Giovedì, 5 Settembre 2013

(Ri)visti in TV: Three Times di Hou Hsiao-Hsien (2005)

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Three Times ovvero, tre tempi diversi per rappresentare “diversamente” altrettante differenti storie d’amore. Hou Hsiao-Hsien (最好的時光) sceglie come palcoscenico del film la sua Taiwan vista, però, in epoche tra loro distinte. Nel primo episodio, un tempo per amare (a time for love) ambientato nel ‘66 a Kaohsiung, il giorno che precede la partenza al servizio militare, un giovane s’innamora di una ragazza che lavora in una sala da biliardo. Il secondo, un tempo per la libertà (a time for freedom) 1911, vede un giornalista che ha a cuore le istanze patriottiche anti-nipponiche frequentare una cortigiana in una casa d’appuntamenti. Nell’ultimo, ambientato a Taipei nel 2005, un tempo per la gioventù (a time for youth), si dipana una relazione tormentata e anomala fra un fotografo ed una cantante rock. Il minimalismo malinconico, struggente e delicato, dell’autore è al servizio di un’opera che è tutta tesa alla dimostrazione dell’impermanenza dell’amore ovvero dell’impossibilità dell’amore stesso di lenire la sofferenza umana proprio per l’inevitabile intrinseca fugacità dei sentimenti. Hou Hsiao-hsien descrive le storie in maniera esteticamente differente le une dalle altre adoperando registri cromatici che passano dalla neutralità del primo atto, comunque molto nostalgico, all’espressionismo caldo del secondo fino alla glacialità del terzo, quello sicuramente più drammatico e straziante. Il regista rappresenta non l’incontro di esseri umani che intrecciano relazioni interpersonali bensì “monadi” la cui solitudine e dolore non può essere placata perchè troppo grande è l’incapacità umana di comunicare e condividere sentimenti che non siano solo incontri rapidi ed intempestivi che alimentano, alla fine, l’amarezza per la loro totale inautenticità. Il film, pertanto, va intenso come un percorso circolare (le storie che, per l’appunto, circolarmente e simbolicamente s’intersecano per dimostrare una tesi univoca) che distrugge il meccanismo razionalistico (dialetticamente hegeliano verrebbe da dire) della reconductio ad unum, dell’unità del contraddittorio, dell’unità degli opposti di cui è imbevuta la cultura occidentale. La cultura teleologica del divenire ultimo, della risoluzione dei contrasti, della spiegazione ad ogni costo che ha avuto in Hollywood il suo contraltare cinematografico. Il credere che non ci sia sviluppo (in senso lato) senza il passaggio automatico da ciò che è in sé (potenza) a ciò che è per sé (atto). Nell’opera di Hou Hsiao-hsien, al contrario, dunque, c’è la “circolare” ripetizione della rappresentazione del tentativo impossibile di redenzione attraverso l’incontro amoroso che è infruttuoso perchè persiste il disequilibrio tra ciò che si vorrebbe e ciò che si è. “Three Times” ci fa sanguinare il cuore con l’inganno della sua straordinaria bellezza figurativa e quando ci sembra d’essere già in salvo…è ormai troppo tardi e l’anima è già sprofondata in un languore mortale. Hou Hsiao-hsien mette in scena tutta la propria grazia di autore a cui nulla sembra precluso. Il citazionismo pittorico che rimanda alla visionarità di un Katsushika Hokusai si fonde agli iconici furori pop del primo episodio quando la radio trasmette fuori campo le struggenti melodie di “Rain and Tears” degli Aphrodite’s Child e di “Smoke Gets in your Eyes” dei Platters consegnandoci, probabilmente, una delle scene più erotiche e coreografiche della storia del cinema: una partita di biliardo tra un uomo e una donna silenziosa in cui gli sguardi s’intrecciano muti fra palline che rotolano e movimenti lentissimi di macchina che sembrano seguire traiettorie impossibili di seduzione. La sensuale voluttà del secondo episodio che s’infrange ben presto sulle rigide convenzioni sociali che rendono (in questo caso) impossibile la naturale prosecuzione di un amore sottraendolo alla clandestinità del mercimonio è forse l’esempio più eclatante di uno sperimentalismo che spinge in avanti le teorie sulla sonorizzazione: dialoghi rarefatti (la tecnica di ripresa è quella di un film muto a colori) le cui frasi sono scritte sui cartelli e melodie tristissime sullo sfondo della ritualistica degli incontri amorosi e del tè e di rumorose voci fuoricampo. Un tempo per la gioventù, invece, è soffocante in una drammaticità che galleggia atona sui brani della cantante rock nell’esemplificazione di un dolore irriducibile e senza speranza. Ben contrappuntata dalla comunicazione asettica che si svolge tra i due amanti che si parlano solo attraverso cellulari o computer. Rimane, alla fine, per noi spettatori la sensazione della grazia sublime ed irraggiungibile di un cinema che sa coniugare tradizione ed avanguardia, di un intenso flusso emozionale che vorremmo non s’interrompesse mai. (Nicola Pice)



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