Sabato, 18 Gennaio 2014

(Ri)visti in TV: A Snake of June di Shinya Tsukamoto (2002)

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Ciò che rende Shinya Tsukamoto uno dei piĂą sconvolgenti cineasti contemporanei è senza alcun dubbio l’essere coerentemente “estremo”. Il cinema di questo autore nipponico non è pensato per piacere ma per straniare, per violentare, per disgustare (se necessario). Ogni suo film è solo il pretesto per mettere in scena una riflessione disturbata sugli esseri umani e questo, forse, basterebbe a definire il senso complessivo della sua opera. A snake of june (2002) non fa eccezione. Se nel primo e inarrivabile capolavoro – Tetsuo (1989) - la misura del nichilismo di Tsukamoto era definita in maniera allucinata ed ipercinetica dal delirio della mutazione cyber-tecnologica dell’umanitĂ  – grottesca (pre)visione del degrado postatomico prossimo venturo – se lo stilizzato Tokyo Fist (1995) appoggiava la sua architrave narrativa sulla rappresentazione della violenza quale metafora della vita e della morte, in A snake of june l’analisi si sposta sul senso dell’amore e del sesso quale manifestazione piĂą intima dell’amore. Rinko, sposata con Shigehiko, uomo ossessionato dalla pulizia, lavora in un “telefono amico” che fornisce consigli a persone psicologicamente disturbate. Un giorno riceve per posta alcune foto in cui è intenta a masturbarsi. Il mittente è uno di coloro che aveva richiesto la sua consulenza telefonica e che vuole costringerla ad assecondare le sue perversioni ricattandola con la promessa che, nel caso non venga accontentato, invierĂ  al marito gli scatti fotografici carpiti a sua insaputa. La donna accetta contro la propria volontĂ  le richieste dello sconosciuto, iniziando, però, a percepire anche gli aspetti piĂą torbidi della sua personalitĂ  fino a quel momento rimasti latenti. Lo svolgimento del film è un crescendo rossiniano di minacce ed umilianti coercizioni di natura sessuale che culminano con l’intollerabile scoperta di Rinko di aver contratto un tumore al seno che troverĂ , comunque, il coraggio di affrontare proprio con il sostegno del persecutore il quale l’aiuterĂ  anche a rinsaldare il rapporto ormai appassito con Shigehiko. L’odissea di Rinko – una bellissima e, attorialmente, molto efficace Asuka Kurosawa – anche in questo caso esemplifica in maniera perfetta per Tsukamoto l’incapacitĂ  degli uomini di comunicare e, in definitiva, di amare. I ricatti sessuali continui e mortificanti a cui è sottoposta dal maniaco suo ex-paziente (interpretato dallo stesso regista) sono la dimostrazione inquivocabile che i rapporti umani sono incentrati su un meccanismo di sopraffazione e di condizionamento psicologico. Il sesso è un freddo replicatore della logica di potere-sottomissione e, dunque, aggiunge dolore su dolore sia quando è perversione che nelle sue forme piĂą socialmente accettate (il matrimonio di Rinko è atono ed amorfo e suo marito proverĂ  di nuovo attrazione solo quando la vedrĂ  sottomessa e umiliata). Nei desiderata dell’autore, al contrario, ci sarebbe la volontĂ  di comunicare allo spettatore, oltre il crudo contenuto nichilista, una via d’uscita alle frustrazioni del desiderio represso e dell’arida unione coniugale: la sequenza finale, di grande lirismo, in cui Rinko e Shigehiko si ritrovano e fanno l’amore sarebbe la metafora dell’importanza di liberarsi dai tabĂą e di rinnovare l’intesa che la coppia aveva perso ma l’epilogo rappresenta, purtroppo, soltanto un momento di commozione, una piccola, seppur importante, pausa in quello che immaginiamo continuerĂ  ad essere un calvario di dolore. Rinko - al pari degli altri esseri umani – è avida di vita ma riuscire a sconfiggere la morte che si porta dentro mentalmente (i numerosi condizionamenti psicologici che ha subito) e fisicamente (la malattia che ha contratto) sarĂ  molto difficile. La straordinaria padronanza del mezzo espressivo di Tsukamoto mette a punto un’opera meravigliosamente sofisticato che è estrema nelle atmosfere, nell’attesa, nel pathos dei protagonisti e che evidenzia, allo stesso tempo, tutto il ricco background artistico-figurativo del regista nipponico. Con A snake of june (che ricordiamo ha richiesto una lunghissima gestazione: quindici anni) Tsukamoto ritorna ad un bianco e nero seppia-opaco tinteggiato molto frequentemente di un blu intenso che si ravviva di tanto in tanto con violenti lampi di luce chiarissima (i flashes della macchina fotografica del maniaco, feticcio voyeuristico che riprende i momenti piĂą intimi di Rinko procurandole anche piacere). L’effetto di immersione identificativa (un trucco straniante) è immediato grazie ad un montaggio che, serrando le singole sequenze, conferisce continuitĂ  ad una narrazione frammentata, povera nei dialoghi (scritti dallo stesso Tsukamoto) e di suoni (il minimalismo sonoro di Ishikawa è molto appropriato). E su tutto una pioggia continua, incessante (il “serpente di giugno” del titolo che indica la stagione delle piogge in Giappone) che si abbatte violentemente sui protagonisti e, in particolare, su Rinko nuda e sola a sottolineare, ennesima metafora, al pari dell’implacabilitĂ  inesorabile della natura, l’ineluttabilitĂ  della sofferenza degli esseri umani. Un capolavoro di iconica crudeltĂ  e di tensione cerebrale. Un capolavoro di soffocato dolore. (Nicola Pice)



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