Martedì, 26 Febbraio 2013

(Ri)visti in TV - Ispettore Callaghan: il caso Scorpio è tuo! (1971) di Don Siegel

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Il primo film - “Dirty Harry” - della trilogia che vede protagonista il controverso Ispettore Callaghan, a cui seguiranno “Magnum Force” (1973) di Ted Post e “The Enforcer” (1976) di James Fargo, diventa negli U.S.A. un caso politico, in quasi tutti i paesi in cui viene proiettato. Dopo quasi venticinque anni di più che onesta carriera - passata saltando con maestria da un genere cinematografico all’altro - l’opera di Donald Siegel attira su di sé gli strali della gran parte della società americana non già per l’estrema violenza delle scene in essa contenute quanto per la presunta esaltazione delle brutali procedure messe in atto dalla polizia, di certo non “ortodosse” rispetto a quelle codificate dalle norme. L’Ispettore Callaghan, che ha ricevuto il compito di arrestare un pericoloso delinquente di nome Scorpio (da cui il titolo italiano “Ispettore Callaghan: il caso Scorpio è tuo”), non riuscirà a salvare una ragazza sequestrata dal criminale psicopatico (né tantomeno ad assicurarlo alla giustizia: non ci sono prove valide) ma, al termine di un inseguimento, lo ucciderà gettando via, subito dopo, il distintivo della polizia in una celebre sequenza che rimanda agli attimi finali dell’altrettanto famoso “Mezzogiorno di fuoco” di Fred Zinnemann quando lo sceriffo Kane/Gary Cooper si sbarazzava della propria stella a cinque punte. Quello che alla critica dell’epoca sembrò – nella migliore delle ipotesi – uno sbrigativo action movie dal superficiale intreccio narrativo, poco calibrato nella messa a fuoco psicologica dei protagonisti, in realtà può essere considerato un noir cupissimo che, per l’indiscutibile merito del suo autore, combacia perfettamente con la cruda estetica iper-realista della cinematografia degli anni ‘70. L’opaca fotografia di Bruce Surtees a rappresentare il degrado urbano di una San Francisco sudicia e ostile, le dissonanze armoniche della meravigliosa colonna sonora di Lalo Schifrin che incalza lo spettatore con oscillazioni nevrili che spaziano dal funk-rock (humus della exploitation di quel periodo) all’hard-bop di matrice jazz, la convincente interpretazione di Clint Eastwood, introversa maschera da tragedia greca di solitario anti-eroe, sono gli elementi fondamentali di questo film che nel loro insieme contribuiscono alla definizione d’una riflessione sul destino dell’uomo che, sebbene deformata dalla rappresentazione drammaturgica degli eventi, è profondamente desolata prefigurando nient’altro che violenza e al dolore. La società americana, per giunta, appare all’autore ancora primitivamente legata al mito western della frontiera che spiega l’insofferenza a stelle e strisce nei confronti di sistemi giuridici eccessivamente garantisti nel contrasto criminale e la fascinazione, al contrario, per l’eroe anarchico che in spregio alle leggi si fa giustizia da sé. Harry Callaghan non è molto differente, quindi, da un cowboy del passato che per proteggersi dagli indiani o dai comuni deliquenti diventa egli stesso fuorilegge, metafora d’una società che, a dispetto dei proclami d’un presunto progresso civile, non credendo alle leggi che s’è data ha definitivamente rinunciato a rendere il mondo migliore. Nessuna redenzione, dunque: l’autore di questo film è lo spietato certificatore di un inferno in cui i soprusi (ai danni dei più deboli) e l’ingiustizia sono l’unica certezza possibile. (Nicola Pice)


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