Giovedì, 5 Dicembre 2013

Recensione: Southern Culture on the Skids, Los Straitjackets, The Fleshtones - Mondo Zombie Boogaloo (2013)

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Arriva, disponibile sul mercato, questo curioso album che è tale fin dalla sua impostazione; lo stile vintage del progetto si percepisce fin dalla sua copertina e ci proietta senza alcun dubbio nei Sessanta, ed è inoltre zeppo di riferimenti cinematografici a b-movie ‘cult’. I 15 brani inclusi da una parte rappresentano una sorta di sampler della musica odierna di tre gruppi della scuderia Yep Roc Records, i Southern Culture on the Skids, i Los Straitjackets e i Fleshtones, dall’altra costituisce una sorta di veicolo promozionale all’attività comune alle tre band che per qualche tempo sono state in tour insieme negli States, infine, poiché la materia è così attinente al tema di Halloween, ecco la sua pubblicazione proprio a ridosso della festa di fine ottobre; una festa tipicamente americana ma che viene festeggiata da tempo in molte parti del mondo. Tra nuove interpretazioni di vecchi standard e rievocazioni di classici film dell’orrore, più qualche piacevole sorpresa, abbiamo un disco che, per di più, sotto il profilo del divertimento puro, assembla una serie di brani che remano in questa direzione; come “¡Ghostbusters!” (Los Straitjackets), “Haunted Hipster” (the Fleshtones) e “The Loneliest Ghost in Town” (Southern Culture on the Skids). Le tre band si dividono fraternamente gli spazi disponibili e in uno dei pezzi, “Que Monstruos Son”, versione ispanica dell’Halloween hit per eccellenza “The Monster Mash”, collaborano insieme. Ora sarà bene aprire una piccola parentesi per ‘raccontare’ qualcosa di questo brano; era stata lanciata nel ’62 da Bobby ‘Boris’ Pickett come singolo che arrivava in testa alle classifiche di Bilboard, e faceva parte di un intero album ‘demenziale’ di canzoni ‘horror’ del cantante. Nel tempo è diventata la canzone simbolo della festa di Halloween ed ha beneficiato di innumerevoli cover tra cui si ricordano quelle dei Beach Boys, Bonzo Dog Doo-Dah Band, Bad Manners, Misfits, Alvin and the Chipmunks, Smashing Pumpkins, perfino Boris Karloff interpretò la canzone in un episodio di “Shindig!”, Vincent Price ne registrò una cover nel 1977 e Ron Howard, in un episodio di “Happy Days” ne diede una sua versione imitando Peter Lorre. I Fleshtones, forse è inutile ricordarlo, sono una band storica negli annali del ‘garage rock’, attivi fin dalla metà dei Settanta, e conservano tuttora tutte le prerogative di energia e di esuberanza espressiva in ambito rock che hanno fatto la loro fortuna negli anni della loro esplosione, gli Ottanta. Uno degli elementi distintivi della loro musica è sempre stata rappresentata dalla considerevole mole di esibizioni dal vivo, un’attitudine che i fan hanno sempre mostrato di apprezzare ad onta della discontinuità discografica manifestata dalla band. Non solo rock puro e semplice, ma spaziando e contaminandosi tra rockabilly, surf rock, garage e perfino (il cosiddetto) horror, e il loro stile odierno ancor più si è radicato sui modelli di quei gruppi clandestini e semisconosciuti dei ’50 e ’60, contaminando ed arricchendo il proprio effort strumentale con un qual tocco metallico dal sapore ‘rockabilly’ e spezie ‘bluesy’, avvalendosi pure dell’utilizzo inconsueto di strumenti quali organi e fisarmoniche. Nel 2011 hanno festeggiato il 35° anniversario dalla loro nascita, avvenuta per decisione di Keith Streng e Jan Pakulski nel 1981. L’album d’esordio della band era stato nell’81 Roman Gods (per la IRS Records), e dal 2003, dall’epoca dell’album Do You Swing?, incidono per la Yep Roc Records. È del 2008 l’ultimo disco della band, Take a Good Look, un lavoro carico di suggestioni del tempo andato. I Fleshtones, con il frontman Peter Zaremba, il chitarrista Keith Streng, il bassista Ken Fox e il batterista Bill Milhizer, ci regalano una sgargiante “Haunted Hipster”, la piccante “Dracula-A-GoGo”, la gotica “(Sock It To Me Baby) In the House of Shock” e “Ghoulman Confidential”. I Los Straitjackets da parte loro sono un quartetto formatosi a Nashville, Tennessee, nel 1988, ed immolatori alla causa revivalistica d’un ‘surf rock’ strumentale; così accanto alla effervescente “It’s Monster Surfing Time” e alla ‘tempestosa “Ghoul on a Hill”, troviamo tre brani che hanno evidenti derivazione cinematografica; e che sono una ‘spaventevole’ cover dell’”Halloween Theme” dal film di John Carpenter, un ‘divertissement’ elegante trasognante, proposto a tempo di valzer, del tema di “Frankenstein Junior” (di Mel Brooks), ed una originale ed ironica versione di “Ghostbusters“ che alla resa dei conti, nell’insieme, risultano essere le cose più accattivanti della ‘Compilation’. I Southern Culture on the Skids, trio proveniente dalla Carolina del Nord, con Rick Miller (chitarra e voce), Mary Huff (voce e basso) e Dave Hartman (batteria) sono attivi da trent’anni ed amano curiosamente definire la loro musica come “Americana from the wrong side of the tracks” con quel gustosissimo mix di rockabilly, R&B, punk e surf-rock, per nulla peregrino, poderoso, suonato limpidamente e accattivante nella sostanza. Da parte degli SCOTS troviamo nella raccolta la rockeggiante e strumentale “La Marcha De Los Cabarones”, la ballata folksy “The Loneliest Ghost in Town”, la spettrale “Demon Death” in chiusura, ma le cose più ghiotte sono una cover di “Goo Goo Muck” dei Cramps, un brano dell’81 presente nell’86 nella colonna sonora dell’horror “Non aprite quella porta 2”, e lo shuffle “Tingler Blues”, un omaggio al film di William Castle “Il mostro di sangue” del ’59, interpretato da Vincent Price (nel pezzo si ascolta la sua voce). Una curiosità accompagnò a suo tempo l’uscita del film; il regista apparve in una breve scena in apertura del film, mettendo in guardia gli spettatori da possibili, particolari sensazioni fisiche che avrebbero percepito durante la visione. Un esperimento, definito ‘Percepto’, per cui in cui alcune poltrone delle sale in cui si proiettava il film erano stati predisposti fili elettrici che in alcuni frangenti procuravano brevi scosse a coloro che vi erano seduti, in maniera da procurare agli stessi un brivido lungo la schiena in concomitanza delle scene più ‘elettrizzanti’. Insomma direi, sì è una compilation, ma è atipica e ricca di episodi vintage curiosi e singolari, che alla prova dei fatti possono garantire un intrigante e ‘dotto’ intrattenimento. (Luigi Lozzi)



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