Lunedì, 23 Novembre 2015

Recensione: Blastema - Tutto finirà bene (2015)

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Davvero un bel sentire quello racchiuso nel nuovo disco dei Blastema. Si intitola Tutto finirà bene e contiene dodici preziose confessioni di un’intimità troppo personale per lasciare indifferenti. Quando la vita di ognuno si trattiene troppo e con troppa educazione, per poi esplodere un giorno qualunque, con rabbia, energia e passione.

Questo disco urla e lo sa fare con mestiere e senza mai alzare la voce, con la solita delicata intonazione di Matteo Casadei che trovo una delle voci più caratteristiche della nuova musica italiana. A seguire il lavoro si dipana tra quel pop elettronico che di italiano ha davvero poco sia nelle costruzioni melodiche, sia nei suoni ma soprattutto nelle soluzioni con cui le line liriche spesso vanno a concludersi. Ma su queste tema i Blastema ci avevano abituato e non poco. In particolare sottolineo l’ascolto della traccia che dà il titolo all’album e la I morti che abbiamo conosciuto l’anno scorso quando venne lanciata in rete dal bellissimo video.

Suggestiva e da mattine piovose la chiusura de Il destino del mondo, quasi un miraggio del domani sussurrato da lontano: “Dalle lacrime al sonno, un sorriso abbandona per ultimo”. Quelle Tutto finirà bene sono canzoni rubate al pop nostrano e all’elettronica europea che ci rimandano agli esordi dei Cockoo. Scivolando si arriva alla fine e, sempre citando Il destino del mondo, non mi resta che ringraziare la produzione di questo bel disco: “Grazie per il modo di comparire dal nulla e dal nulla distogliermi”. (Alessandro Riva)

Intervista ai Blastema di Alessandro Riva
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Abbiamo colto l’occasione dell’uscita del nuovo disco dei Blastema per rivolgere al cantante della band Matteo Casadei qualche domanda. Buona lettura.

Dallo scorso disco “Lo stato in cui sono stato” c’è meno confusione, meno arroganza rock, meno adolescenza. È solo una mia impressione?
No, è formalmente corretto, ma in parte. Meno confusione perché abbiamo avuto più tempo per riordinare (le idee); meno adolescenza perché oramai siamo adulti (malgrado tutte le piattaforme di comunicazione on line e cartacee che si occupano di musica, continuino a catalogarci come una “giovane band”); meno arroganza rock? Non so… Per noi “rock” non significa un cazzo, tutt’al più possiamo considerarlo come un centro gravitazionale sonoro prevalentemente legato a un periodo più o meno lungo e a una determinata scheda tecnica. In termini semiologici possiamo considerare la componente connotativa del termine rock come qualcosa legato all’istinto, all’oltranzismo e alla volitività spregiudicata di un certo modo di vivere. Se chiariti i presupposti, nel disco si rivelassero, secondo il giudizio degli ascoltatori, gli elementi che l’intervistatore riscontra nella propria premessa, allora - e solo allora - potremmo dare adito alle sue considerazioni. In breve: nessun individuo sano di mente è in grado di giudicare obiettivamente il proprio operato.

Elettronica protagonista. Come mai questa scelta così marcata nella musica dei Blastema?
Perché un direttore di orchestra sceglie di spostare le viole, dal lato, al centro dell’orchestra, in una data opera? Perché ne sente l’esigenza. L’elettronica è prima che un genere una designazione sonora. Per fare questo disco ci servivano certi suoni che il nostro insieme canonico non poteva fornire. Così ce li siamo inventati, o meglio lo ha fatto Alberto. Alberto prima ha immaginato i suoni che gli servivano per dare vita alla sua opera più pretenziosa e complessa e poi, visto che non esistevano, li ha creati compatibilmente alle risorse e ai tempi di produzione. Insomma, ha fatto una cosa incredibile, bada bene, bada bene: ha prodotto un disco. Sappiamo che per l’italiano questa cosa è inconcepibile, quasi miracolosa, ma si fa così.

Esplosione, rinascita, sfogo, rabbia. Cosa aggiungereste?
Intelligenza.

“Orso Bianco”. Che leggenda è? Che realtà racconta?
Orso Bianco è il titolo di un episodio della serie inglese Black Mirror, serie ambientata in un futuro prossimo che ha come focus la tecnologia e e le declinazioni - talvolta le derive - della tecnologia in rapporto alla socialità, alla politica e alla sfera privata. Essendo incalliti nottambuli e divoratori di serie, va da sé che Black Mirror ci ha conquistato e segnato. L’episodio in questione, Orso bianco, sottolinea un aspetto della mediaticità televisiva (il sopruso della rappresentazione sull’esistenza) che in quel periodo stavamo anche noi esaminando dopo esserci strafogati di Pasolini. Così è nata l’idea di unire le due cose, fare un brano nel quale convogliare certe suggestioni e stigmatizzarlo attraverso un titolo, all’apparenza estraneo, criptico, ma in realtà molto coerente.



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