Lunedì, 1 Agosto 2016

Recensione: Afterhours - Folfiri o Folfox (2016)

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Molti lo ascolteranno senza ammetterlo, il nuovo disco degli Afterhours. Altri non lo ascolteranno affatto. E lo biasimeranno sputando tutto il male che pensano meriti. Con le pietre in mano. Nell’Italia divisa tra musicisti eletti e musicanti sfigati, Manuel Agnelli sconterà la sua pena per aver accettato di mettere il culo sul trono esecrabile di X-Factor, immolandosi suo malgrado a capro espiatorio per aver tradito non si è capito bene quale baluardo, ma si suppone il medesimo del Pelù o del Ferretti. Arso vivo per vilipendio alla bandiera, qualunque essa sia. Cosparso di semi di finocchio perché l’odore aspro della carne non dia fastidio a narici così educate agli odori vegani. O semplicemente per aver scavalcato il recinto dove a qualcuno faceva comodo restasse. Tenendo in ogni caso fede al suo cognome ovino, il che non gli darà lo sconto della pena, ma varrà come prova a sostegno di una qualche fedeltà, stavolta davvero notevole.

Dunque sui social, tra foto di mici, aforismi scritti sul sole che tramonta e foto di impepate di cozze (o, spesso, solo cozze) la discussione si è ravvivata, come al Sinedrio ogni qualvolta entrasse Gesù. Altri profeti, altri giudici, ma medesima voglia di puntare il dito. A solo un mese da questa bailamme (della quale Manuel si fa quasi beffe nella conclusiva Se io fossi il giudice posta a suggello dell’opera), esce dunque Folfiri o Folfox, decimo album per la formazione che ha varcato ormai la soglia dei trent’anni di carriera, con Manuel rimasto ormai unico detentore di quel marchio di Caino che vale come approdo al primo cerchio del Cocito.

Ha un titolo pesante, questo nuovo doppio della band milanese. Un titolo che ti offre un’alternativa ingannevole mentre ti porge un fiore malato. Ostentando una cura destinata non a lenire il dolore ma a protrarlo, Agnelli esorcizza in qualche modo la lunga malattia del padre, scandagliando all’interno delle diciotto tracce gran parte dell’amarezza dei ricordi a essa legata e alla sottile malinconia che ne pervade la memoria. Trasmettendo la necessità irrisolta da sfuggire alla loro morsa, all’impegno emotivo che la dedizione a essi ci impone.

Un disco che cambia spesso assetto e umore, che se a volte trova il ragionevole e rassicurante conforto della “canzone alla Afterhours” (Non voglio ritrovare il tuo nome, l’esempio più calzante), molto più spesso sceglie come via di fuga strade disagevoli che tengono sempre viva e incalzante, nonostante il lunghissimo percorso narrativo e musicale, la tensione emotiva. Sono canzoni sulle cose che ci sfuggono dalle dita. Sull’illusione ottica che la proiezione della loro ombra genera nel nostro cono di luce. Sui rimedi per cancellarne il ricordo, il nome, la parvenza di un affetto. Estirpando l’amore che conduce alla malattia, fino a rendere bianchi i petali del nostro fiore cagionevole. Tenendo lontane le zanzare con della cera impregnata di citronella e di odio. (Franco Dimauro)



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