Giovedì, 6 Giugno 2013

Greg Stackhouse Prevost - Mississippi Murderer (2013)

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Un’icona del garage punk degli anni Ottanta. Tutto solo. Nel verde. Ovvio che la mia mente corra al White Trash di Rudi Protrudi. E pure che, non avendo del tutto gradito quel disco, la cosa non mi metta di buona lena. Il fatto che poi Mississippi Murderer sancisca e ufficializzi la fine dei Chesterfield Kings non mi ha aiutato nell’approcciarmi a questo debutto in solo (al suo fianco ci sono in realtà Alex Patrick degli Ohms, Keenan Bartlett degli Absolutes e Zachary Koch dei St. Philips Escalator) di Mr. Greg. E invece mi sono divertito un casino, nonostante Mississippi Murderer sia stato cucito usando per sagoma i calchi di gesso delle nerchie di Mick Jagger e Keith Richards. Le signore che volessero provare, possono accomodarsi. L’amore di Prevost per il blues è cosa nota e resa manifesta già coi Chesterfield Kings dell’età di mezzo, cosi come l’ ossessione per gli Stones e lo street rock‘n’roll dei loro epigoni americani come New York Dolls e Johnny Thunders. Le due passioni convivono dentro questo disco rivelando tra l’ altro le buone qualità del suo artefice come autore, chitarrista e armonicista. Mississippi Murderer alterna ottimi episodi originali (Downstate New Yawk Blues, Never trust the devil, Death rides with the morning dew, Too much Junk, Get Myself Home) a riscritture abbastanza spietate (quindi lontane dal rurale feticismo ma pure dall’approssimazione eccessiva di un disco come Drunk on muddy water, ad esempio: si confronti la I got ramblin’ di Robert Johnson proposta su entrambi i dischi) tra cui svettano una Hard Time Killing Floor Blues da fare invidia a Jack White, la salma di John The Revelator stesa sulla camera ardente della Factory newyorkese e una strepitosa rilettura di Hey Gyp di Donovan che qualcuno ricorderà forse nella versione dei Vietnam Veterans ma che qui, con la blues-harp di Greg, diventa una roba degna del letto caldo di una baldracca. O di un trans. Felice di essermi ricreduto, Mr. Prevost. E perdoni la diffidenza come io perdono le sue scarpe. (Franco Dimauro)


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