Martedì, 16 Febbraio 2016

Recensione: Pere Ubu - Architecture of Language 1979-1982 (2016)

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A pochi mesi da Elitism For the People la Fire Records torna a mettere mano nel dizionario di pernacchie dei Pere Ubu obbligando noi a (ri)metterci le orecchie. Sono i tre album usciti a cavallo tra gli anni Settanta e il decennio successivo: New Picnic Time, The Art of Walking e Song of the Bailing Man con il supplemento di un quarto disco con le chicche del medesimo periodo. Siamo dentro uno dei parallelepipedi più deformi della storia della new wave e del rock tutto, in una “replica” altrettanto surreale e molesta della Trout Mask di memoria Beefheartiana con David Thomas intento a parodiare con voce da bertuccia il borbottio del Capitano e la band capace di evocare fantasmi e mostri dalle sembianze disarticolate e scomposte.

New Picnic Time lavora alla completa destrutturazione della forma canzone facendo a brandelli qualsiasi regola compositiva e annientando il concetto stesso di struttura armonica o melodica sciogliendo tutto in una irriverente apologia del disgusto ideologicamente affine al dadaismo dei primi decenni del secolo. The Art of Walking assorbe in pieno le smorfie di Mayo Thompson, ormai entrato ufficialmente nello zoo dei Pere Ubu anche se è soprattutto il passo disarmonico del sintetizzatore di Allenn Ravenstine a dare impronta al disco. La follia, lungi dall’essere stata curata, acquista una sua struttura più tangibile che sfocia nel funky animale di Misery Goats e nella piacevole (?) cavalcata dei puledri di Horses, piccole macchinine rumorose innestate dentro una giostra faunistica di rumori, dissonanze, frequenze radio e animali bionici (Miles, Birdies, Crush This Horn, Arabia).

Song of the Bailing Man è lo sbocco ufficiale negli anni Ottanta, con Aton Fier dei Feelies seduto alla batteria a dare un tocco più “umano” alle cantilene psicotiche dei Pere Ubu. Il suo ingresso in formazione viene celebrato col tappeto di marimba di A Day Such as This, con l’innesco percussivo di Petrified e con le sincopi jazz che spezzano Long Walk Home e West Side Story. La scelta di Fier non è casuale, perché tutto il disco sembra voler in qualche modo percorrere una strada meno dissestata rispetto a quella dei primi cinque album. Tutto pare convergere verso quella fisicità degli esordi, ma in uno scenario che non è più quello apocalittico di The Modern Dance ma piuttosto quello del jazz metropolitano, con la chitarra di Thompson ad aprire intuizioni che saranno presto sfruttate da Marc Ribot per i lavori di Lounge Lizards e Tom Waits. Le riedizioni, opportunamente rimasterizzate, rispettano il minutaggio di trentasei minuti imposto già all’epoca da David Thomas cosicché le “bonus” di circostanze sono state raggruppate in un disco supplementare intitolato Architectural Salvage, compresa la versione vocale di Arabia, i singoli dell’epoca e qualche missaggio alternativo a brani come Horses, Rounder, Young Miles in the Basement e All the Dogs Are Barking. Potreste desiderare un vocabolario così, se siete stanchi di chi vi riempie di belle parole. (Franco Dimauro)



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