giornalisti e di canali promozionali molto piĂą elevato e meno selettivo che in passato) ha certamente pesato positivamente sulla diffusione a larga scala della musica del quartetto californiano, ad esempio. Ma va pure considerata la circostanza favorevole di un mercato musicale che, nel suo tessuto disomogeneo e multiforme e nella sua paradossale condizione di trono vacante (perchĂ© tra rientri in scena di vecchi dinosauri, cadute di stile delle glorie del decennio perduto, scioglimenti e abili quanto futili revival montati dalle case discografiche nessuno forse si è accorto che sono scomparsi i gruppi-guida in grado di catalizzare e di stimolare il mercato, fare tendenza, dettare leggi e pretendere di farle rispettare) trova un collante nella frequentazione con musiche domestiche, confidenziali, messe su alla buona, come quando ci si stringe dentro un bunker e si intonano canzoni che non fanno male nell’attesa che la lĂ  fuori la contraerea faccia un buon lavoro. Congiunzioni astrali favorevoli che di certo hanno assecondato le ambizioni degli Allah-Las. Sia come sia, la cosa piĂą stupefacente del loro debutto è il fatto che sia diventato un caso. Come se d’improvviso ascoltare garage song ispirate ai minuscoli gruppi di raccolte come Hipsville 29 B.C., Shutdown 66 o New England Teen Scene sia diventata la cosa piĂą trendy del mondo. Un’operazione di recupero giĂ  tentata periodicamente da miriadi di band senza mai varcare i confini dell’ anonimato o del piccolo stato di culto di settore (penso agli italiani Others e Head + The Hares, agli svedesi Maharajas e Giljoteens o in tempi recenti agli australiani Frowning Clouds) e che ora invece rischia di diventare un fenomeno di massa. Cresciuti dentro il reparto dischi usati dello storico Amoeba Music Store al 6400 del Sunset Boulevard di Hollywood, gli Allah-Las sono diventati dunque, a dispetto di un suono poverissimo e cagionevole, alfieri di un concetto musicale affatto moderno che affonda le sue radici nella musica di nicchia degli anni Sessanta in bilico tra folk-rock e beat da cantina andando a ficcare la loro bandiera tra le chiappe di Pitchfork (la tendenza) e New Musical Express (il tendenzioso) e conquistando il Guardian così come le webzine italiane che fino a ieri pensavano che il neo-sixties fosse un piano previdenziale integrativo per i baby boomers. Una sovraesposizione che potrebbe sortire effetti insperati per la sommersa scena di derivazione beat che da sempre vive schiacciata dalla pesante balenottera indie e che potrebbe preludere ad una nuova caccia alle Pepite sdoganando di fatto la musica garage alla generazione nata nell’era post-Cobain. Staremo a vedere. Intanto c’è questo disco qui, presentato alla stampa dal distributore italiano come colmo di richiami agli Standells e ai Remains. Tanto per guastarvi la cena vi dirò che non ci sono nĂ© gli uni nĂ© gli altri. Mystic Five, Euphoria’s ID, Elite e soprattutto Uncalled For, Roots (cui rubano It’s been a long journey) e Nightcrawlers sono piuttosto le band che sembrano avere appeal maggiore sullo stile del quartetto di Los Angeles: piccoli reiterati arpeggi folk sostenuti de una ritmica essenziale, una filigrana che riconduce, oltre al melanconico beat/folk degli anni Sessanta, al guitar-pop di casa Creation e Sarah (Vis-A-Vis è quasi un miraggio di quell’ epoca sconosciuta agli indie-rocker del nuovo secolo). Una fragilitĂ  che è si adesione ad uno stile ma pure un segno dei tempi. Congiunzioni astrali dicevamo. E una gran botta di culo. (Franco Dimauro)

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