Venerdì, 13 Maggio 2016

Recensione: Radiohead - A Moon Shaped Pool (2016)

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Discograficamente un anno decisamente impegnativo questo 2016. Un calendario perpetuo di esordi e rientri in scena che non conosce soste. Quello dei Radiohead (preceduto da una temporanea sparizione dalle piattaforme social che ha generato una cascata di reazioni a catena, a indicare che molti, moltissimi occhi erano puntati su di loro) occupa la casella dell’8 maggio, anche se il disco sarà disponibile solo all’inizio dell’estate, dando fisicità a ciò che è invece divenuto sempre più impalpabile e cangiante. Tanto da lasciar supporre con buoni margini di precisione che a quella data, le canzoni di A Moon Shaped Pool saranno già diventate altro, cosa che è già da quando la band le ha presentate per la prima volta su un palco.

Più di cinque anni di attesa dunque, dal precedente The King of Limbs. Ben tre lustri da quando hanno lasciato la terra e si sono messi tra noi e le nuvole a far piovere. Ora, raccolgono molta di quella pioggia in questa piscina. E ci chiedono di bere. Dentro queste acque lunari si muovono undici pesci dal corpo vitreo e dardeggiante. Undici canzoni bellissime dove ricami acustici che sembrano evocare Skip Spence, Nick Drake, João Gilberto, Motorpsycho e Led Zeppelin, crepitii e sbuffi elettronici, bassi plumbei, boccioli di pianoforte fioriti sotto una primavera lunare e la solennità triste degli archi vanno a conciliarsi col piagnisteo di Thom Yorke creando maestose e prismatiche cattedrali moderne come Ful Stop, The Numbers, Present Tense, Decks Dark e Desert Island Disk. Un acquario pieno di meduse e coralli dove si può decidere di tuffarsi ad affogare. Con in testa non una ma un buon paio di cuffie. E i vecchi amici lì fuori, a battere sul vetro credendo tu stia bluffando, come sempre. (Franco Dimauro)



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