Martedì, 26 Febbraio 2013

Big Black - Atomizer (1986)

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Atomizer. Sangue meccanico. Il raccapricciante macchinario che svela al mondo di quale barbarie è capace Steve Albini, l’americano medio. Lancinante e disumana, la musica dei Big Black è la crocifissione dell’hardcore americano. Ogni pezzo, un rivetto piantato a carne viva nel corpo agonizzante del punk. Mefistofeliche e aberranti le canzoni di Atomizer hanno più a che fare col raccapriccio che con la musica. Dinamicamente torturate dall’uso della drum machine, deflorate da una spasmodica e angosciosa sconfessione di ogni struttura armonica, umiliate dal tono spento da serial killer di Albini, le tracce di Atomizer sono palazzi sventrati e rasi al suolo. Corpi prosciugati come tavole di legno rinsecchito accatastati in attesa del prossimo abuso. Corpi da cui non esce più alcun rivolo di sangue, neppure per placare la sete di violenza e la fatica (si ascolti il fiatone di Jordan Minnesota) dei loro carnefici. Neppure un alito di aria umida. La musica dei Big Black avanza minacciosa obbligandoci ad assistere allo scempio. Siamo alla robotizzazione dell’ autismo, alla definizione sonora della sua paralizzante voragine interiore, all’esibizionismo vissuto come catarsi liberatoria e atto autocelebrativo, destabilizzante e plateale di sbigottimento emotivo. Il tocco dei Big Black è un osceno e maniacale rigurgito di ruote dentate che stritolano con seriale freddezza. La tumulazione robotica del rock‘n’roll. L’asfissiante pressa del cinismo più impassibile davanti alla putrefazione del bello. (Franco Dimauro)


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