Sabato, 14 Settembre 2013

(Ri)visti in TV: Tony Manero di Pablo LarraĂ­n (2008)

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La sequenza conclusiva con cui RaĂąl si congeda dallo spettatore - e da noi spettatori - per riprendere a sgranare il rosario di un’esistenza tanto vuota quanto fallimentare sintetizza magistralmente il senso (?!) di “Tony Manero“, opera seconda del cileno Pablo Larrain. La fissitĂ  di uno sguardo privo di un qualsiasi segno emozionale, prigioniero della propria mediocritĂ  e della propria abiezione, fornisce in maniera compiuta la misura della profonda angoscia esistenziale in cui si dibatte il protagonista del film. La passione per il ballo e la partecipazione a un concorso televisivo - volto a trovare il sosia del Tony Manero de “la febbre del sabato sera” - non è solo un obiettivo ma la sola strada per la legittimazione del sĂ©, per il riscatto dal cono d’ombra di una vita insignificante uguale a quella di mille altre vite. Niente e nessuno può frapporsi ’sì che diventa legittimo per RaĂąl/Manero uccidere chiunque possa ostacolarlo. L’assurdo di una quotidianitĂ  in cui la dittatura militare annulla la coscienza critica e l’individualitĂ  contamina i gesti di cui si sostanzia il film: i passi di danza, la preparazione delle coreografie, la prova dell’abito, la tintura dei capelli, il palcoscenico del locale in cui si svolgerĂ  l’esibizione - persino la ferocia controllata con cui si compiono gli omicidi - e la confonde come una nebulosa indefinibile restituendoci il non-sense della banalitĂ  della vita quando è attraversata dalla banalitĂ  del male. Larrain mescola i toni – l’ironia (poca) al cinismo - utilizza il finto documentarismo di una macchina (da presa) a mano quasi sempre fissa sul protagonista, alterna campi lunghissimi a primi piani di false soggettive, azzarda crossover spazio-temporali, dissemina la trama dei simboli del potere del regime, agita il corpo di RaĂąl/Manero come un simulacro depauperato dell’anima stessa. Senza retorica, asciutto ed essenziale, mette in scena la soffocante prevalenza del nulla. Il sogno di RaĂąl/Manero che svanisce rappresenta per Larrain l’impossibilitĂ  stessa del riscatto umano e nel suo sguardo, in fondo, c’è l’implicita consapevolezza dell’orrore della vita. Neanche il doppio - figura ideale a cui tendere - può garantire la persistenza di un progetto e il futuro stesso. “Tony Manero”, premiato nell’edizione del “Torino film festival” del 2008, è la prima delle opere che compone la trilogia dedicata da Pablo Larrain alla dittatura cilena a cui è seguita “Post mortem” (2010) – storia di un impiegato all’obitorio di Santiago, anche lui omicidia, che nei giorni del golpe di Pinochet vede arrivare il cadavere del presidente Allende e ne assiste all’autopsia – e “No – I giorni dell’arcobaleno” (2012), quella piĂą speranzosa, che racconta la vittoria delle opposizioni di sinistra al referendum del 1988 voluto dalla Giunta militare allo scopo di legittimarsi e restare in carica per altri dieci anni. “Tony Manero” è, dunque, una crudele metafora dell’implacabilitĂ  della corruzione sociale e della vita stessa. Un film doloroso la cui visione, però, si rende necessaria. Cupo e squallido come il palco in vetrocemento su cui RaĂąl/Manero si esibirĂ  e altrettanto gelido ma irrinunciabile. Forza, allora: “you should be dancing, yeah…” oppure salite su un tram che vi porti chissĂ  dove. Tanto è uguale: non cambierĂ  nulla. (Nicola Pice)



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