Venerdì, 29 Novembre 2013

25 anni di Original Slammer Band

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La mia città soffre, annaspa, tira a campare eppure Sora ha avuto dei guizzi, non solo nel calcio di Serie C. Qui, nel quartiere San Giuliano è nata MusicLetter mentre poco più al centro, proprio sotto la cattedrale, anni prima aveva preso il via la lunga e affascinante storia dell’Original Slammer Band. Quando incontro Edoardo (Inglese, cantante e tastierista) non perdiamo occasione per scambiare due chiacchiere, tuttavia ML e la Slammer si incontrano solo adesso, non per vizio né per difetto, probabilmente occorreva un pretesto che alla fine si è materializzato nel loro venticinquesimo compleanno, ricorrenza peraltro splendidamente celebrata dal docufilm “Mentalità” pubblicato in questi giorni, curato e realizzato da Federico Mantova. Alla fine degli anni ottanta il palco, il rock, la musica suonata e sudata dal vivo, erano concetti meno che astratti qui in provincia; chi ci aveva provato in tempi remoti aveva riposto chitarre e ambizioni da un pezzo… Alla Slammer quindi l’indiscusso merito di aver sparigliato le carte sul tavolo della monotonia e aver dato spunto alle realtà che avrebbero concorso a creare in zona qualcosa che, ancora oggi, si può ricordare come una “scena”. In tanti, quasi tutti, si sono arresi ma non l’O.S.B., loro sono ancora qui!
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ORIGINAL SLAMMER BAND
Intervista a Edoardo Inglese
2013® di Manuel Fiorelli

Per prima cosa direi tanti auguri! È difficile scegliere le migliori candeline da mettere sulla torta tra questi 25 anni?
Quindi per prima cosa grazie e tanto per cominciare penso che la migliore candelina sia proprio il fatto che siano 25. Mi rivendo ormai da anni la battuta che un anno nostro vale sette anni da Rolling Stones, che è facile durare con fama e soldi, il difficile è farli da Slammer randagi. A parte gli scherzi credo che se ci limitiamo alla vita musicale si possono isolare, come pietre miliari di un cammino tutto importante e straordinario per chi non avrebbe mai creduto di poter fare quello che poi ha fatto, queste: - il primo concerto a “piazza noua” il 23 settembre dell’88, - il primo concerto dal vivo in una discoteca della provincia il 26 dicembre sempre 88, - i quasi 2 anni di Cartiera 1836, il primo locale di sola musica dal vivo della provincia dal 90 al 92, - il primo disco autoprodotto nel 94 (come per i figli, si dice il primo ma vale per tutti), - la settimana al Ferrara Buskers nel 97, - il battesimo ufficiale da parte della redazione di Blob nel 2000 a dichiararci i padri della musica blob - e il concerto nella clinica Santa Lucia a fine ricovero di Pasticcio nel 2003.

All’inizio avrebbe dovuto trattarsi solo di una vacanza in Grecia, chi l’avrebbe detto che in quei giorni stavate producendo linfa per (ri)dare vita a una scena musicale locale che sembrava senza speranza…
In realtà la linfa pronta a esplodere erano gli appassionati di musica che, dopo anni di playback, sintetizzatori, lacca e spalline, non vedevano l’ora della rinascita del concerto dal vivo come rito sociale sommo. La Grecia e l’incoscienza giovanile unita a una buona dose di “togli freni inibitori”, ci fece solo prendere coraggio e uscire allo scoperto: ti metti per strada ubriaco e testosteronico a suonare e cantare su un’isola sconosciuta e alcuni umani (che all’epoca speravamo solo femmine) si raggruppano attorno a te a sentire, a partecipare e addirittura si divertono. Un’ulteriore coincidenza fu l’incontro con la richiesta di Enrico Pescosolido che stava organizzando lo spazio FIGC della festa dell’Unità cittadina e per il quale desiderava una “garage band” locale che però non esisteva. Io e Ottavio senza manco pensarci e senza che ciò fosse vero, gli dicemmo: ce l’abbiamo noi il gruppo locale. Così ci fu il primo concerto a Sora dove è vero che noi avemmo la faccia di culo di suonare ma è altrettanto vero che c’era mezza Sora sotto il palco-camion che non aspettava altro.

