Venerdì, 8 Marzo 2013

(Ri)visti in TV: Lasciami Entrare di Tomas Alfredson (2008)

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Il cinema horror ha conosciuto nella sua (ormai lunga) storia di genere cinematografico fasi molto alterne che hanno modificato profondamente la sua natura già, comunque, abbastanza indefinibile. Senza dubbio la sua grande affermazione commerciale avviene negli anni ‘80 del 900 con opere che si misurano soprattutto con il gigantismo produttivo hollywoodiano ma che, nonostante lodevoli eccezioni costituite da film esplicitamente politici e dal grande fascino visivo, perdono forza eversiva per ripiegare in un alveo autoreferenziale che se da un lato assume nuovi significati teorici nell’ambito del rapporto con il senso stesso della “cosa” cinema, dall’altro sembra determinare la nascita di un prodotto sempre più ludico ad usum di un pubblico adolescenziale in cerca di emozioni violente regalate da effetti speciali molto sofisticati ma freddamente fini a se stessi. Se tra la fine degli anni ‘60 e l’inizio degli anni ‘70 del ‘900, l’horror era uscito, dunque, definitivamente fuori dal recinto del cinema di genere per diventare il mezzo con il quale alcuni giovani cineasti indipendenti avevano aggirato la censura che gravava come una pesantissima cappa negli U.S.A. in preda a crisi economica, rivolgimenti e conflitti generazionali, guerra del Vietnam, se l’horror era diventato metafora critica indispensabile per capire la necrosi inarrestabile dell’american way of life, improvvisamente in pieno edonismo reaganiano aveva cambiato pelle e dai temi sociali e dai drammi interiori aveva spostato il proprio baricentro sulla rappresentazione dell’incredibile, del raccapriccio in sé, dell’effettistica sorprendente, della stupefazione sensoriale. Con gli anni ‘80 il cinema dell’orrore era entrato in piena post-modernità auto-citazionista giocando con la pratica della “ripetizione” seriale, con l’eccesso paradossale e la frenesia astratta: un fumetto, quindi, sempre più blockbuster e sempre meno sperimentazione. Con gli anni ‘90 questa tendenza s’è invertita grazie alla forte spinta innovativa dell’estremo oriente - grazie soprattutto a cineasti giapponesi e coreani - che ha determinato una ridefinizione soprattutto estetica dell’horror tale da travalicare i confini “tradizionali” del genere aprendosi, per di più, ad una internazionalizzazione che ne ha rilanciato la produzione e lo ha contaminato con altri generi cinematografici portando alla ribalta nuovi autori: Neil Marshall, Guillermo Del Toro, Alejandro Amenabar, Jaume Balaguerò, Pascal Laugier, Takashi Miike e Park Chan-wook…tra gli altri. “Lasciami entrare” dello svedese Tomas Alfredson del 2008, ispirato all’omonimo romanzo di di John Ajvide Lindqvist, rientra a pieno titolo nella “nouvelle vague” di un cinema horror che oggi va continuamente rimodellandosi per ampliare, in definitiva, le possibilità stessa della visione. Uscito in piena Twilight-era, si distanzia anni luce dalla grossolanità giovanilistica di quel tipo di film sbarazzino, plasticoso ed inconsistentemente levigato. Al contrario: un “unicum” di anomala eccezionalità che, infatti, ha trionfato “letteralmente” nei festival di Tribeca, Neuchatel, Edimburgo, Woodstock, Montreal, Austin e, persino, al coreano PiFan. Un’opera meravigliosa nella sua straniante alternanza di tenerezza e ferocia il cui tessuto narrativo si nutre molto di quella malinconica allure scandinava che finisce per influenzare e caratterizzate l’arte del nord Europa (si pensi, ad esempio, al mood dolce-amaro delle indiepop-bands musicali che proliferano da quelle parti). Un film che, nondimeno, è anche molto di più nella sua manifesta ambizione di proporsi come esempio di un cinema (dell’orrore) che respinga la dittatura degli artifici di scena hollywoodiani, dell’iper-dinamismo del montaggio e della congruità delle azioni poste - sempre e comunque - in un rapporto di causa-effetto per lasciar spazio alla forza immaginativa dello spettatore che deve perdersi nella dilatazione dei tempi, nell’incanto delle inquadrature fisse in cui i movimenti della macchina da presa sono quasi impercettibili, nei campi lunghissimi dove le figure degli attori sembrano dei puri segni grafici bidimensionali, nei fortissimi chiaroscuri che destabilizzano il senso dei volumi e della profondità (“Lasciami entrare” deve moltissimo all’espressionismo tedesco: al “Nosferatu” di Murnau e, più recentemente, al “Martin” di Romero). Il vampirismo è l’apparente leitmotiv dell’opera che, tuttavia, viene depauperato della sua ferocia grand-guignolesca - sebbene non manchi il sangue - e di qualsiasi velleitario pseudo-sociologismo per concentrarsi sul metaforico tema della “diversità” che impedisce la comunicazione verso il mondo esterno a due adolescenti di una piccola cittadina nei pressi di Stoccolma. Poco importa che uno - l’introverso ragazzino Oskar - abbia problemi perché vittima di una travagliata situazione familiare e che l’altra - la spavalda, feroce, ma in fondo, dolcissima Eli - sia una vampira e, dunque, destinata alla marginalità per la sua stessa natura. In questo film ciò che conta davvero, infatti, è la descrizione dell’incontro di due solitudini, dell’infelicità di due creature che prima si conoscono, poi si accettano e alla fine si amano. Per quanto due mondi siano lontani - sembra volerci dire Alfredson - le distanze possono essere colmate così come il dolore e la solitudine possono essere leniti. Il regista non indaga la radice ontologica della diversità - come aveva fatto per esempio Abel Ferrara in “The addicition” - ci chiede solo di comprenderla come possibile chiave di volta delle nostre esistenze. I due adolescenti “problematici” che si agitano in un paesaggio urbano desolato in cui s’alterna il candore della neve all’intensità del sangue consumano, per l’ennesima volta, il “Racconto crudele della giovinezza”, il racconto di quella stagione esaltante ed al contempo travagliata della vita, fortunatamente in chiave visionaria ed assolutamente antiretorica - ma al contempo “delicata” e “crudele” - e più aperta alla speranza del capolavoro di Oshima. Il film di Alfredson conferma ancora una volta che il cinema (impropriamente o a ragione detto) dell’orrore è il luogo privilegiato della rappresentazione estrema della realtà ma anche della sua rielaborazione fantastica. (Nicola Pice)


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