Giovedì, 3 Novembre 2016

Recensione: Francesco Di Bella - Nuova Gianturco (2016)

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Quella che si staglia alle spalle di Francesco Di Bella sembra la skyline di una metropoli americana. Potrebbe essere la Nuova York dei servizi di Ruggero Orlando oppure Chicago. O Los Angeles. Invece no, quelli che si vedono sono i denti che si stagliano contro il cielo dal centro direzionale della “nuova Gianturco”, uno dei possibili mondi di Napoli. Progettato dall’urbanista Kenzō Tange nel 1982 e completato una dozzina di anni dopo, mette in bella mostra le carie delle più grosse fauci dei predatori industriali italiani. Dall’Enel alla Telecom, dall’Olivetti al Banco di Napoli, dall’ENI al Tribunale di Napoli, dalla Polizia alla Chiesa di San Carlo Borromeo, ogni potere industriale, commerciale, temporale, giuridico, spirituale che rende schiva l’Italia ha lì il suo trionfo di vetro e cemento, il suo trono, la sua scultura, la sua cattedrale.

A Gianturco però, al n. 101 della via principale del quartiere da cui prende nome, c’è il centro sociale Officina 99. L’officina in cui la storia viene fatta anche da quelli che la storia la fanno senza dover esibire per forza una torre che raschia il culo al cielo di Napoli. Francesco Di Bella, voce storica dei 24 Grana, ha scelto la Nuova Gianturco per il suo nuovo pasto eucaristico. E l’ha messa in copertina, anche adesso che non abita più in quella Via Gluck del Sud. Perché si è napoletani per sempre e mai solo per qualche stagione. È un’immagine che, mutatis mutandis, non può non ricordare la famosa linea metropolitana architettata da Edoardo Bennato per la sua tesi di laurea e poi scelta dal suo autore come immagine di copertina su Io che non sono l’imperatore.

Trasmette un senso di appartenenza e di straniamento che sono opposti in direzione ma uguali in intensità. Che sono le sensazioni che si respirano in Nuova Gianturco, un disco che è parte-nopeo e parte, no. Pervaso da quel fatalismo malinconico che è un po’ cifra stilistica della città ma senza abusarne dei clichè, grazie soprattutto ai suoni vaporosi costruiti dal vecchio amico Sinigallia attorno alle sue fragili linee di chitarra, rispolverando per l’occasione gli umori dei 24 Grana di Ghostwriters e tornando, dopo l’esperimento acustico di Ballads Cafè, a una dimensione piacevolmente onirica. Come un pallone aerostatico caricato a elio, la musica di Nuova Gianturco solca il grigio cemento di tutte le periferie, da Quarto Oggiaro a Scampia. (Franco Dimauro)



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