Venerdì, 19 Febbraio 2016

Recensione: Coldplay - A Head Full of Dreams (2015)

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Forse non tutti sanno che dietro alcune delle produzioni più premiate del pop internazionale degli ultimi anni (Coldplay, Ed Sheeran, Verve, Alicia Keys, One Direction, Dido, Goldfrapp, Anastacia, Elisa, Giorgia, ecc. ecc.) c’è un piccolo uomo italiano. Si chiama Davide Rossi. Agli esordi violinista per Mau Mau (e ovviamente per le altre band del “giro” underground italiano dell’epoca come Fratelli di Soledad, Africa Unite, La Crus o Afterhours), Davide ha lasciato l’Italia per l’Inghilterra, finendo per diventare uno degli arrangiatori più richiesti dalle star di mezzo pianeta.

Davide collabora con i Coldplay dai tempi di Viva la Vida. Ovvero dal momento in cui hanno deciso che la vita è bella e andava celebrata con magniloquenza. E che la malinconia poteva essere indossata con eleganza, esibita come trofeo di un esistenzialismo giovanile da cui si è usciti salvi e trionfanti, agghindata come un manichino e travestita da Charlie Brown, da fantasma, da scimpanzè, renderla innocua, disinnescarla. Davide Rossi torna a lavorare con Chris Martin su questo disco, A Head Full of Dreams, nascosto nell’ombra di collaborazioni più altisonanti (Beyoncè, Nole Gallagher, Gwyneth Paltrow, addirittura Barack Obama).

È il disco che completa il ciclo vegetativo dei Coldplay trasformandoli definitivamente in una moderna, euforica, sgargiante macchina da classifica. Investimenti stellari e ospiti stellari. Per vendere un pacchetto di ottimismo colorato e posticcio come l’entusiasmo Renziano. Con introiti stellari. Perchè un buon venditore deve proporci quello di cui abbiamo bisogno. E Chris Martin lo sa. Lancia l’amo e lo scaglia in un mare pescoso. Benvenuti, signore e signori. Il mio nome è Martin. Chris Martin. E ho barattato le stelle con i sogni. E sono qui per venderveli. Prendete posto. (Franco Dimauro)



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