Mercoledì, 16 Aprile 2014

Recensione: Gil Scott-Heron - Pieces of a Man (1971)

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L’assassinio di Martin Luther King e l’inasprirsi del conflitto vietnamita alla fine degli anni Sessanta contribuiscono in maniera decisa alla lotta per l’affermazione dei diritti civili della popolazione afro-americana statunitense dando una coraggiosa e motivata spinta culturale alla musica nera. È nei primi degli anni ’70 che i proclami di orgoglio razziale sparati a salve in qualche produzione black del decennio precedente (A change is gonna come di Sam Cooke, Stay with your own kind di Patrice Holloway, People get ready degli Impressions) diventano proiettili vaganti esplosi da mani che hanno fame di riscatto sociale. In rapida successione, gli scaffali di musica popolare si popolano di album “neri” in cui si agita una consapevolezza nuova. Gli schiavi che hanno per anni cantato il proprio dolore, adesso incitano all’ammutinamento. Dischi come The Last Poets, There‘s a riot going on, What‘s going on, Pieces of a man, Superfly, usciti uno a ridosso dell’ altro, sono le nuove trincee da cui il popolo nero scaglia la sua sassaiola di parole. Album con cui gli artisti neri si tirano fuori dagli altri “ghetti” che sono stati costruiti per loro (quelli della musica soul e del R‘n’B sorridente) ed elaborano forme musicali complesse che servono sempre più da veicolo comunicativo e sempre meno da mezzo di intrattenimento. Gil Scott-Heron diventa “cantante” quasi per caso, spinto da Bob Thiele (l’A&R man della Coral che aveva già trascinato in studio gente come Buddy Holly e Jackie Wilson) che lo invita a recitare le sue poesie sopra una linea di percussioni e pianoforte, realizzando così un disco di spoken word come Small Talk at 125th and Lenox che vende pochissimo ma che suscita l’ interesse delle radio più “schierate” grazie all’introduttiva The revolution will not be televised. Thiele crede nella forza di quelle parole più di quanto ci creda il suo autore, tanto da obbligare Gil a entrare in studio pochissimi mesi dopo per dare un seguito a quel disco, offrendogli la possibilità di scegliersi i musicisti che lavoreranno al progetto di Pieces of a man. La scelta cade, oltre all’inseparabile Brian Jackson, su Ron Carter, Hubert Laws e Bernard Purdie. Gente che ha suonato con Miles Davis, James Brown, Quincy Jones e tutto il gotha della musica nera e che costruiscono la calibratissima miscela di chitarra, pianoforte, contrabbasso e flauto che sorregge le liriche accese di Gil Scott-Heron lungo i dodici brani registrati in due uniche session di incisione nel 19 e 20 Aprile del 1971 e che riascoltati oggi in questa nuova ristampa non hanno perso un’oncia della loro lucidità lirica e musicale, anticipando da un lato la prospettiva culturale dell’hip-hop militante e dall’altro il linguaggio musicale di tanto acid-jazz dei decenni successivi. A suggello del capolavoro, la ristampa BGP include le tre registrazioni inedite dei Black & Blues (la vecchia college band di Gil Scott-Heron e Brian Jackson con Victor Brown alla voce) dello stesso periodo che hanno uno spessore del tutto inadatto a confrontarsi con quello storico dell’album-capolavoro di Gil Scott-Heron di cui mi auguro i vostri scaffali non siano ancora sforniti. (Franco Dimauro)



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