Il Basso Lazio, la provincia ostile e quella amica, il radicamento su Roma capitale e un’identità che è maturata senza però stravolgersi: facile a dirsi ma guardando indietro la strada non è stata esattamente in discesa…
La band si è formata e forse non a caso in uno di quei classici riti di passaggio dell’adolescenza in cui si abbandona la vita da liceale e si va a vivere da soli da qualche altra parte per l’università. La vera “stranezza” è che oltre a avere l’ardire di suonare, noi cominciammo subito pure a comporre e quindi esibirci con canzoni nostre e all’inizio descrivevamo soprattutto ciò che ci stava accadendo. In ‘Moglie e Buoi’ una delle nostre canzonette più vecchie si parla proprio del viaggio dalla provincia alla metropoli, un tema narrativo classico (basti pensare a Balzac ma anche Fellini), ma con la consapevolezza che per affrontare il traffico in cui si sprofondava era molto meglio la nostra piccola 500 piuttosto che una Cadillac. Pare che succeda spesso, è sempre la periferia che descrive meglio il centro e non viceversa. Il luogo di nascita così diviene pregio e difetto, pregio perché è la culla dei tuoi sogni, difetto perché non c’è proprio nessuno a cui chiedere come realizzarli o che ti aiuti a farlo. Ma avevamo una corazza tostissima, innegabile col senno di poi, cioè la musica e una profonda amicizia.

Se alcuni concerti locali hanno segnato tappe del vostro cammino (alcuni li hai citati tra le candeline) come ricordi quelli nei club romani come il Uonna, il Big Mama o l’Esperimento? Cosa vi aspettavate da quel passaggio dalla piazza piccola alla grande città?
Noi abbiamo da subito avuto la fortuna di uno zoccolo duro di amici che probabilmente ci hanno anche involontariamente imposto di cercare di meravigliarli ogni volta, eppure abbiamo sempre avuto la vanità di andare appunto oltre il fatto di essere amici, di piacere a prescindere. Roma era già la nostra seconda casa, venne naturale suonarci. Quello che cambiò fu il confronto con un ambiente musicale inevitabilmente diverso anche se all’epoca non più ricco. Era l’età dell’oro dei metallari e Roma che è sempre stata piuttosto modaiola non è che a fine anni 80 offriva tanto di più, anzi c’era più varietà e più idee in provincia, però nello stesso tempo le opportunità rendevano i suonatori più professionali e l’ambiente metropolitano offriva tutte le figure di mediazione musicale che la provincia di certo non aveva (produttori, sale prove, locali da concerto ecc). Diciamo che in pratica i concerti fuori ci resero o costrinsero a essere sempre più professionali.

Dalle cover con i fogli dei testi sul palco alla genesi e sublimazione della “musica Blob”, conosci una scorciatoia per sintetizzare il percorso?
Sei amici. Quindi nessun leader. Sei gusti musicali che per amicizia dovevano “necessariamente” essere messi assieme senza che nessuno non fosse rappresentato e soddisfatto.

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A proposito di fogli coi testi: all’impianto lirico della Slammer non si possono certamente rimproverare superficialità e banalità. L’ironia è una freccia ma cos’altro c’è nella tua faretra?
Ci tengo a dire che pur scrivendoli per la maggior parte io, nei testi Slammer ci sono sempre tematiche di gruppo (per questo l’intimismo, l’autobiografia o l’amore autobiografico sono stati “diversamente trattati”). Oggi naturalmente ho una consapevolezza che allora non avevo, così gli istinti, animali fino al banale, che mi muovevano, erano cose tipo “un testo si deve poter leggere anche senza musica e non diventare improvvisamente ridicolo o insignificante” “visto che non leggo le note, il testo deve contenere in se e ricordarmi come uno spartito la melodia, la musica” e “la canzonetta è una forma e può contenere qualsiasi cosa, dal film al saggio antropologico”. C’è una canzonetta nostra, “Canzonami”, dove c’è la sintesi più breve per spiegare non solo i testi ma anche la musica Slammer: “Do tutto quel che non mi può dare nessuno”. Questo semplice fare ciò che non sentivamo in giro, ciò che ci mancava, avere una propria prospettiva o punto di vista altro su ogni cosa, ci ha sempre impedito di togliere l’Original dal nome.

