Martedì, 10 Maggio 2016

Recensione: Almamegretta - Ennenne (2016)

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Quella degli Almamegretta è stata, in ambito artistico, una delle più grosse sconfitte nazionali che l’Italia ricordi. Destinata a scavalcare le frontiere, la musica del combo napoletano non è riuscita a imporsi in maniera decisa fuori dai confini nazionali, un po’ per vincoli contrattuali, un po’ a causa del destino beffardo, un po’ per pericolosi seppure non definitivi vuoti d’aria ispirativi, un po’ per una serie di scelte artistiche che hanno finito per sciupare la forza di quella testa d’ariete che la loro musica bastarda aveva in corpo e che hanno alla fine smorzato gli entusiasmi anche del popolo italiano che ha in parte voltato le spalle agli Alma. Le loro produzioni, da ormai più di un decennio, sono diventati prodotti di nicchia e l’ostrica perlifera ha richiuso la bocca continuando a secernere in mari sempre più affollati da gente distratta. La loro apparizione Sanremese che ufficializzava pubblicamente il rientro nei ranghi del Rais è rimasta nella memoria collettiva più per la scelta di non partecipare alla serata del venerdì e giustificata, al di là delle strumentalizzazioni, dalla fede ebraica cui il cantante si è convertito ufficialmente. La loro discografia, anche su un sito maniacale come Discogs, ha delle lacune nozionistiche paurose. Insomma, come dicevo in apertura, una sconfitta.

Ennenne esce adesso come autoproduzione ed è il secondo album in studio dopo la reunion di quel che resta del nocciolo storico degli Almamegretta. Il titolo è un ovvio riferimento a quella natura meticcia che ha sempre contraddistinto l’anima della band, un acronimo che i meno giovani ricorderanno probabilmente di aver visto sulla carta d’identità di qualche parente. Molto di quel suono meticcio in realtà è sfumato via con la tragica morte di D.RaD e quella che si respira qui dentro è aria napoletana mista a ritmi giamaicani, tenuti assieme dalla mano sapiente di Adrian Sherwood. Una versione meno sanguigna o forse solo un po’ più malinconica dei vecchi Almamegretta, con Scatulune a prendere il posto di Sanghe e Anema, la cover di Ciucculatina d’a ferrovia a prendere quello di Nun te scurdà, Musica Popolare a tentare quelle sfumature nella musiche tradizionali che furono la formula vincente di Sanacore e il ritornello di Karmacoma che torna come un fantasma su Curre Core, all’epoca regalata proprio ai Massive Attack per quel remix epocale. L’impressione che se ne trae è di una band che ha ormai finito di rivoluzionare il proprio suono (come era invece accaduto nella successione storica dei primi anni) e che ha scelto di adagiarsi con grandissima dignità su se stessa. Di schiena. Guardando le stelle che si specchiano sul mare di Margellina e sognando di stare con le spalle appoggiate sulla sabbia di Negril. (Franco Dimauro)



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