Martedì, 13 Ottobre 2015

Lush Rimbaud: esperienze di visioni digitali (intervista)

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Si intitola L/R il nuovo disco dei Lush Rimbaud. Marchigiani con l’America dietro casa, e con un sound che passa come niente dalla psichedelia al progressive fino al post-rock. E poi tante misture, tante sensazioni, tante soluzioni acustiche non meno importanti. E infine quel modo assolutamente personale di restare sottilmente italiani, quando dal frullatore delle emozioni scappano fuori squarci di melodie da canticchiare. Quasi a voler dare un punto d’appiglio a chi non saprebbe come orientarsi in un mare apparentemente privo di riferimenti. Un disco che sa di futuro. Quel futuro che tanto ci piace immaginare. Buona lettura.

Intervista ai Lush Rimbaud di Alessandro Riva
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Un tempo si usavano i moog. I Lush Rimbaud oggi cosa usano?
In studio abbiamo suonato chitarra, batteria, basso, nord lead 2x, microkorg, monotribe, bastoni della pioggia, bidoni di latta, una campana tibetana, usato alcuni campioni di batteria e alcuni campioni digitali, presi qua e là da vecchi dischi di musica elettronica, e le nostre voci, a volte effettate con lo space echo.
Probabilmente il live avrà un sound più rock rispetto al disco, ma non troppo.

Che produzione è stata? Qualche bella chicca tecnica usata?
Le riprese sono durate circa un mese. I successivi 8 mesi li abbiamo spesi per eliminare il superfluo, rimodellare il sound. È stato un lavoro a tratti snervante, ma comunque molto utile, ci ha insegnato molto sia a livello di composizione, che di visione complessiva del disco. Spesso e volentieri un musicista si concentra più sul suo strumento che sull’insieme. Da questo punto di vista ci siamo resi conto di quanto sia importante mettersi a completa disposizione del gruppo. Il tutto sempre partendo da un semplice concetto, quello del “less is more”. È doveroso dire che su questo aspetto hanno influito molto i nostri amici e ingegneri del suono Claudio Tagliabracci, Paolo Melatti e Giulio Ascoli, rappresentanti del collettivo Hell’z eye, con i quali dividiamo uno studio di registrazione, che provengono da ambienti musicali completamente differenti dal nostro (hip hop, d&b e tecno-house).

In genere in questi mix la voce è sempre “nascosta” nel quadro visionario dei suoni. Voi avete scelto una produzione più pop in questo senso, con la voce molto visibile. Siete d’accordo? Se sì, per quali ragioni avete fatto queste scelte?
Sicuramente la voce è più alta rispetto alle tipiche produzioni rock psichedeliche a cui siamo abituati. Su questo aspetto ha influito molto Claudio, che più degli altri ha seguito la parte dei mix. Lui proviene dall’ambiente hip hop, dove viene dato risalto alle frequenze basse e alla voce. Claudio ha voluto dare un taglio del genere anche al mix del nostro disco. A noi questa idea è piaciuta e abbiamo deciso di seguire la sua linea. Abbiamo lavorato molto sulle voci e ne siamo soddisfatti, quindi ci è sembrato naturale farle emergere.

Come mai la scelta di un sax in tutto questo mondo psichedelico? Di chi è l’idea e di chi è l’esecutore?
In realtà quella che si sente è una tromba. L’idea ce l’ha inizialmente data Kid Millions (Oneida). Lo abbiamo conosciuto alcuni anni fa e parlando del nuovo disco ci ha consigliato di aprirci a collaborazioni con altri musicisti. Ci è sembrata un’ottima idea, così abbiamo contattato Abramovic (ex El Cijo), per suonare una parte di tromba su Never Regret e Eolo Taffi (Deltabeat) per il contrabbasso su Dark Side Call e Silent room.

Un disco di sintesi come si legge da più parti. Eppure sembra così complesso. Qual è la vera chiave di lettura?
La sintesi è per sua stessa natura estremamente complessa. Comporta il tentativo di andare oltre, di superare le normali dinamiche interne ad una band, sia a livello di sound che a livello di scrittura. La psichedelia dà modo di lasciare spazio all’immaginazione dell’ascoltatore, ha una grande forza evocativa e permette a ognuno di leggere qualcosa di diverso nei brani. Forse la chiave di lettura è proprio questa.

La scena indie va sempre incontro al lo-fi. Voi invece siete proiettati in piena era digitale. Secondo voi di chi sarà il futuro?
È una domanda a cui non sappiamo rispondere. Noi andiamo avanti per la nostra strada cercando di sperimentare senza perdere la nostra identità. Speriamo di esserci riusciti.



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