Mercoledì, 6 Aprile 2016

Recensione: The James Taylor Quartet - Mission Impossible (1987)

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Forse fu un po’ per ripagarlo della delusione per le aspettative che il contratto da lui fortemente voluto con la Stiff avevano generato e subito bruciato, forse semplicemente perché lo riteneva in ogni caso uno dei giovani musicisti inglesi più dotati in assoluto. Fatto sta che, dopo il crollo finanziario della storica label inglese che aveva reso irreperibile nel giro di qualche settimana l’ultimo lavoro dei Prisoners e ne aveva in qualche modo decretato lo scioglimento, Eddie Piller si sente in dovere di invitare James Taylor a incidere qualcosa per la sua nuova etichetta dal nome improbabile che ha il vezzo di dedicare i numeri di catalogo ai nomi dei presidenti statunitensi. Il dischetto che Taylor registra mettendo in piedi un quartetto di amici (Allan Clockford dei Prisoners, il fratello David e Simon Howard dei Daggermen) e “lavorando” all’Hammond Blow Up di Herbie Hancock e One Mint Julep dei Clovers ottiene un successo inaspettato e strepitoso legittimando il rientro in scena del bravissimo tastierista britannico e del suo Quartet. Piller decide di dare un seguito immediato a quel 7” (numero di catalogo Ford1). Taylor vuole prendersi del tempo per scrivere qualche pezzo. Piller non gliene concede. Del resto se due cover sono andate così in alto, forse non è necessario scrivere alcunché.

E così Mission Impossible, il mini album (numero di catalogo Reagan2) che gira a 45 giri per risaltare la dinamica dei pezzi ma anche con una approssimazione nei titoli che non riuscirà ad essere aggiustata neppure nelle successive ristampe digitali e che dà il via all’ascesa di Taylor e, senza ancora saperlo, a tutto il movimento acid jazz che prenderà il nome proprio dall’etichetta che Piller organizzerà di lì a breve ispirandosi proprio al jazz elettrico riportato in auge dal James Taylor Quartet e dalle formazioni di cool-jazz come Working Week e Style Council, mette in sequenza sei cover e un unico inedito stipato in fondo alla lista ma perfettamente “in stile” col resto del repertorio che fa l’occhiolino ai grandi maestri della musica da film (Lalo Schifrin, Jimmy Smith, Sonny Rollins, John Barry) ma anche alle altre passioni di Taylor per la black music (soul, funky, jazz). Le colonne sonore sono il tema portante del disco, tant’è che la versione promo che viene distribuita ai giornalisti è intervallata da alcuni dialoghi tratti proprio dalle pellicole cui i pezzi sono stati rubati. Un capriccio che darà il via alla riscoperta delle musiche per film aprendo il mercato a un numero infinito di etichette a questo dedicate. Il repertorio è però talmente risicato che la band è costretta, nei concerti di supporto promozionale al lancio del disco, a dover risuonare l’intero set per due volte successive. La vita da indie band si sarebbe consumata tutta in quell’anno, con la pubblicazione dell’altrettanto valido The Money Spyder quindi l’approdo alla Polydor e una discografia sempre più laccata e sempre più lontana dallo spirito originale del quartetto. James Taylor si candida alla presidenza per la nuova terra dell’acid-jazz e del nu-soul. E viene eletto. E rieletto. Fino a oggi. (Franco Dimauro)



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