Mercoledì, 27 Marzo 2013

Kagemusha - L’ombra del guerriero di Akira Kurosawa (1980)

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Il successo internazionale della struggente elegia siberiana di Dersu Uzala del 1975 (la cui materia narrativa era ispirata agli scritti dell’esploratore russo Vladimir Klavdievič Arsen’ev) aveva fornito ad Akira Kurosawa, grazie alla proposta e al tenace interessamento di Sergey Gerasimov, la chance di una nuova carriera all’età di sessantacinque anni consentendogli di superare la crisi depressiva dovuta all’insuccesso del sublime quanto sfortunato “Dodès’ka-dèn”. Ridare slancio all’attività cinematografica di colui che era stato definito “l’imperatore” sarebbe potuta apparire affermazione e operazione oziosa perché riferita ad un autore universalmente apprezzato: il regista che più di chiunque altro nella sua patria s’era distinto per varietà di soggetti, padronanza stilistica e contaminazione tra le tradizioni della civiltà orientale e la cultura occidentale. La crisi economica che aveva investito il “sistema cinema” del Giappone aveva, però, ridotto al lumicino l’attività cinematografica di altri importanti registi del sol levante: Keisuke Kinoshita, Kon Ichikawa e Masaki Kobayashi, in particolare, tra gli altri. Il ritrovato interesse per la materia filmica e la rinnovata intraprendenza del suo autore più prestigioso ridava entusiasmo all’intero movimento cinematografico nipponico ponendo, quindi, le premesse per un suo possibile rilancio. L’esperienza “sovietica” di Kurosawa aveva inequivocabilmente dimostrato che la strada giusta da percorrere per il cinema giapponese era quella delle coproduzioni internazionali lasciando da parte l’autarchia (vizio storico per un paese da sempre votato all’isolazionismo) in attesa di tempi “finanziariamente” migliori. Accantonato il progetto di un adattamento cinematografico de “Le memorie dalla casa dei morti” di Dostoevskij e del “Re Lear” shakespeareiano (che vedrà la luce solo nel 1985 con lo stupefacente “Ran”), la prossima opera del maestro nipponico è resa possibile nel 1980 grazie al generoso apporto economico dei registi americani Lucas e Coppola che aiutano la Toho films appena risollevatasi dopo il fallimento di “Dodès’ka-dèn”. Kurosawa attinge, dunque, il soggetto dagli eventi storici più turbolenti del suo paese: quelli dell’epoca feudale Sengoku, un periodo di profonda crisi e numerosi conflitti bellici. Siamo, pertanto, in Giappone: nel XVI secolo. Durante l’assedio al castello di Noda, Shingen Takeda - daymio (feudatario) della provincia di Kai - viene mortalmente ferito da un colpo di archibugio la notte in cui ascoltava in compagnia delle truppe un concerto di flauto suonato sugli spalti della fortezza. Prima della morte (che per suo stesso volere dovrà esser tenuta segreta) ordina di proseguire nell’assedio sospendendo, però, temporaneamente il conflitto armato fino al momento in cui l’erede al trono non raggiunga l’età necessaria ad assumere il comando. Svolgerà le sue funzioni un sosia (in giapponese “kagemusha”), un ladro condannato a morte che era stato notato in precedenza dal fratello di Shingen, Nobukado, e che, istruito perfettamente sui compiti da svolgere, ingannerà chiunque: i dignitari di corte, le truppe, i nemici stessi. Quando il figlio di Shingen, Katsuyori, contravvenendo alla volontà paterna, decide di attaccare, il kagemusha riuscirà nell’impresa di condurre alla vittoria le milizie dei Takeda. Il sosia s’è identificato, dunque, in maniera così intensa con Shingen da perdere la propria identità per assumere la personalità del principe: Nobukado s’accorge, persino, che ne usa le parole e compie gli stessi gesti. Sembrerebbe quasi che l’anima di Shingen si sia reincarnata nel corpo del kagemusha. L’inganno viene perpetrato per due anni fino al giorno in cui il cavallo lo disarciona