Martedì, 19 Gennaio 2016

Recensione: The Unclaimed - S.T. (1980)

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L’atto di nascita del neogarage degli anni Ottanta. Il disco che tracciò le coordinate di attitudine, look e suono per tutto quello che venne dopo, fu questo 7” pubblicato da Dave Gibson per la sua Moxie Records, l’etichetta fondata in onore del suo cane e delle oscure band di beat/punk degli anni Sessanta di cui Dave è acerrimo collezionista. Una passione condivisa con pochissimi altri, all’epoca. Uno fra questi è Shelley Ganz, che abita a non troppi isolati da Carondelet Street, il quartier generale di Dave e che ha pensato di sporcarsi le mani con quella musica mettendo su una band devota a Music Machine, Electric Prunes, Chocolate Watchband, Syndicate Of Sound e Count Five. Si chiamano Unclaimed, come un’oscura band californiana di quindici anni prima, e girano per i locali della città con una bellissima selezione di cover surf e garage che in molti cominciano ad invidiare. Dave li vuole a tutti i costi sulla sua etichetta. E Shelley Ganz, Sid Griffin, Barry Shank, Thom Hand e Matt Roberts ci stanno. L’E.P. d’esordio degli Unclaimed esce nel 1980, quando attorno c’è il nulla o poco più. Quattro canzoni che segnano il punto zero della febbre garage che dilagherà da lì a breve non solo in California ma su due interi continenti.

Quattro canzoni rudimentali, scarne, primitive, per lo più scopiazzate (The Sorrow non è altro che Train For Tomorrow degli Electric Prunes e Run From Home una furba versione di Never Alone dei Five Canadians), suonate e cantate con una approssimazione ma allo stesso tempo una eleganza che le rende fragili ed affascinanti e tuttavia necessarie per dare l’imprinting a qualcosa che sta covando fra i teenager americani sin dall’uscita delle Nuggets, che era stata soffocata dal punk e che ora stava riemergendo con le “pepite” pubblicate dalla AIP Records. E Ganz, in quel preciso istante, sembrava il Re Mida dai capelli corvini e le beatle-boots ai piedi destinato a trasformare in oro ogni suono che usciva da quei solchi. Altri avrebbero fatto di più e meglio. Ma l’immagine degli Unclaimed neri come corvi rimane a svolazzare su tutti, a monito ed esempio perenne. (Franco Dimauro)



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