Venerdì, 27 Settembre 2013

The Beatpack - The time and the pleasure (2013)

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Dei Beatpack ricordo innanzitutto le demo. Cassette piene di scalcinate cover come The Egyptian Thing, I despise you, Leavin’ here, Mama keep your big mouth shut e originali vibranti di beat punk e rhythm ‘n’ blues così come ce lo avevano insegnato i Pretty Things che il mio amico Hugh Dellar mi spediva dentro buste imbottite a bolle d’aria che mi divertivo a scoppiare mentre la band teneva occupato il mio impianto stereo. Era il biennio 1987/1988, un’epoca in cui, una dopo l’ altra, le più grandi band del neo-sixties cadevano giù come pedine di un assurdo e tristissimo domino, chiudendo definitivamente le porte delle loro cantine oppure (a volte meno dignitosamente) cambiando sarto, musica e finanche sogni, ideologie e obiettivi. I Beatpack erano dunque all’epoca uno dei pochissimi gruppi inglesi ad assurgere al ruolo di “missing link” tra i due periodi: quello dei medi anni Ottanta e quello del primo scorcio del nuovo decennio, stupidi figli delle ingenui asperità (siano esse garage, R’n’B, psichedeliche o beat) delle teen-band degli anni Sessanta. Un bagliore di luce in quegli anni contraddistinti prima dalla progressiva banalizzazione di alcuni gruppi chiave della vecchia guardia (vedi Pandoras, Wylde Mammoths, Creeps, ecc.) e quindi dal parallelo esplodere di nuove (?) forme musicali (lo Stooges-revival, il Sub Pop sound, il funky-metal, ecc.) ed il relativo mutamento di interessi e attenzioni delle testate “specializzate”, subito pronte a ripudiare tutto ciò che sapeva di garage-punk e a esaltare i nuovi trend, relegando il sixties-sound a merce di Serie B per il solito pubblico di irriducibili che aveva portato alle stelle, pochi anni prima, bands come Gravedigger Five o Unclaimed. Insomma, una nebbia quasi impenetrabile che non lasciava nessuno spiraglio alla rinascita del Sixties-sound. I Beatpack vennero fuori da questa nebbia. Da quest’appiccicaticcia merda umida che gravava sul pianeta. Con la stessa ignobile furia giovanile che era stata di Peter and The Blizzards o dei Nightcrawlers. E avevano quasi il vuoto attorno. In meno di cinque anni i Beatpack avrebbero scritto alcune delle più belle pagine di moderno R’n’B bianco, capaci di reggere il confronto con le classiche songs di Outsiders, Pretty Things, Q65 o Fairies e di tenere testa, perlomeno in quella Germania che grazie al contratto con la Screaming Apple diventa la loro seconda patria, all’alternative rock dei Nirvana e al suono mainstream di Bryan Adams. Tutta l’intera vicenda discografica del quintetto dell’East Sussex si svolse sotto l’egida dell’etichetta di Colonia, la stessa che si occupa di documentare finalmente su supporto digitale quanto allora venne stampato su due sette pollici e un album pubblicato a band già sciolta (cui vengono aggiunte la Misfit! tratta dal tributo agli Outsiders e la cover di My baby left me che venne pubblicata allora sulla cassetta canadese Tunes from the crypt). Venti pepite di fragoroso R ‘n B da lasciare col fiato corto, venti canzoni che sfrecciano veloci, come la storia dei Beatpack. Nel 1991 i Beatpack non esistono già più. Goodbye, Hang-Up, Deadline, Gone per dirla con le parole del brano di coda del loro Could you walk on water. Torneranno solo venti anni dopo, come lupi spelacchiati. Sperando che il mondo possa perdonare al garage rock di diventare adulto. Però se volete ancora sentire il loro ululato, qui dentro è rimasta imprigionata la loro eco. (Franco Dimauro)



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