Sabato, 4 Luglio 2015

Intervista ai P.C.P. (Piano che Piove): leggerezza, semplicità e maturità.

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Piano Che Piove, narra il sottotitolo di un progetto nato dall’incontro e dal gioco, dall’esperienza di musicisti già artisti e già in carriera, insomma, già veterani di palco e di musica. Ma che oggi camminano assieme, di pari passo e sotto lo stesso tetto (nome), bizzarro a suo modo, anomalia concettuale contro una musica che di sicuro nella semplicità ritrova l’essenza. Il disco d’esordio si intitola In viaggio con Alice che è anche la title track, un brano che sfoglia le più scanzonate pagine del pop italiano, di quello semplice, di quello veramente d’autore fatto senza chitarre elettriche ed espedienti digitali quali sintetizzaori e/o orchestrazioni spudoratamente fasulle. I P.C.P. suonano in acustico e poco più, la bella maturità vocale di Sabrina Botti danza leggera e a pieno agio nelle melodie e nei testi di Ruggero Marazzi, Mario Lauro e Massimiliano Ghirardelli. Ma è principalmente il primo di questi tre la vera anima del progetto, e proprio con lui ho il piacere di scambiare quattro chiacchiere… Buon lettura.

Intervista a Ruggero Marazzi dei P.C.P. di Alessandro Riva
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P.C.P. (Piano Che Piove). Un nome farraginoso per una band. Cosa sta a significare?
Come tutte le band, quando abbiamo dovuto darci un nome abbiamo iniziato a chiederci quale potesse essere. Il nostro chitarrista Mauro Lauro aveva l’abitudine (qualcosa di simile a un voto, probabilmente, anche se non l’ha mai ammesso…) di salutare dicendo “Ciao, andate piano che piove!”. Quella che all’inizio era una solo una cosa un po’ scema, col tempo ha continuato a esserlo ma è diventata anche una specie di frase ricorrente, alla fine l’abbiamo scelta come nome (nascosta dietro l’acronimo) perché ci sembrava un invito alla calma e perché, in mezzo a mille possibilità, poteva essere un nome che si ricordava.

Incontro di giochi e di intenti? Insomma: quanto è tutto frutto del caso del suonare assieme, quanto invece del programmare a tavolino un disco?
Nessuna programmazione, le canzoni del disco sono nate lungo un certo periodo di tempo e sono diventate un disco nel momento in cui si sono venute a determinare una serie di circostanze favorevoli al lancio di un progetto che ambisse ad avere un minimo di respiro. Siamo tutti musicisti che arrivano da un passato di cover band, mettere in piedi un progetto autonomo è stato comunque un lavoro e, al di là della doverosa determinazione di chi decide di dare corpo a un’idea, bisognava che ci fossero certe condizioni di fattibilità. Quando è nato il progetto parte del materiale inciso c’era già. Magari era lì da qualche anno aspettando di uscire….

C’è aria mediterranea ma anche bel pop leggero italiano. Da cosa avete attinto prima di tutto?
Da una gran curiosità e dal piacere del divertimento. Come dicevamo, le canzoni sono state scritte in periodi diversi e questo sicuramente spiega, almeno in parte, un certo grado di eterogeneità nello stile, ma è vero anche che non abbiamo voluto lasciare indietro delle cose che comunque ci piacevano e che avrebbero potuto contribuire a rendere il lavoro più vario, meno bloccato su un modulo espressivo ricorrente. Quando il disco è stato registrato si sono scelti nove brani su un repertorio di più del doppio, se avessimo voluto perseguire un’idea di coerenza formale avremmo potuto farlo. In sostanza ha vinto la formula: “Ci piace? Sì. E allora facciamola…”

In questo esordio c’è molta semplicità. In questo momento in cui tutti cercano di inseguire una possibile novità o rivoluzione, i PCP come si inseriscono?
In uno studio di registrazione, ma anche dal vivo, con l’ausilio di prodotti alla portata di ogni tasca, oggi si può fare di tutto e di più, quindi produrre un lavoro semplice, quasi scarno, è stata sicuramente una scelta. In un progetto di canzone d’autore la scrittura (musicale e letteraria) ha per definizione un certo peso, la si può arrangiare in molti modi ma se le dai respiro esce più chiaramente nella sua essenza. Con anche qualche rischio, probabilmente, perché così facendo testi, armonie, scelte di arrangiamento escono senza maschera quindi o funzionano o non funzionano. L’approccio ricorda un po’ i dischi di jazz, questi sono gli strumenti e questi usiamo… Inoltre viviamo in un contesto culturale pesante, dove c’è molta forma e molta ripetizione di modelli già visti ma sempre rivestiti a nuovo. Forse è anche per reazione alla fatica di dover filtrare quantità di immagini e messaggi che si consumano alla velocità della luce che escono lavori (molti, non solo il nostro) che puntano a mettere lì un paio di riflessioni in un contesto di leggerezza formale. Poi, se vanno, bene. E se no, arrivederci…

“In Viaggio con Alice”, che viaggio è stato? E che viaggio sarà?
Fin qui è stato un viaggio divertente, la creatività paga in termini di soddisfazione. Quando riesci a superare le difficoltà e arrivi a vedere che almeno qualche passo l’hai fatto fino in fondo, sei contento. Il tutto naturalmente con il corollario di casini che riguardano il processo creativo, la relazione fra le persone e quella della band con il mondo esterno (soldi per produrre, lavoro per trovare spazi live ecc…). Niente di nuovo per chiunque si sia messo in testa di fare musica… Che viaggio sarà? Tocchiamo ferro. Le premesse per andare avanti ci sono tutte, il materiale per un nuovo disco pure, anche se per ora non se ne parla perché stiamo ancora lavorando su questo. Diciamo che per ora futuro promette bene…

Parliamo della canzone d’autore di oggi. In Italia che spiraglio resta per fare questo mestiere?
La canzone d’autore, come qualunque altro prodotto immesso su un mercato, ha tanto spazio quanto il mercato le consente di averne. Questo può dipendere da diversi fattori, legati sia alla qualità del lavoro proposto che alle tendenze culturali dell’epoca in cui si vive. Se c’è un mercato ricettivo, hai un prodotto che funziona, trovi la strada per farlo camminare, si cammina e se no si sta fermi. Certo, al di là della qualità del lavoro, il terreno non è dei più favorevoli. Da un lato, oggi più che mai nessuno investe su un prodotto meno che sicuro, basta guardare un po’ di televisione. E la prova ce l’hai quando vedi certe vecchie glorie di Canzonissima anni ‘70 fare il tutto esaurito nei grandi teatri, spinti dalla capacità di spesa di un paese anagraficamente sempre più vecchio e culturalmente sempre meno curioso. Dall’altro forse non c’è abbastanza richiesta per pianificare l’investimento, girano meno soldi, non esiste più il mercato dei dischi. È un gatto che si morde la coda, in fondo chi investe in promozione musicale deve averne un ritorno, è sempre stato così. Negli anni ‘70 si investiva in novità ma, oltre al clima culturale di un occidente in crescita, la novità dava anche un ritorno. E, oltre a tutto ciò, bisogna anche dire che l’offerta è moltissima… Come dire, è una guerra. Divertente, appassionante, ma sempre guerra…



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