Venerdì, 13 Maggio 2016

(Ri)visti in TV: La conversazione di Francis Ford Coppola (1974)

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Il segretario di un importante uomo d’affari affida a Harry Caul, tecnico elettronico di San Francisco, specialista in intercettazioni, il compito di controllarne la moglie sospettata d’infedeltà. Inizia, dunque, a registrare i colloqui tra la donna e l’amante e, nel corso di questa attività, svolta con precisione e zelo quasi maniacale, si rende conto di un pericolo (potenzialmente) mortale che corrono quei due. Per questo motivo ritarda la consegna dei nastri. Teme di mettere (ulteriormente) a repentaglio la vita dei fedifraghi ma qualcuno glieli sottrae illegalmente.

Deciso a sventare la minaccia che incombe sui due, si affretta a raggiungere l’albergo dove gli amanti si incontrano e sistema la sua strumentazione in attesa di captare qualche segnale. A essere ucciso, però, è il marito (anche se diranno che è morto in un incidente) dal momento che l’intera operazione era, in realtà, un complotto organizzato dai due amanti e dal segretario. Harry capisce, quindi, di essere stato e di essere ancora spiato: ritorna a casa e demolisce le pareti, i pavimenti e il soffitto alla disperata ricerca di microfoni nascosti. Frustrato e confuso ai limiti della follia, afferra il sassofono ed inizia a suonare. La conversazione è un film che vede la luce soltanto alla fine del 1973 (verrà distribuito “urbi et orbi” nel 1974) dopo una genesi lunga e faticosa. La sceneggiatura, infatti, si basa su un testo teatrale di Francis Ford Coppola abbozzato nel 1966, scritto compiutamente nel 1969 e rielaborato nella sua forma definitiva nel 1972. Per queste ragioni, dunque, potremmo definire La Conversazione un progetto del tutto particolare e personale nella filmografia del regista italo-americano che dopo Il Padrino (1972) aveva raggiunto lo status di autore di grande successo. Infatti, sebbene la saga della famiglia Corleone si configuri come una rottura dello stile hollywoodiano, non si può certamente negare che rappresenti al contempo il tentativo di Coppola di misurarsi con il cinema classico e con una narrazione di ampio respiro drammaturgico.

La conversazione, al contrario, è un’opera che, nella messa-in-scena di una tragedia individuale, ripudia i momenti di spettacolarità e decide di imboccare la strada di una rappresentazione lenta, distaccata e pensosa assumendo le fattezze di un dilemma morale e filosofico. Sbagliarono, dunque, quanti individuarono nel film un riferimento al coevo caso-Watergate e all’ossessione delle intercettazioni scaturita dopo lo scandalo che investì la Casa Bianca. Il fulcro dell’opera, infatti, è indissolubilmente il suo protagonista, Harry Caul, un uomo qualunque che viene progressivamente stritolato dal proprio lavoro, dalle vicende sempre più complesse della vita sociale e dalle trame imprevedibili del fato. Combattuto tra l’obbligo etico di “svelare” quelle intercettazioni che potrebbero contenere gli indizi di un probabile - incipiente - omicidio e il dovere di portare comunque a termine - nella maniera asettica e automatica che questo tipo di lavoro prevede - il compito che gli è stato affidato dal committente, quest’uomo diventa vittima delle proprie ossessioni: impiegando il suo tempo a spiare gli altri, nascosto come un uomo invisibile, teme di essere a sua volta osservato e quindi, spingendo all’estremo questo modo di essere e di agire, rinuncia alla vita e si nullifica impazzendo, di fatto.

Le scelte tecniche del regista mettono magistralmente in evidenza il meccanismo infernale di cui è vittima il protagonista riprendendolo da vicino oppresso da una sistema molto più grande che non può capire. La MDP, quasi fosse una microspia, pertanto, lo osserva immobile nel suo appartamento oscillando nervosamente nel finale del film come una telecamera di sorveglianza, metafora della “prigione emotiva” in cui è costretto dagli eventi. Coppola sfrutta, inoltre, le riprese a camera multipla, la possibilità di effettuare potenti zoomate e utilizza i “movimenti semi-soggettivi” della cinepresa (come la lunga panoramica circolare che precede le sequenze conclusive) allo scopo di mostrare il disorientamento psichico del protagonista. Quest’ultimo procedimento, già caro a Godard e a Herzog (sarà riutilizzato anche da De Palma) rimanda esplicitamente al cinema di Antonioni ed evidenzia il profondo legame tra il grande autore ferrarese e il regista italo-americano che a lui s’era già ispirato nello stravagante e intimo road-movie The rain people (1969).

È, dunque, Blow-up (1966) l’ambizioso punto di riferimento di Coppola: la riflessione contenuta ne La conversazione, però, è trasposta nell’ambito del suono/sonoro laddove nel capolavoro di Antonioni era incentrata sull’immagine (il protagonista era un fotografo). La finalità dell’opera è, comunque, identica: mettere in discussione il rapporto tra la realtà e la sua rappresentazione . Ne La Conversazione vi è, dunque, la parafrasi del mistero dell’esistenza la cui “forme” sempre mutevoli risultano inconoscibili e, quindi, nella loro in-determinatezza impossibili da decifrare con un senso compiuto. E la follia di Harry appare una resa totale alla vita stessa. (Nicola Pice)



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