La cosiddetta “Trilogia Sorana” che un ascoltatore frettoloso potrebbe contestualizzare geograficamente, pur rappresentando un cordone ombelicale con le “vicende di casa”, custodisce e illustra in tre brani una realtà diffusa più ad ampio raggio. La provincia non cambia mai?
Cambia poco e fa paura. Rido per l’autocitazione, però dal punto di vista contenutistico ritengo il micro capace di spiegare il macro e spesso viceversa. Poi sto anche attento a cogliere quelle cose che valgono per più esseri umani possibili e che durino più a lungo del nome di un politico o di una donna amata. Una delle canzonette di cui siamo più′ orgogliosi è “Mentalita’ Skizzata” per essere stata adottata come inno dei tifosi del Sora, gli Skizzati appunto, eppure non viene mai citata Sora (come in “Quattro Palme” del resto) e potrebbe valere per qualsiasi gruppo di tifosi o anche addirittura semplicemente per spiegare la musica della Slammer.

Le trame del music business (o quel che ne resta), spiragli che si richiudono troppo presto, buone parole che giungono altrove o orecchie troppo pigre…perché (anche) in questo paese venticinque anni di sudore e gavetta pagano meno di quanto era più che lecito aspettarsi?
Il familiarismo, il clientelismo, il nepotismo, sia come cause che effetti, portano sempre all’incompetenza e alla malafede. In Italia conta il potere sopra ogni altra forma di relazione, così è facile diventare caporali piuttosto che uomini. Finche non si rispetterà ogni forma di lavoro e si giudicherà il fare delle persone in base alle capacità invece che per affetto, simpatia o legame di sangue, la decadenza e il rammollimento italiano non avranno fine. Magari pure fare più attenzione alla competenza che alla sterile competizione. Per la Slammer invece oramai cito la frase finale del documentario “Mentalità” di Federico Mantova, detta da Ottavio: “Non abbiamo avuto successo perché siamo amici”.

“La Cartiera 1836”: come nasce dal nulla un centro di aggregazione capace di attrarre appassionati, amici e amici degli amici da tutta la provincia e oltre? Occhio, la tua risposta potrebbe essere una dritta per giovani armati di buona volontà.
La gioventù ti insegna una cosa sola: che se non puoi volare e non lo sai, voli lo stesso. Bisogna buttarsi, a volte, anzi soprattutto quando si hanno mille dubbi. La Cartiera non necessitava di nessun particolare genio per capirne la necessità (ahimè ancora oggi) ma necessitava di un coraggio fuori dalla norma per realizzarla. Allora per noi 18/19 soci fondatori (quindi non solo la Slammer) forse fu semplice non sapere di non poter volare.
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L’esperienza Busker del Festival di Ferrara ha ratificato per la Slammer un’indole comunque mai celata, quella di adattarsi a qualsiasi contesto con la propria musica. Si dice che la strada dia e tolga, dando per scontato che a voi abbia tolto qualche litro di sudore, cosa è rimasto di quell’evento?
Tutto: il sogno di poter vivere di musica. Per la prima volta la Slammer poteva suonare tutti i giorni quattro cinque ore per una settimana e infatti corrisponde a un apice della nostra forma fisica di suonatori. Il doversi inventare giornalmente qualcosa per farsi dare attenzione. La vera pura disinteressata e sincera comunione con chi ci seguì da sconosciuto. Ferrara è stata anche la conferma che la nostra musica non piaceva solo ai nostri amici.

Dal primo demo a “Il Pasticcio” passando per “Ora” e “Triaca”, quali sono il filo conduttore e, al tempo stesso, gli elementi di distinzione nel catalogo Slammer?
Nei titoli dei dischi c’è già il loro contenuto e mettendoli assieme il percorso. Per noi il filo conduttore è esprimersi e comunicarsi sempre meglio. Fare quello che ancora non si è fatto. Migliorare ciò che è migliorabile del già fatto. Esplorare. Divertirsi. Archiviare. E descrivere e affrontare ciò che accade e ci accade. Chi li ascolta può essere certo che ascolterà qualcosa che non aveva mai ascoltato prima. Di certo quando facciamo un disco significa che lo abbiamo musicalmente appena superato, è buttare la zavorra per riprendere quota. Perché la musica, la creatività e la composizione più pure e che ci corrispondono nel mentre, le esercitiamo ogni volta che proviamo o prepariamo un concerto.

