Lunedì, 25 Marzo 2013

The Seeds - A Web of Sound (1966)

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La seconda tappa della carriera artistica dei Seeds e della recente collana di ristampe che la ripercorrono si intitola A Web of Sound. Ristampa lussu(ri)osa in doppio cd che include le intere versioni stereo (fantastica, con l’originale missaggio che prevedeva la voce di Sky al centro dei sue canali stereo, a dominare tutto) e mono dell’album che confermò i Seeds come una delle band più rivoluzionarie, per suono, attitudine e immagine, degli anni Sessanta. L’ammirazione fanatica di Sky Saxon per Mick Jagger e gli Stones raggiunge l’apice nella primavera/estate del 1966, dopo la pubblicazione di Aftermath, l’album con cui gli Stones prendono le distanze dal blues e dal rock ‘n roll basico lasciando filtrare una concezione più complessa e psichedelica della scrittura che poi verrà elaborata più compiutamente su Between the Buttons e Their Satanic Majestes Request. È quello il disco che Sky ascolta durante la realizzazione del secondo album dei Seeds, pubblicato a pochissima distanza dal primo per sfruttare il successo della loro Pushin’ Too Hard che nel frattempo ha raggiunto la Top 40 spinta dalle rotazioni radiofoniche di alcune emittenti locali, prima fra tutte la KRKD di Los Angeles e del loro deejay Dick Hugg. Se è innegabile l’influenza stonesiana in fase compositiva, in particolare su I tell myself e sulla lunghissima Up in her room scritta come risposta agli undici minuti di Goin’ Home, è tuttavia del tutto errato, capzioso e poco obiettivo liquidarlo come un disco/carta carbone perché, nei fatti, non lo è. Da una diversa prospettiva potremmo infatti considerarlo, cosa che vale parzialmente anche per il primo, un album che anticipa le soluzioni acide doorsiane che domineranno l’ immaginario del rock californiano da lì a poco. L’enfasi a tratti quasi barocca delle tastiere di Daryl Hooper (si ascolti Mr. Farmer) e le sfuggenti chitarre scivolose di Jan Savage (ad esempio quelle di I tell myself o A faded picture, la cui melodia richiama alla mente la struggente Signed D.C. dei Love) è infatti (al pari del blues elettrico dei Blues Magoos con il cui Psychedelic Lollipop questo A web of sound rivela invece all’ascolto importanti analogie), ambasciatrice del sound dei Doors. Allo stesso tempo, pur nei limiti angusti del concetto minimale cui le canzoni dei Seeds sono in qualche modo costrette, A web of sound rappresenta una buona evoluzione rispetto al disco d’ esordio, soprattutto tenendo conto dei ristrettissimi tempi che lo separano da quello: appena sei mesi. C’è il tentativo, in parte riuscito, di superare lo schematismo di Pushin’ too hard e di dare più respiro alla musica con l’aiuto fattivo di Hooper, Jan Savage (in termini creativi), Harvey Sharpe e Cooker Desrosiers dei Groupies (in termini squisitamente strumentali) e lo sforzo ambizioso e solo parzialmente fallito, di superare lo scoglio del minutaggio punk per allestire un melodramma acido che, sulla falsariga di Revelation dei Love e Goin’ Home dei Rolling Stones possa spingere il bottone dell’Elevatore psichedelico per portarlo ben oltre i piani alti del ricamo beat. Up in her room, allusiva e onirica, non riesce tuttavia a liberarsi del tutto del limite espressivo dei Seeds di costruire brani su piccoli, reiterati, elementari fraseggi. I suoi quindici minuti di palpeggiamenti erotici si risolvono in un interminabile preliminare sessuale senza tuttavia giungere mai all’orgasmo liberatorio. Faranno molto meglio i Doors, l’ anno successivo, con la loro apocalittica The End, dimostrando come i “semi” che erano stati piantati fossero in realtà quelli di una pianta carnivora. A fare compagnia alla duplice scaletta di A web of sound ci sono cinque takes dalle registrazioni ai Columbia Recordings Studios che partorirono il disco e altri due inediti risalenti al gennaio ’66: una primitiva e controversa (a causa del testo esoterico) versione di The wind blows your hair e una registrazione di Dreaming of your love. Un po’ in sordina, nella parte conclusiva del secondo cd, è invece schiacciata la scaletta di A full spoon of seedy blues, il debole disco blues inciso dai Seeds assieme alla backing-band di Muddy Waters (che firma le originali note di copertina) ed accreditato, per non sconcertare i fans, alla Sky Saxon Blues Band. Un tuffo nel delta del Mississippi. O un salto nel buio. Dipende tutto da come ci si approccia ad un album che mostra un’ anima completamente diversa da quella anticonformista dei Seeds. Nove pezzi blues, sei dei quali scritti da Saxon, il resto da Muddy e dai suoi uomini. Nove pezzi che scavalcano all’ indietro il concetto moderno alla base della musica dei Seeds e tornano alle radici di tutto. Della musica, di Saxon, dei Seeds, di Dio, del Sabba. (Franco Dimauro)


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