Lunedì, 18 Luglio 2016

(Ri)visti in TV: The Getaway di Sam Peckinpah (1972)

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Il rapinatore Doc McCoy, condannato ad una lunga pena detentiva nel “Texas State Penitentiary” di Huntsville (70 miglia a nord di Houston), viene rilasciato grazie ai maneggi dell’avvocato Benyon impegnandosi, però, a svaligiare un’altra banca coadiuvato da due scagnozzi al soldo del viscido benefattore. L’obiettivo è la “First Bank” di Beacon City, una città tra San Antonio e Austin, dove avviene il colpo e da cui Doc, insieme alla moglie Carol, sbarazzatosi dei due complici, si allontana per raggiungere il ranch dell’avvocato. Qui scopre che il direttore della banca è il fratello di Benyon e che Carol fu costretta a concedersi a quest’ultimo per ottenere la promessa della sua liberazione. La donna giura a Doc di averlo fatto per amor suo e, dopo essersi vendicati dell’avvocato, uccidendolo, decidono di fuggire. Da questo momento ha inizio un furibondo inseguimento nei confronti della coppia da parte degli uomini della banda di Benyon e della polizia che si conclude, dopo una serie di agguati, avventure in treno e brutalità compiute da entrambe le parti, in un motel di El Paso.

Doc e Carol vi si asserragliano ed eliminano tutti gli inseguitori, sequestrano il furgone di un vecchietto e, dopo averlo ricompensato profumatamente, varcano la frontiera con il Messico. Getaway! (The Getaway) viene realizzato ed esce nelle sale (prodotto dalla Solar/First Artists di David Foster, Mitchell Brower e Gordon Dawson) nel 1972, incastrato dal suo autore, Sam Peckinpah, fra altri due film quasi coevi: il precedente “L’ultimo buscadero”, anch’esso del 1972, ed il successivo “Pat Garrett e Billy the Kid” del 1973. Il regista californiano, attivo sin dagli anni ‘60, aveva caratterizzato la sua variegata produzione con un taglio del tutto personale sia a livello di tematiche che in fatto di stile. In questo senso Il mucchio selvaggio (1969) - contrassegnato dal (ricorrente) montaggio frenetico e ridondante che lega e comprime più di 3600 inquadrature - poteva già essere considerato il compendio complessivo della sua opera che pone la violenza, seppur con sfumature differenti, spogliata di qualsiasi valenza eroica, come base dei rapporti umani. L’universo morale di Peckinpah non può che essere permeato, dunque, di nichilismo e i personaggi che vi si agitano freneticamente, pertanto, non sono animati da ideali ma da un cinismo beffardo e da un istinto autodistruttivo. Getaway!, tratto dall’omonimo racconto dello scrittore “noir” Jim Thompson e adattato sul grande schermo con la sceneggiatura del futuro regista Walter Hill, contiene tutti gli elementi connotativi del cinema di Peckinpah e, in aggiunta, si contraddistingue per essere una meditazione sarcastica e feroce sui sentimenti (in fondo si potrebbe anche definire come una bislacca storia d’amore) e sul destino degli esseri umani. Le tribolazioni del gangster Doc e di sua moglie Carol, interpretati con efficacia da Steve McQueen e Ali MacGraw, novelli Bonnie e Clyde, criminali alle prese con altri criminali e con la società tutta che del crimine è sempre più complice, sono la metafora di un mondo in cui le regole della convivenza civile, i principi etici sono un guscio vuoto, privati di valore e, quindi, del loro senso più profondo, della loro finalità ultima in quanto utilizzati arbitrariamente secondo la convenienza dei più forti come strumento di repressione dei più deboli. Esemplare è il personaggio dell’avvocato Benyon, il presidente della commissione per il condono e la libertà condizionata dei detenuti, figura chiave del film, che è simbolo per Peckinpah della brutalità e della violenza di un potere che manipola e corrompe chiunque per i propri scopi personali rappresentato dal regista figurativamente con i “segni” volgari (cappellaccio texano e abbigliamento vistoso) della ricchezza a stelle e strisce (uno degli elementi che l’opera intende stigmatizzare).