non riconoscendolo come l’autentico padrone e viene cacciato a sassate dalle guardie. Kagemusha/Shingen è, però, così immedesimato nel ruolo di signore feudatario che quando l’impulsivo Katsuyori scatena un altro attacco, che ben presto si trasforma in una carneficina per le truppe dei Takeda falciati dall’implacabile precisione delle arme da fuoco, si getta, lancia in pugno, nel fiume (colorato ormai dal rosso del sangue dei caduti) cercando di recuperare lo stendardo di Shingen ma colpito scompare nelle acque. Articolato in maniera classica in un prologo (la presentazione del sosia a Shingen Takeda), tre atti (caratterizzati ciascuno da un protagonista) ed un epilogo (la sanguinosa battaglia finale), “Kagemusha, l’ombra del guerriero” è un affresco epico (e per questo memorabile) sul Giappone, formalmente impeccabile, visivamente raffinatissimo ai limiti del manierismo figurativo. Un ulteriore stadio del sincretismo culturale del regista nipponico che mescola riflessioni sul potere e sul senso stesso dell’identità (evidenti i rimandi nel primo caso allo Shakespeare del Riccardo II e, nel secondo, al Pirandello de “Il fu Mattia Pascal”) con i rimandi ai poemi orientali sulla guerra (“Heiké Monogatari”). Stupisce, una volta di più, l’assoluta creatività tecnica di Kurosawa: la capacità di dirigere, sempre con più cineprese alla volta, le sequenze delle due battaglie oppure la discesa rapidissima del messo lungo le scale del castello di Noda con panoramiche e movimenti di macchina vertiginosi e coinvolgenti che vengono assemblate con un montaggio (effettuato personalmente dallo stesso autore) così preciso che riesce a far coincidere il movimento stesso della cinepresa con quello dei personaggi conferendo alle scene un dinamismo di straordinaria plasticità espressiva. La ricercatezza cromatica del team fotografico (Miyagawa, Saito e Ueda) ha pochi eguali nella storia della cinematografia contemporanea: quasi tutta l’opera viene girata all’alba o la tramonto impiegando tinte in sottotono o in alternativa colori impastati per immergere la narrazione tutta in un’atmosfera onirica evocatrice d’una mitologia fantastica che è senza dubbio la caratteristica spirituale del Giappone e che avvolge la successione cronologica degli atti. La puntuale ricostruzione degli avvenimenti storici, infatti, poco importa a Kurosawa: sono un pretesto funzionale alla sontuosa rappresentazione figurativa di un’epoca da cui deve emergere innanzitutto la monolitica fermezza dei potenti feudatari - che costituiscono l’esempio del perfetto uomo di governo per il regista discendente di un’antica stirpe di samurai - e in secondo luogo l’insensatezza feroce della guerra e, soprattutto, la follia degli uomini che la combattono. La descrizione psicologica dei personaggi, dunque, è appena abbozzata, rimane volutamente in superficie (al contrario di quello che sarà nel successivo “Ran”), si concentra sulle immagini dei loro volti sfingei, dei loro abiti sontuosamente barocchi, dei loro gesti ieraticamente solenni per riflettere sullo schermo la monodimensionalità da marionette condannate dalla storia ad un destino predeterminato. Solo il Kagemusha è una figura che appare, diversamente dagli altri, eroica perché tenta di riscattare il proprio passato di ladro cercando di svolgere con dignità il ruolo di feudatario ombra, cercando soprattutto di evitare la sconfitta del clan e la carneficina delle truppe truppe dei Takeda. Sarà tutto vano perché è impossibile ribellarsi al fato imperscrutabile ed è anche inutile: gli uomini sono per Kurosawa ombre che s’agitano inquiete sul palcoscenico della vita, condannati dalla loro stessa intrinseca fragilità. Qualsiasi sforzo è puramente illusorio perché “… i forti saranno anch’essi spazzati via come polvere dal vento…”. (Nicola Pice)


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