Come si gestisce, a distanza di cinque lustri, una band i cui membri lavorano per campare e suonano per passione? In una scena dove è facile arrendersi alle prime contrarietà, che cosa continua a trascinarvi in sala prove, a scrivere, a esibirvi! La domanda, sebbene scontata, prevede una vera e propria ricetta per risposta.
È stato proprio il tempo che passava e il fatto che ostinatamente non ci arrendevamo a farci capire che ci interessava più la musica come arte e come sommo piacere che per vanità o interesse economico. Insomma la musica ha senso farla come lo sport, a qualsiasi livello e se vuoi averne piacere e godimento vedrai che ci sono sempre quelli che si divertono a provare rovesciate, tacchi, veroniche, doppi passi, guizzi di bellezza. E quelli che al contrario so capaci di dimenticare che stanno pagando il campo e che si “divertono” solo se vincono, quindi solo dopo, negli spogliatoi; in campo di solito quest’ultimi fanno miseri e frustranti megacatenacci e sono anche capaci di spezzarti una gamba alle dieci di sera d’inverno tra amici perché hanno rosicato quando li hai dribblati. La Slammer in questo senso è zemaniana (con tutti i pregi e difetti), ci piace giocare bello. E forse è per questo che non vinciamo mai.

L’O.S.B. è si un collettivo amalgamato da saldi vincoli interpersonali che assumono ormai tratti peculiari ma al tempo stesso anche una band aperta e propensa a collaborazioni e sinergie temporanee: questo ha giovato nei momenti in cui si è dovuto far fronte a smottamenti nella line-up?
Quando ero giovane definivo la musica blob come un antirazzismo musicale. Solo quando si sa cosa si è si e sicuri di se e della propria identità‘, allora non si ha paura ma anzi si ama il diverso da se. La musica è l’arte dell’incontro, del mettere assieme. Chiunque suona altro da noi è per noi una ricchezza. È altrettanto vero che quando abbiamo scelto delle collaborazioni per i dischi, le abbiamo scelte tra il “patrimonio ciociaro” per principio e sempre con precisa pertinenza e funzionalità per il brano, cioè ci sembravano le persone giuste per fare ciò che avevamo in mente. L’esempio è proprio “Quattro Palme”, una canzone su Sora cantata oltre me da altri due cantanti (NdA, uno è l’intervistatore), sorani, amici, e con due voci e modi di cantare diversi dal mio e tra loro, significa di più. Per quanto riguarda le nostre defezioni più o meno definitive, se ci fai caso non sono mai cambiati gli strumenti. La Slammer ha proprio nella scelta degli strumenti la parte identitaria: facciamo qualsiasi genere musicale ma mai con gli strumenti tipici del genere, sempre ritraducendo con i nostri strumenti. Quando Simone (il chitarrista) andò a vivere in America, non abbiamo cercato uno di pari livello tecnico (cosa dal nostro punto di vista, quasi impossibile al mondo) ma uno di noi, uno come noi, un amico prima di tutto.

Conoscendovi, diffido dal fatto che venticinque anni costituiscano un traguardo finale, tanto vale anticipare qualcuno dei piani che vi accompagneranno alla prossima tappa intermedia, il trentennale… La Slammer che sta suonando in questo momento non ha un disco che la attesti, quindi di sicuro torneremo a registrare. Stiamo lavorando da qualche anno a riarrangiare e riscrivere secondo il nostro gusto attuale molte delle cose passate e chi ha avuto la fortuna di vederci in quintetto sa già di cosa parlo. Dobbiamo finire di esplorare e chiudere una fase che è partita da dopo “Il Pasticcio” (2008).

Prima di chiudere, non sarebbe il caso di tratteggiare qualcosa sul nuovo corso di “Inglese per Tutti”?
L’inglese per Tutti è l’utilitaria, il pret a porter della linea di lusso Slammer. Parte come progetto Slammer ma poi diventa necessariamente un progetto parallelo mio. Ed era l’ennesima partenza per mondi sconosciuti e per l’ignoto tipico nostro: che cosa c’è di più distante dalla Slammer se non il cantautorato, i folk singer, gli chansonnier? La schizofrenica e orgiastica Slammer che si confronta con l’aspetto più autistico e onanista della musica, fino al punto di capire che doveva diventare progetto solista se si voleva davvero avere a che fare con quel mondo. Ma di un autore che è estremamente convinto che - e soprattutto in musica - più menti sono meglio di una mente sola e quindi finisce per essere invece che cantautore, bandautore per vocazione. Poi a farla breve avrò′ scritto centinaia e centinaia di canzoni. Ne ho e abbiamo incise meno di cento. Da qualche parte devo pure gettare tutta sta zavorra.



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