Martedì, 15 Luglio 2014

Recensione: Il Pan del Diavolo - FolkRockaBoom (2014)

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Che il Pan del Diavolo avesse una bomba in petto ce lo aveva già confessato cinque anni fa. E che fosse pronta ad esplodere facendo booooom, pure. In realtà la storia ha ridimensionato il fragore di quell’esplosione. Di morti ammazzati, la musica del duo palermitano ne ha fatti meno di quanti ne abbiano fatto tanti suoi conterranei. Un po’ per destino, un po’ per scelta. Dopo il pasto truculento di Sono all’osso, il Pan del Diavolo ha scelto gradatamente di smorzare i toni e le luci, così che le distese riarse di fichi d’ india della sua terra potessero confondersi con le aride file di cactus del sud degli Stati Uniti e del Messico. Riesumati e riseppelliti i propri vecchi fantasmi (Elvis, i Cramps, le Violent Femmes, Ivan Graziani, Rino Gaetano) il Pan del Diavolo ci regala dunque, dopo un incerto “disco di mezzo”, un lavoro umorale e paesaggistico che si allunga fino a proiettare la sua ombra sul deserto calpestato dai Giant Sand e Calexico senza tuttavia cercare di parodiarne il passo del cowboy. Come Morricone che guardava El Paso nascosto dietro una palizzata di Cinecittà, il Pan del Diavolo sbircia le ombre lunghi e un po’ tristi dei pistoleri rimasti senza indiani cui sparare nascosto dentro la grotta dell’Addaura. Senza scordarsi però che questo non è l’Oceano, questo è il Mar Mediterraneo. Nel nostro west i pionieri arrivano trasportati dalle onde. E, spesso, arrivano già morti. (Franco Dimauro)



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