Mercoledì, 16 Marzo 2016

Come funziona la musica? La risposta di Marino Severini (The Gang)

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Come funziona la musica? Dopo le risposte di Iacampo, Umberto Maria Giardini, Amerigo Verardi, Teho Teardo e Cesare Basile, è la volta di Marino Severini, anima e cuore (assieme al fratello Sandro) dei Gang, formazione storica del panorama rock e folk italiano attiva fin dagli inizi degli anni ‘80. Un band che nel tempo ha saputo attraversare tutte le stagioni musicali della vita: da Tribes’ Union del 1984 all’ultimo Sangue e cenere del 2015, passando per Le radici e le ali (1991) e Storie d’Italia (1993), dischi che, tra alti e bassi, hanno in qualche modo contrassegnato la storia della musica made in Italy. Non ci resta quindi che augurarvi buona lettura. (La redazione)

Come funziona la musica? La risposta di Marino Severini (The Gang)
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Parafrasando il titolo del libro di David Byrne e tenendo conto della tua personale esperienza, come funziona la musica oggi e quali sono le prospettive, soprattutto in Italia, per chi come te ha intrapreso questo mestiere da molti anni e per chi si appresta a farlo?

Per me non è facile rispondere a una domanda del genere anche perché non mi sento un “addetto ai lavori“ per quel che riguarda la musica. Non sono un musicista. Il mio lavoro è quello di “fare” canzoni, come un muratore fa le case, del resto sono figlio di un muratore. E la canzone che cerco di fare è come una casa piccola piccola ma che contiene un’infinità di linguaggi, stili, espressioni artistiche e non. E fra queste c’è anche la musica. In una canzone ci sono frammenti di teatro, cinema, poesia, fumetto, danza, pittura… La canzone si costruisce con moltissimi materiali, fra cui anche la musica. Posso aggiungere una considerazione oggettiva e cioè che, in tempi come questi e per molti motivi, la musica non svolge più quel ruolo di primo piano fra gli interessi, i riferimenti e le aspettative delle nuove generazioni, come invece è accaduto per circa mezzo secolo, quello passato. La musica è stata un faro che illuminava uno sconfinato territorio, ma soprattutto è stata un Grande Fiume, dove infiniti torrenti sono affluiti. Un fiume in piena che ha travolto e trascinato la creatività di più generazioni, per poi condurla nell’Oceano della Storia.

Oggi questo non accade soprattutto perché sono altre le acque invitanti a cui i più giovani vanno per dissetarsi. A chiamare a raccolta magari sono i territori di internet, in fondo c’è stata una rivoluzione, quella satellitare, l’ultima in ordine di tempo, ed è chiaro che i più giovani sono anche i più attratti dalle rivoluzioni. La musica, come del resto, la politica ha perso il posto di primo piano fra gli interessi e le curiosità delle nuove generazioni, e queste oggi cercano la meraviglia altrove; ma questo non significa affatto che la musica stia morendo o che morirà a breve. Anche un fiume nel suo cammino verso il Grande Mare può trovare territori non favorevoli, talvolta ostili. Può diventare palude, stagno o può correre sottoterra, essere invisibile allo sguardo umano, ma c’è ancora! Magari con la stagione delle grandi piogge, il fiume potrà nuovamente ingrossarsi e tornare in piena. E allora ci accorgeremo che “la musica è cambiata“.

Il libro di Davide Byrne è illuminante, l’autore compie un “viaggio nel mondo“, per andare avanti, torna indietro, ripercorre un cammino che non è solo individuale. E nonostante tutte le crisi del momento, apre la strada verso nuovi orizzonti e opportunità. Un libro indispensabile in tempi come questi. Da notare comunque che il titolo non ha il punto di domanda: non si chiede come funziona la musica. La musica funziona sempre e comunque, a seconda dei bisogni, dei sogni e delle circostanze. Per quello che mi riguarda posso aggiungere soltanto come e cosa faccio, nel mio piccolo (che più piccolo non si può) a far funzionare “la musica”, per rimetterla in movimento, in cammino. Da sempre sono stato vicino a quello che nella storia dell’arte viene chiamato “il ritorno“. Cercherò quindi di essere il più chiaro possibile prendendo anche spunto da un libretto di Franco Ferrucci intitolato “Ars poetica“.

Un musicista di solito si trova fra due relazioni, la sua personalità artistica e la tradizione che è alle sue spalle. Il modo migliore per superarla è quello di contrapporle un lato oscuro e dimenticato (ma vitale ) della tradizione stessa, questo lato è il cosiddetto “ritorno”. In questo modo si ottiene un’evoluzione dell’espressione artistica. Proust spiega abbastanza bene questo fatto quando parla della diversa visione che ogni artista mette a disposizione del pubblico. Questa alternativa non forma mai una innovazione totale rispetto alla precedente altrimenti la distruggerebbe. Proust stesso si serve di Brueghel o di Vermeer come ingredienti parziali della sua stessa visione. Un’evoluzione di fatto esiste ma le sue leggi sono discontinue e soprattutto per niente affatto rettilinee. La realtà artistica si direbbe che ignori la linea retta. Quest’ultima di solito è una nostra supposizione. È curva o retta la linea che unisce Bach a Stravinskij e Dante a Joyce, la scultura africana a Picasso e il rito primitivo al teatro moderno d’avanguardia ? O Ungaretti ai poeti cinesi, Montale a Leopardi?

Se è vero che l’arte crea dei modelli allora è anche vero che, se si procede direttamente da un modello all’altro senza fare il “viaggio nel mondo“, si ha il fenomeno dell’imitazione; quando invece si confronta il modello esistente con la realtà esterna si ha l’inizio di un processo veramente creativo che procede a salti, grandi o piccoli che siano, e con discontinuità. La musica stessa procede “scartando di lato“, seguendo il percorso della cometa. La realtà farà sempre da mediatore fra i vari modelli sparsi nel tempo e nel mondo. Quindi la musica funziona se continua il suo cammino, se non si arresta di fronte alle circostanze. E più che sapere come funziona, a me interessa capire o meglio “sentire“ dove sta andando…

La musica ci insegna a vivere, o meglio ancora, suonare ci insegna a vivere, e il nostro modo di suonare è quello che conta. Durerà fino alla fine. Molte volte si fa musica, si suona, soprattutto per “affetto “. Il nostro amore per gli altri è la musica. Quella musica che a volte è labirinto e altre volte è strada aperta che ci conduce verso casa. La musica racconta questo infinito e lento ritorno a casa. Sono il viaggio e il sentimento che la fanno “funzionare“, sempre e comunque. È la Nostalgia. Come scrive Cioran, in “Lacrime e Santi”: « In noi portiamo tutta la musica: essa giace negli strati profondi del ricordo. Tutto ciò che è musicale è reminiscenza. Al tempo in cui non avevamo nome, abbiamo, probabilmente, udito tutto. […] L’inferno è un’attualità e questo significa che noi serbiamo memoria solo del paradiso. » E comunque sia, per quanto noi potremo suonarla e suonarcela, la musica ne saprà sempre più di noi, quindi la cosa che più conta è farci portare dalla Musica.

Marino Severini

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