Se il destino dei deboli è quello di soccombere o rimanere vittima di un meccanismo oppressivo (magistrale rimane l’opening act del film: un’inquadratura in cui utilizzando il montaggio alternato viene mostrato il volto incupito di Doc in simultanea con l’immagine di alcuni cerbiatti che pascolano in cattività alle spalle del penitenziario), Getaway! rappresenta, comunque, il prometeico tentativo di ribellione di un uomo e di una donna all’ineluttabilità di predestinati eventi più grandi di loro e la fuga verso una terra (promessa) più giusta. Il film da questo punto di vista segna una discontinuità con le altre opere più nere di Peckinpah, la possibilità di una speranza per quanto picaresca e beffarda: il trabiccolo, infatti, comprato volutamente a peso d’oro dal vecchio, che, schiacciato in campo lungo dal teleobiettivo in un colore bianco sempre più sfumato e confuso nell’orizzonte, varca la frontiera messicana, costituisce allegoria dell’agognato distacco da un mondo di vessazioni e prepotenze - la ritirata da un’america infelix – in favore della conquista di una libertà, del compimento di un sogno di una vita tranquilla – l’incursione nel sud del mondo (forse) più bucolico e semplice.

In ogni caso il finale di Peckinpah non garantisce (e probabilmente non vuole garantire) certezze: la fuga è solo un’opzione senza alcuna geometrica certezza di riuscita, è utopia che non implica salvezza e non determina necessariamente successo, il bianco, infatti, può rappresentare ambiguamente la purezza ma anche l’assenza, il nulla, (la fine di una vita da perdenti). Dunque, Getaway! è, per sommatoria di elementi, un film di stratificata complessità, difficile da analizzare con un solo parametro dal momento che Peckinpah non semplifica, anzi confonde con geometrica cattiveria lo spettatore: il “j’accuse” sociologico, l’adrenalinico action-movie, il malinconico melodramma postmoderno, il thriller concitato e visionario, il noir grottesco si mescolano stranianti tra loro lasciando temporaneamente il passo all’altro - senza prevalere - fino a sfociare, per puro gusto del paradosso nella parodia del genere cardine del cinema americano, il western (l’autore ne è stato sovvertitore e ne sarà solo molti anni dopo indicato come maestro). Nell’episodio conclusivo, ancora una volta infatti, Peckinpah tratteggia la figura del vecchietto come una macchietta fordiana, paternalistica e lieve, stemperando i truci elementi gangsteristici fino a quel momento messi in scena.

E se in Getaway! risplende una volta di più la stupefacente perizia di Peckinpah (ad esempio l’episodio dello scontro per il possesso dei soldi in mano a Doc è realizzato con eccelsa fluidità delle inquadrature in un’ambientazione ricca di scorci paesaggistici differenti, utilizzando inversioni di ritmo, gran dovizia di ellissi e la “consueta” tecnica del ralenti che esaspera la violenza e ne congela gli effetti ad oltranza), la maniacale attenzione per le armonie cromatiche e per l’impiego stesso del colore a sottolineare “tonalità” psicologiche differenti (il grigiore iniziale, le sfumature del rosso, il giallo-oro acceso nella fuga, i fumi nerastri fluttuanti sui cumuli di spazzatura che bruciano, il bianco lucente del finale), uno stile di montaggio “barocco” che frantuma la linearità narrativa imprimendo a essa accelerazioni visionarie (quando la coppia si trova in un parco pubblico, con un montaggio “anticipato” il regista fa immaginare a Doc di buttarsi in acqua vestito e di intrecciare con Carol una sorta di danza anfibia), alla fine di ogni analisi il fascino dell’opera risiede proprio nella commistione – anche forzata – di generi filmici differenti, nell’impatto violento fra vecchi moduli espressivi (i classici topoi hollywoodiani) e nuove aperture tematiche e stilistiche (la sperimentazione della nascente “nuova” Hollywood degli anni ’70) che, in evidente stridore, generano allo stesso tempo una interazione fantasiosa e problematica. Un film straordinario, quindi, la cui innovativa natura stilistica influenzerà negli anni a venire un’intera generazione di cineasti. Un risarcimento purtroppo postumo a un autore poco apprezzato in vita. (Nicola Pice)



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