Venerdì, 7 Febbraio 2014

Recensione: Nero and The Doggs - Death Blues (2014)

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Continuano a suonare leggendo il breviario di Dio Iggy, i milanesi Doggs (che sta per cani solo come gli Yardbirds stavano a gallinacci per Mike Bongiorno), ora ribattezzatisi Nero and The Doggs, quasi a ulteriore conferma di un percorso artistico che concettualmente li lega a quello degli Stooges. Rantolano le medesime parole malate, e le depongono sopra un blues. Ci sono cuori che sanguinano e pistole caricate a piombo e odio, in questo libro nero, a metà strada fra l’abbecedario di Lucignolo e le poesie alcoliche di Esenin (la cui L’uomo Nero recitata da Carmelo Bene nel suo spettacolo Quattro modi diversi di morire in versi introduce al disco, rappresentandone insieme prologo e culmine climatico). Musica urbana e metallica, quella dei Doggs. È il blues che non ha mai conosciuto le campagne, quello intossicato dalle scorie e dai gas industriali delle moderne città-latrina in cui si sceglie di aspettare la morte. Il blues che non è neppure più canto di lavoro, perché dentro gli opifici non si lavora più. Città sventrate abitate da zombi barricati dentro casa che Nero and The Doggs dipingono con una passata decisa e viscosa di bitume stoogesiano, rendendola impermeabile e refrattaria alle emozioni. Perché è questo, al di là della ricercata e voluta similitudine stilistica e sonora, quello che li avvicina allo spirito nichilista di Stooges o Velvet nderground: un allestimento sonoro e lirico dove il livello emozionale è ridotto alla soglia minima, umiliato dall’inedia e riacceso solo attraverso il dolore fisico. Musicalmente Death Blues limita, rispetto alle prove precedenti, gli assalti più feroci scegliendo il più delle volte (Blue Moon White Light, Have you found yourself, Love is a jail, Death Blues, Sin City, Back to the end) di scivolare dentro un suono che è figlio diretto della carnalità fangosa dell’Iggy Pop di Kill City e del Tex Perkins di Sour Mash ma anche vicino al greve hard rock dei Miracle Workers di Primary Domain e ai suoi richiami gotici di cui la title-track, con tanto di armonica mohriana, ne sembra quasi l’evoluzione naturale. Si muore ogni mattina. Fuori e dentro di qui. (Franco Dimauro)



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