Lunedì, 8 Febbraio 2016

Come funziona la musica? La risposta di Cesare Basile

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Quinto appuntamento con “Come funziona la musica?”. Questa volta a rispondere alla solita domanda è il cantautore catanese Cesare Basile, talento indiscusso della scena alternativa e indipendente italiana, autore di nove dischi meravigliosi tra cui Gran calavera elettrica, Storia di Caino, l’omonimo Cesare Basile e Tu prenditi l’amore che vuoi e non chiederlo più (questi ultimi due entrambi vincitori delle Targhe Tenco come “miglior album in dialetto” rispettivamente nel 2013 e nel 2015). Un musicista fuori dal coro che a modo suo resiste e lotta per la dignità dell’uomo e della cultura in Italia dove, come ormai avviene quasi ovunque, l’intrattenimento viene spacciato per arte. Buona lettura.

Come funziona la musica? La risposta di Cesare Basile
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Parafrasando il titolo del libro di David Byrne e tenendo conto della tua personale esperienza, come funziona la musica oggi e quali sono le prospettive, soprattutto in Italia, per chi come te ha intrapreso questo mestiere da molti anni e per chi si appresta a farlo?

Innanzitutto bisogna capire di cosa stiamo parlando, qual è l’oggetto della nostra conversazione? Se per musica intendiamo un sistema di produzione, distribuzione e vendita delle merci o un’esperienza che muovendo dalla commozione ne genera altra. Se la questione riguarda la sostenibilità economica del sistema musica e, di conseguenza, tutti gli artifici volti alla sopravvivenza di detto sistema o, altrimenti, l’imprescindibile mistero dell’urgenza e della scoperta con tutte le contraddizioni, i conflitti e le derive che questo comporta.

Nel primo caso la risposta è semplice: la musica funziona come ogni altra attività regolata da implacabili leggi di mercato che se ne fottono della tua commozione. Adotta criteri, vizi e metodi comuni al mondo delle merci, della proprietà e dello sfruttamento. Alimenta, di conseguenza, un sistema di gerarchie utili esclusivamente a far credere a una massa di iloti di far parte di un processo che crea di volta in volta fama, ricchezza, lavoro, innovazione.

Trovo tutto ciò avvilente e profondamente criminale e ritengo che ogni qualvolta un musicista pronuncia la parola salario dovrebbe chiedersi anche qual è il giusto salario per la propria anima. Preferisco venderla a un crocicchio in cambio di una buona canzone. Non sto affermando che non si debba essere pagati per il proprio lavoro, bensì che il proprio lavoro (di ben lunga superiore al tempo di un ingaggio) possa essere sottratto alla logica della merce.

Nel secondo caso tutto si complica e allo stesso tempo si dipana. Si complica perché non esistendo un sistema nessuno ti dirà come essere commosso dall’incontro con le cose, dalla loro superficie come dalla loro essenza. Si complica perché l’osservazione, e il prurito alle mani che dall’osservazione viene, si tramuta in necessità di esprimere la commozione che ne consegue, nel bisogno di trovare un mezzo attraverso il quale esprimerla questa commozione. È questo bisogno che ci porta a percuotere scatole di biscotti per poi finire ubriachi in una cantina con uno splendido nome per una band prima ancora di aver imparato ad accordare la chitarra.

Si complica perché ci vorrà tempo prima di capire che stai scrivendo delle cacate enormi e allo stesso tempo quelle cacate saranno la tua ricchezza emotiva, che non è data dal tempo che ci hai messo, ma dall’averle scritte, osannate, buttate nel cesso. Quanto vale, in termini di mercato, una sbronza di questo tipo? E qui la cosa si dipana, perché è la sbronza che ti insegna a bere, come è il legno che ti insegna a lavorarlo e nessuno ti pagherà mai per questo mentre tu sarai costretto ai postumi, ai tagli, all’infortunio. L’infortunio è la tua ricompensa e la tua determinazione a subirlo è la misura del tuo amore.

Quanto costa l’amore? Davvero crediamo che pagare un affitto renderà agevole l’innamoramento? Se i Ramones si fossero preoccupati di avere un tetto sicuro sulla testa non ci avrebbero sconquassato l’anima con tre accordi del cazzo. Così come Emmanuel Carnevali non avrebbe fatto poesia della sua inadeguatezza a piegarsi alle regole di “una città che vive di lavoro per uomini più forti di me; di doveri per una coscienza diversa dalla mia”.

Credo che bisogna saper morire per una canzone, fuggire l’impiego, sposare i conflitti. Non ci sono scorciatoie e nemmeno attese. La disciplina è la strada e bisogna percorrerla tutta, a patto di non poterne fare a meno. Io non so come funziona la musica oggi, credo funzioni come ha sempre funzionato, o sei ispirato o non c’è musica. Sembra un concetto banale, se paragonato ai piagnistei articolati di tanti “contabili”, eppure continua a essere condizione imprescindibile, in Italia come in qualsiasi altra parte del mondo. Poi potremmo fare la disamina minuziosa di quanto questo o quell’aspetto della contemporaneità influisca o meno sulla “circuitazione”, interrogarci sul colore della chitarra da indossare a corredo dell’abito di scena, quanto carcere bisognerebbe comminare a chi scarica “illegalmente” la “nostra” musica, per carità, tutto legittimo, ma non mi riguarda. La musica continuerà a rotolare e i suoi blues a inquietare i risvegli di chi li evoca.

Cesare Basile

Tu prenditi l’amore che vuoi (brano estratto da Tu prenditi l’anore che vuoi e non chiederlo più, 2015)

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