Mercoledì, 10 Febbraio 2016

Recensione: The Cult - Hidden City (2016)

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C’è un pezzo, stipato in fondo alla scaletta di Hidden City, in cui Ian Atsbury sembra rievocare il fantasma di David Bowie. In particolare quello che simula un romantico giro di accordi al pianoforte mentre riceve una telefonata dallo spazio, negli ultimi minuti di Life on Mars?. Stranamente Bowie ha risposto a quella chiamata un mese prima che questo Hidden City venisse pubblicato. ] Ed è molto probabile che non torni indietro. Sound & Fury, questo il titolo del pezzo, è quanto di più lontano dal cliché dei Cult possiate immaginare. Ha un tono melodrammatico distante dalle ballate gotiche ed epiche che furono della band inglese che tutti amammo.

Ma pare sia stato uno dei punti nodali del nuovo lavoro, per il quale Atsbury ha preteso la presenza di un pianoforte negli studi Boulevard di Hollywood dove il disco ha preso forma. Una presenza che affiora in qualche altra traccia del disco (Lillies, In Blood, Birds of Paradise, il primo estratto Dark Energy) pur senza ingombrare la scena. Perché Hidden City rimane, come nella tradizione forse fin troppo retorica della formazione inglese, un album di chitarre. A volte anche prepotenti (G O A T, Avalanche of Light, il riff quasi stoner di No Love Lost), altre volte incalzanti ma cinematograficamente funzionali a creare un’atmosfera da tempesta imminente che grava come nuvole di piombo su buona parte del disco (Dark Energy, Dance the Night, Heathens, Hinterland). Non tutto funziona a dovere, che spesso qualche strada sembra non portare da nessuna parte se non dentro il parcheggio privato dei Cult medesimi. Eppure riescono in qualche modo a reggere la sfida del tempo con grandissima dignità. Anche mentre tutt’intorno tutto sembra essere cambiato. (Franco Dimauro)



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