Venerdì, 15 Marzo 2013

David Bowie - The Next Day, 2013 | Recensione

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Risorgere. È questo l’imperativo dominante sul disco che segna il rientro artistico di David Bowie. Un album che non rinnega nulla della lunga storia dell’ artista fino ad autocelebrarsi nella copertina che lo introduce.

C’è il Bowie notturno e quello illuminato dallo stroboscopio, il Bowie eroico e quello ordinario, il Bowie berlinese e quello americano, il Bowie col trucco e quello nudo, il Bowie sintetico e quello elettrico, il Bowie pel di carota e quello caduto dalla Luna, il Bowie innamorato del soul e quello innamorato solo di se stesso. The Next Day è un disco di riconciliazione e di misurata bellezza, che evita le sorprese (quelle belle e anche quelle brutte) e si accontenta di tenerci compagnia. Avendo già esplorato le vette, Bowie si limita a passeggiare per i pascoli meno scoscesi riducendo al minimo il rischio di scivolare, ricordandoci che su quell’ erba sono ingrassate le mandrie che abbiamo visto sciamare fino al macello, dai Simple Minds (I‘d rather be high) ai Morphine (Boss of Me), dai Muse (How does the grass grow?) ai Bauhaus (Heat).

Bowie ha smesso di crescere in verticale, respinto e costretto a ridiscendere la pertica da un Dio impensierito e presuntuoso. Ho ucciso me stesso per riempire la coppa, su questo altare che prometteva pietà. Ancora e ancora. Perché si abbondasse di sangue e dolore. Ho tolto le scarpe perché il mio sacrificio non svegliasse chi era intento a sognare di sogni troppo incantevoli per poter venire turbati. Ora tu ridi del mio dolore chiamandolo vano. Eppure non dovresti. Perché nessun dolore è inutile. Solo la felicità lo è. (Franco Dimauro)


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