Mercoledì, 8 Maggio 2013

Tom Verlaine - Words from the front (1982)

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Non è il migliore dei vangeli di Verlaine, giusto? Ve l’hanno scritto tutti, non serve che ve lo ripeta io. Un disco poco convenzionale il terzo solista di Tom Verlaine. Un album strampalato, disomogeneo, scostante. Un disco che parte dal fango (quello dell’immensa title track) e arriva fin nello spazio (i rumori spuri del viaggio cosmico di Days on the mountain). In mezzo, noi. Affascinati, stregati, conquistati ancora una volta dal chitarrismo onirico e brillante del biondo eroe newyorkese. Uno che con dieci dita riesce a fare quello che voi non potreste fare neppure se ne aveste venti, cento, mille. Un visionario. Uno che sogna e che ci racconta i suoi sogni. E che stavolta sogna pure della guerra, e ce la descrive: 23 gennaio. La strada è stata cancellata. Ha piovuto per tre giorni di fila e ora siamo coperti di fango fino alle ginocchia (…) ed ecco laggiù, quattromila uomini stesi. Il generale ordina “Attaccate, ancora!”. Parole dal fronte, giustappunto. In sei minuti e quarantadue secondi di gelo. Il Verlaine più rassicurante, perché già familiare, quello dalla chitarra scintillante, dai piccoli riverberi luminosi è quello di Present Arrived (dove per chi sa vedere c’è già tutto il Verlaine di A town called walker), Postcard from Waterloo e True Story, tutte sistemate in fila nella prima parte dell’album, ad accoglierci come maggiordomi in livrea prima di farci accomodare nella stanza degli orrori di Clear it away, improbabile visita tra le brande del dub terminale di Public Image Ltd, Bauhaus e Tuxedomoon con Fred Smithnel ruolo di Jah Wobble e Jay Dee Daugherty in quello di Kevin Haskins. Coming Apart è il brano più breve e serrato del disco, a separare il pathos della title-track dalla lunga chiusura affidata a Days of the mountain, tenuta incollata da un gelido battito di batteria che procede senza la minima alterazione per nove lunghi minuti. Quasi un’ ingiuria allo stile di Allan Schwartzberg (l’uomo dietro i tamburi sul primo Peter Gabriel, sul progetto funky ispirato a Star Wars dei Meco e su Twin Peaks dei Mountain). Attorno a quell’uno-due meccanico, un flipper di note di bassi sintetici, di tastiere amorfe e trionfali e di ectoplasmi e arabeschi chitarristici che appaiono e scompaiono come le mani di Fripp sulle sbarre di una gabbia Daft Punk. Dopo il fronte, le patrie galere. (Franco Dimauro)


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